Fare sindacato in tempi di pandemia e di guerra

Fine 2021: le aziende americane erano preoccupate per il calo di partecipazione alla forza-lavoro dopo la pandemia. Erano chiamate “le grandi dimissioni”. Ora forse “The Times They Are A-Changin’,” per dirla alla Bob Dylan. 

da un articolo di Silvia Giagnoni
Valigia Blu, 1 agosto 2022

Immagine: via blog.solides.com.br

Chris Smalls, nel 2020 è Assistant Manager al JFK8 a Staten Island, New York. Un giorno, si rifiuta di continuare a lavorare senza dispositivi di protezione. Amazon lo licenzia
Qualche tempo dopo, Smalls visita lo stabilimento di Bessemer, in Alabama, dove è da mesi in corso un tentativo da parte dei lavoratori e delle lavoratrici di Amazon di unirsi al Retail, Wholesale and Department Store Union (RWDSU). Smalls capisce che lì esiste un problema relativo alla mancanza di fiducia nei confronti dell’establishment, di scollamento tra sindacato e classe lavoratrice. Capisce anche che per tirar giù “la Macchina,” come la chiama lui, un colosso che esiste da 28 anni come Amazon, il lavoro deve esser fatto dall’interno. “Avremmo dovuto insegnare al sindacato cos’è Amazon e come funziona,” continua. “Invece siamo noi il sindacato”.

Immagine Carlo Lannutti/LaPresse

31 anni, nero del New Jersey, ha fondato e presiede l’Amazon Labor Union (ALU).
Dentro la “Macchina”, a Staten Island, resta il suo miglior amico e coetaneo, Derrick Palmer, adesso vicepresidente di ALU. Palmer comincia a fare sindacato nel suo reparto — c’è bisogno di dispositivi di sicurezza, ma anche di paghe più alte, migliori condizioni di lavoro, malattia pagata. Parla soprattutto di sicurezza sul lavoro in uno stabilimento in cui il turnover è del 150%. “I lavoratori devono essere più coinvolti nel sindacato”, “Noi vogliamo rappresentanti nei diversi reparti.”

Secondo quanto stabilito dal National Labor Relations Board (NLRB), l’agenzia di governo per le relazioni tra parti sociali istituita dal Presidente F.D. Roosevelt, ci sono due modi per formare un sindacato: l’azienda può acconsentire a crearne uno qualora la maggioranza di lavoratori e lavoratrici sia a favore di tale opzione oppure vanno raccolte almeno il 30% delle firme tra dipendenti per tenere un’elezione. Negli ultimi sei mesi, tali richieste sono cresciute del 60%, a quanto riporta Noam Scheiber, giornalista del lavoro per il New York Times.

Arriva agosto. Mentre la pandemia imperversa in America, Jeff Bezos diventa il primo nella storia ad avere un reddito netto di oltre 200 miliardi secondo Forbes. Smalls e Palmer inscenano una protesta a Washington. “Siamo solo all’inizio”, promette Smalls. E infatti i picchetti proseguono davanti alle svariate ville e attici di Bezos sparsi per gli Stati Uniti, a rimarcare quell’eccessiva concentrazione di denaro e immobili, uno schiaffo a lavoratori e lavoratrici così indispensabili in pandemia e al contempo così intercambiabili. Da tempo, chi lavora per Amazon denunciava turni lunghissimi, pause brevi e infrequenti, ambienti di lavoro molto caldi, licenziamenti senza causa, mancanza di sicurezza e atteggiamenti razzisti e discriminatori nei confronti di coloro che hanno disabilità.

Fast forward alla primavera del 2022. Non è uno scherzo quello che il primo di aprile le lavoratrici e i lavoratori dello stabilimento Amazon di Staten Island, N.Y., fanno alla multinazionale, seconda solo a Wal-mart per numero di dipendenti negli Stati Uniti, votando con 2.654 voti (contro 2.131) per l’adesione al sindacato. È una promessa mantenuta, una vittoria epocale.

