Cosa non va nei TED Talk

La nota piattaforma di conferenze è sempre più grande e influente, ma è stata anche molto criticata per il suo stile retorico e pretenzioso.

da un articolo di Riccardo Congiu
Il Post, 21 settembre 2022

Immagine: via VegNews.TedTalkStage

TED è una piattaforma che organizza conferenze in tutto il mondo, probabilmente la più nota e influente nel suo genere: sono conferenze che si svolgono solitamente in teatri o altri luoghi adatti a ospitare un pubblico, e interviene un certo numero di persone con discorsi per lo più brevi, quasi sempre tra i 10 e i 15 minuti, invitate dagli organizzatori dell’evento in virtù di una loro competenza su un qualche argomento. L’obiettivo dichiarato degli interventi, chiamati anche TED Talk, è “ispirare” le persone che li ascoltano con «idee che meritano di essere diffuse», come recita il motto principale dell’organizzazione (ideas worth spreading).

Gli interventi vengono sempre registrati e poi condivisi su internet, dove spesso riescono a raggiungere un pubblico assai ampio.
Il format dei TED Talk è di grande successo, esiste da più di trent’anni e ha influenzato moltissimo un certo modo di parlare in pubblico, considerato efficace e persuasivo, contribuendo a far conoscere storie interessanti e potenzialmente utili a molte persone. Nell’ultimo decennio però – in concomitanza con il picco della sua diffusione – ha ricevuto anche molte critiche proprio per il suo stile, che secondo molti commentatori finisce spesso per essere troppo retorico e svuotare di significato i discorsi, e qualsiasi idea, anche la più banale, viene proposta sempre con una certa gravità, come se avesse un qualche valore profetico e di assoluta verità.
A tutto questo contribuisce un “codice” di comportamento e svolgimento che si è ormai imposto in quasi tutti i TED Talk che si vedono, e che li rende molto riconoscibili: lo sfondo nero, un unico fascio di luce che illumina la persona che parla sul palco, le grosse lettere tridimensionali che compongono la scritta “TED” dietro, il telecomandino in mano all’oratore o oratrice per mandare avanti un’eventuale presentazione, le pause durante il discorso per rendere più perentori i concetti.

via eos MKTG&COMMUNICATION

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Secondo la giornalista Julie Bindel, la «gestualità pretenziosa» e le «pause e i tratti del discorso» che contribuiscono a distinguere gli oratori dei TED hanno finito per diventare più importanti dei contenuti stessi: «Sembra che abbiano imparato l’arte di far apparire complesse le cose semplici». Bindel ha scritto sul Guardian che molti oratori dei TED «affermano in continuazione cose palesemente ovvie», ma lo fanno «come se avessero scoperto di nuovo la teoria della relatività».

via radiolombardia.it


C’è poi un problema che riguarda il ruolo informale di TED come “editore”, e la sua capacità di controllare l’efficacia e l’attendibilità di tutti i contenuti che vengono associati al suo nome, tant’è che negli ultimi anni per l’organizzazione centrale questo compito è diventato molto difficile, soprattutto da quando nel 2009 sono stati introdotti i cosiddetti TEDx: eventi di TED minori e indipendenti che potenzialmente chiunque può organizzare, compilando dei moduli online e ottenendo una licenza dopo aver dimostrato di avere un luogo ideale, di poter garantire un certo pubblico, eccetera.
È un processo controllato e molto strutturato, che spesso ha come esito eventi ben organizzati e con contenuti interessanti, ma è chiaro che sono troppi perché lo standard qualitativo rimanga sempre di alto livello. A ottobre del 2017 venne raggiunto il traguardo dei 100mila TEDx: quello che chiedono polemicamente i critici è se tutte quelle esposte in questi eventi fossero “ideas worth spreading”.

via prnewswire.com

L’evento TED originale in realtà è uno solo, e si svolge ogni anno a Vancouver, in Canada, con alcune eccezioni. A questo TED partecipano solitamente persone molto ricche e influenti, anche perché i biglietti possono costare dai 5 ai 50mila dollari. Tra gli oratori si ricordano l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, alcune delle persone più ricche al mondo come Bill Gates, Elon Musk e Jeff Bezos, ex primi ministri britannici e molti Premi Nobel.
Poi ci sono altri TED organizzati in diverse città del mondo, alcuni dei quali molto importanti e con biglietti sempre sulle migliaia di euro, e infine i moltissimi TEDx. In nessun evento TED gli oratori vengono pagati e la piattaforma appartiene a un’organizzazione non profit.
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Quel palcoscenico, e il suo pubblico, sono comprensibilmente molto ambiti anche da chi vuole lanciare un proprio prodotto, anche in buona fede.
In realtà, nelle intenzioni del suo creatore, inizialmente TED voleva tenere sotto controllo i contenuti anche da un punto di vista che si potrebbe definire editoriale. La storia dell’organizzazione però è stata lunga, e negli anni sono cambiate molte cose.