Per contrastare la crescita di un sindacato, da novembre 2021 Amazon ha lanciato un social media aziendale che bandisce parole come “sindacato” o “aumento paghe”. Qualche settimana dopo la vittoria di Staten Island, Amazon licenzia vari/e manager, secondo alcuni/e come rappresaglia. Ma l’organizzazione dal basso non si ferma, anzi. Alla conferenza del magazine Labor Notes, tenutasi a metà giugno a Chicago, Angelika Maldonado imballatrice presso Amazon JFK8, che adesso presiede il comitato di chi fa parte dell’Amazon Labor Union, ha sottolineato come nella strategia di costruzione di ALU sia stato fondamentale proprio la costruzione di una comunità tra dipendenti. 

Com’era prevedibile, Amazon ha contestato il risultato delle elezioni di Staten Island adducendo, tra le altre cose, che il NLRB regionale abbia favorito il sindacato, che lavoratori e lavoratrici abbiano subito minacce quando manifestavano l’intenzione di votare contro l’adesione e ricevuto marijuana – Smalls e Palmer non hanno mai negato di aver distribuito gratuitamente erba; Smalls alla conferenza di Labor Notes a questo proposito ha detto: “Si, socializziamo. È legale”. 
Portare il sindacato dentro Amazon non è impresa facile: l’alto turnover, l’ambiente di lavoro (coordinare migliaia di persone è sicuramente più difficile e necessita di un costante impegno organizzativo) oltre alla campagna denigratoria portata avanti dal colosso della Gig Economy rendono l’impresa “una maratona”, non uno sprint, come l’ha definita lo stesso Smalls.

Il 18 luglio si sono concluse le testimonianze portate da Amazon nel processo per determinare la legittimità delle elezioni di Staten Island, processo che il National Labor Relations Board ha ritenuto troppo importante per non essere reso pubblico — Amazon aveva cercato di bloccare l’accesso alle audizioni. Per questo, nonostante i/le sindacalisti/e ne siano state esclusi/e, Smalls, Palmer e Maldonado avevano invitato coloro che sostengono l’ALU a partecipare alle udienze su Zoom. Seth Goldstein, avvocato di ALU, si augura una decisione celere del NLRB. Ulteriori rallentamenti influirebbero negativamente sugli sforzi organizzativi in altri stabilimenti: la via legale è infatti per Amazon anche una tattica per far perdere momentum e fiducia nell’eventuale esito positivo del processo di sindacalizzazione.

Il futuro dell’Amazon Labor Union è dunque incerto. Se il National Labor Relations Board decretasse la ripetizione delle votazioni, sarebbe una battuta d’arresto per il neonato sindacato. 

Quel che appare evidente è invece una tendenza diffusa, emersa a partire dalla gestione folle della pandemia da parte dell’amministrazione Trump e alle arroganti decisioni delle aziende, a non accettare più lo stato delle cose. Lavori massacranti, sottopagati, tempo rubato a famiglia, amici, hobby, soprattutto lavoratrici e lavoratori più giovanihanno detto basta e chiedono maggiori diritti e una voce nei luoghi di lavoro – un movimento che ricorda per certi versi quello che ai tempi del New Deal portò l’America dall’avere il 12% di adesioni al sindacato (nel 1935) al 34% nei primi anni Cinquanta. Allora, gli Stati Uniti uscivano dalla Grande Depressione e la ripresa sembrava favorire i grandi gruppi industriali, ma non la forza-lavoro che reclamò e ottenne, trainata dallo sciopero di Flint che poi coinvolse circa la metà dei 250.000 lavoratori della General Motors del paese, migliori condizioni di lavoro, a cominciare dal pagamento degli straordinari

L’ondata di sindacalizzazioni è stata senza dubbio rilanciata a dicembre 2021 quando lavoratrici e lavoratori del “progressista” Starbucks, presieduto dal democratico Howard Schultz, avevano formato Starbucks Workers United. A oggi, sono oltre 150 su 9.000 negozi ad avere aderito al sindacato. “Non siamo contro Starbucks. Noi siamo Starbucks!” scrivono sul sito. “Sappiamo cosa vuol dire mandare avanti questa azienda, e sappiamo meglio di chiunque cosa dobbiamo fare per fare al meglio il nostro lavoro. Vogliamo essere in grado di dare il meglio”.

via Corriere della Sera

Edit: in un articolo di Diana Cavalcoli sul Corriere della Sera dell’11 agosto 2022 intitolato “Starbucks, la battaglia dei lavoratori per il diritto al sindacato che non c’è”, si legge:
“Continua, tra serrande abbassate e turni sospesi, la battaglia dei dipendenti di Starbucks per il diritto ad avere un sindacato. Non si fermano infatti gli scioperi per chiedere di avere una rappresentanza che faccia sentire la voce dei lavoratori. Ad oggi sono oltre 55 gli scioperi organizzati in 17 stati americani per protestare contro il gigante del caffè contrario alla sindacalizzazione dei lavoratori […]

Immagine: lex Tai/SOPA Images/LightRocket/Getty Images

Anche nel mondo della Gig Economy qualcosa si sta muovendo. A gennaio, le lavoratrici e i lavoratori di Alphabet, la holding creata da Google nel 2015 con sede a Mountain View, California, si sono uniti in un sindacato, la Alphabet Workers United, che conta oltre 900 iscritti tra coloro che sono che hanno contratti full-time, temporanei, a contratto o fornitori esterni di servizi. Non si battono tanto per salari migliori, quanto per avere standard etici e di trasparenza nella consapevolezza che tali richieste debbano arrivare da chi Google lo fa. Qui la formazione del sindacato arriva dopo mesi dal caso del licenziamento nel dicembre del 2020 di Tinmit Gebru, co-leader del team di Google Ethical AI, e autrice di un importante paper sui programmi di riconoscimento facciale in cui sostiene che tali programmi siano meno accurati (e quindi discriminanti) nell’identificare donne e persone di colore. Le circostanze del licenziamento non sono ancora state del tutto chiarite da Google, ma al centro della controversia c’è un altro paper sui costi ambientali e rischi (etici) relativi allo sviluppo dei complessi programmi di riproduzione del linguaggio di cui la ricercatrice etiope-americana è co-autrice.

[…]
Il 18 giugno, un negozio Apple alla periferia di Baltimora, nel Maryland, ha votato con 65 voti a favore e 33 contrari per formare AppleCORE (Coalition of Apple Retail Employees), primo punto vendita dei 270 presenti negli Stati Uniti. Altri negozi a New York ad Atlanta stanno ritardando le votazioni per unirsi alla CWA (Communications Workers of America), denunciando pressioni da parte dell’azienda. La formazione dei AppleCORE rappresenta una bella vittoria dalla nascita nell’agosto 2021 di #Appletoo, il movimento contro la cultura aziendale improntata alla mancanza di trasparenza e di coinvolgimento dei dipendenti del colosso fondato da Steve Jobs.

L’ondata di proteste dell’era post-Covid era partita esattamente un anno prima della vittoria di ALU a Staten Island, quando oltre 1.000 minatori della Warrior Met di Brookwood, in Alabama, sono entrati in sciopero a oltranza – alcuni di loro hanno trovato lavoro proprio nella vicina Bessemer unendosi agli sforzi di sindacalizzare Amazon – arrivando al picco di ottobre: oltre 10.000 lavoratori e lavoratrici di John Deer, 1.400 della Kellogg’s, solo per nominarne un paio. Qualcosa si sta smuovendo anche dentro realtà sindacali più consolidate: l’elezione di Sean O’Brien a presidente del Teamsters for a Democratic Union, che rappresenta camionisti ed autotrasportatori delle poste e della logistica, è significativa di una tendenza a rimpiazzare la vecchia guardia compiacente da oltre 20 anni con nuove leve del sindacato. 

[…]
A causa della lunghezza dell’articolo, la lettura può essere continuata qui.


N. B. Essendo contraria all’uso dello ə/Schwa (in alcuni casi era anche usato a sproposito), ho fatto di tutto per evitarlo, anche a costo di ricorrere a faticosi giri di parole.

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