Il primo TED fu organizzato a Monterey, in California, nel 1984, da un architetto di nome Richard Saul Wurman e un designer di trasmissioni televisive, Harry Marks. Quest’ultimo era convinto che tre campi distinti del sapere, la tecnologia, l’intrattenimento e il design stessero sempre di più convergendo, e che in futuro questa convergenza avrebbe cambiato il mondo (se pensiamo ad alcune delle aziende di maggior successo degli ultimi decenni, si può dire che la sua intuizione fosse valida: basti pensare a Apple).
Dall’acronimo delle tre parole inglesi, TechnologyEntertainmentDesign, venne scelto il nome dell’evento, che nacque negli ambienti della Silicon Valley, il distretto californiano dove oggi si concentra la maggior parte delle grandi aziende tecnologiche, e dove allora avevano già cominciato a stabilirsi. Era quindi naturale che si parlasse di un futuro legato in particolare alla tecnologia.
Di quel TED di Monterey sono rimaste solo due registrazioni, e una è il discorso di un professore del MIT che fa cinque previsioni di tecnologie che sarebbero nate negli anni successivi: libri elettronici, touchscreen, teleconferenze, un’industria di servizi mediata dal calcolo e computer portatili per ogni studente a scuola. Se consideriamo la quarta come una previsione dei motori di ricerca, ne sbagliò una sola, l’ultima (per ora).

Il primo TED dopo quello del 1984 fu organizzato nel 1990, e Wurman decise di introdurre oratori con competenze più varie: tra gli altri c’erano filosofi, musicisti, filantropi e religiosi. Nella sua idea, l’evento doveva essere improntato alla tecnologia e al futuro, ma anche essere divertente e visionario, con poche dimostrazioni pratiche e più prediche. Dal 1990, TED si tenne ogni anno.
Nel 2001 Wurman vendette TED a un imprenditore britannico attivo nel settore digitale, Chris Anderson, grazie al quale negli anni seguenti il successo di TED aumentò.
Negli anni successivi Anderson cominciò a organizzare eventi anche in altre zone del mondo e dal 2005 a pubblicare gli interventi su internet, un’intuizione vincente.

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Oggi TED, oltre alle conferenze e ai video produce newsletter, podcast, blog e ha una casa editrice che pubblica piccoli libri con contenuti simili a quelli dei talk. Il canale principale su YouTube ha quasi 22 milioni di iscritti, quello TEDx oltre 36 milioni: i video hanno complessivamente miliardi di visualizzazioni. L’organizzazione guadagna attraverso i biglietti venduti per gli eventi, molte sponsorizzazioni, la vendita dei libri e poi reinveste tutto nei progetti di TED.
Proprio per le sue attuali dimensioni però, secondo i suoi critici bisognerebbe cominciare a guardare TED in un modo diverso.
Una delle critiche più incisive ai TED Talk è stata fatta proprio in un TEDx a San Diego dal teorico dei media Benjamin Bratton, dal titolo “Cosa c’è di sbagliato nei TED Talk”, secondo il quale i TED Talk hanno ampiamente influenzato la ricerca di «infotainment» di basso livello, cioè l’unione tra intrattenimento e informazione, nel lavoro intellettuale.

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Uno dei TED più famosi al mondo, molto condiviso negli ultimi due anni, è quello in cui Bill Gates spiegava nel 2015 che il problema dell’umanità nel breve periodo non sarebbero state le guerre, ma le pandemie, e che ancora i governi non si erano preparati a sufficienza.
La diffusione dell’idea brillante di Gates e di molte altre, dice Schwartz, non hanno affatto cambiato le cose.
Spesso, inoltre, il pubblico non ha le competenze per valutare quello che viene detto su argomenti molto complessi, condensato in 10 o 15 minuti. Nel 2012 il giornalista Martin Robbins scrisse che «il fenomeno TED», più che sulle idee, è «tutto incentrato sul pubblico»: sul far sentire le persone che ascoltano intelligenti e competenti e «dar loro l’impressione di far parte di un’élite che rende il mondo un posto migliore».

Naturalmente sono tutte critiche che parlano di una tendenza e che non riguardano ogni singolo intervento nei TED, dove secondo gli stessi critici si trovano spesso anche spunti interessanti senza che necessariamente vogliano spiegare verità da considerare assolute.
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Le persone che intervengono sono scelte su giudizio dell’organizzazione di turno, che cerca persone in vista per qualche ragione, che si sono fatte notare per qualche idea imprenditoriale o culturale. Ormai molti TEDx sono anche molto locali, perciò si cerca spesso di invitare persone che hanno legami con il territorio in cui vengono organizzati. Basandosi molto sulla rete degli organizzatori, c’è sempre il rischio che qualcuno venga invitato per uno scambio di favori o meccanismi simili, ma in generale il sistema cerca di evitarlo con la regola che ogni evento deve essere senza scopo di lucro.

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