La socialdemocrazia e l’eredità di Olof Palme

La sera del 28 febbraio del 1986, il Ministro di Stato Svedese, dopo aver congedato la scorta ed essere uscito con la moglie, viene assassinato.

da un articolo di Mattia Marasti
Valigia Blu, 24 Luglio 2022

Immagine: Olof Palme. via pandora rivista

Una sera, congedata la scorta, va al cinema con la moglie, il figlio e la compagna. All’uscita del cinema le due coppie si congedano. Olof e la moglie stanno tornando a casa quando, alle loro spalle, spunta un uomo, impreca contro di lui e gli spara due colpi di revolver.
Dopo quasi 40 anni la magistratura ha dichiarato colpevole dell’omicidio un grafico di estrema destra, morto anni prima dell’archiviazione. Nel frattempo il caso ha però dato vita a varie teorie, ma a dispetto del fascino che possono esercitare è più importante concentrarsi sui risvolti politici dell’omicidio. Con Olof Palme, infatti,  muore anche la socialdemocrazia, almeno nella sua versione classica.

La nascita della socialdemocrazia

Ad aprire le danze è il Regno Unito. Nel 1940 Winston Churchill ha preso le redini del governo dopo che la strategia di appeasement del precedente governo conservatore di Naville Chamberlain è naufragata. Nell’ora più buia, Churchill e il popolo inglese hanno resistito, ultimo bastione del mondo libero, contro le bombe della Luftwaffe nazista che scorrazza sopra il cielo di Londra. Vincendo poi la guerra assieme a Stati Uniti e Unione Sovietica, Churchill diventa l’eroe nazionale. Ma nel 1945 alle prime elezioni dopo la fine della guerra in Europa vincerà invece il Labour Party di Clement Attlee, veterano della Prima guerra mondiale.

Churchill e Attlee. via taglimagazine.it

Quel periodo di euforia è stato ben catturato da Ken Loach nel suo The Spirit of ‘45: il Labour Party pone le fondamenta per il sistema socialdemocratico che ha caratterizzato i trent’anni gloriosi, dalla metà degli anni quaranta ai settantaSotto il suo governo Attlee e il suo gabinetto nazionalizzano varie industrie strategiche del paese, lanciano la pianificazione economica per una ricostruzione post-bellica che non lasci nessuno indietro e mettono in atto il famoso piano Beveridge: fondano il servizio sanitario nazionale, l’NHS, e un sistema di welfare – scuole, sanità, edilizia-universale finanziato dalla fiscalità generale.
La ricostruzione, infatti, richiedeva una forza lavoro istruita, in salute e protetta, assieme a un intervento maggiore dello Stato nell’economia, per evitare le storture del capitalismo liberale pre-guerra. Presto seguiranno altri paesi, ma è in Svezia che la socialdemocrazia raggiungerà la sua forma più interessante.

via Wild Bunch

Poco dopo la vittoria di Attlee nel Regno Unito, il Primo Ministro svedese Per Albin Hansson muore improvvisamente, gli succederà Tage Erlander. Non è un rivoluzionario, anzi: conosciuto per il suo pragmatismo non implementa un piano di nazionalizzazioni su vasta scala per non intimorire i suoi avversari conservatori. La via svedese alla socialdemocrazia, invece, passa da un’elevata densità sindacale e da leggi sul mercato del lavoro che incoraggiano la sindacalizzazione, in particolare la contrattazione salariale centralizzata: i sindacati e le associazioni degli imprenditori infatti fissano il salario per l’intero settore seguendo il motto “stesso lavoro, stessa paga”. Il secondo pilastro riguarda invece lo Stato Sociale, che garantisce una vita dignitosa a tutti e un’istruzione di alto livello per formare i lavoratori di domani, assieme a politiche attive del lavoro per rispondere ai bisogni di un’industria che, non potendo fare competizione sui salari, doveva spingere sul miglioramento dei processi interni e sull’innovazione.
Questo sistema, incanalando l’avarizia del libero mercato, ha portato sotto i trent’anni di governo di Tage Erlander a una crescita sostenuta e uno dei paesi più sviluppati al mondo. È proprio Tage Erlander a introdurre Olof Palme negli alti ranghi della politica svedese. Non ancora trentenne lo nomina suo segretario. In un primo momento anche Palme si colloca tra i moderati del partito, lui che non era nato in una famiglia operaia o della piccola borghesia come la maggior parte dei membri del Partito Socialista, ma da famiglia abbiente. Sostiene le riforme e la via tracciata dal suo maestro e si tiene lontano dagli estremisti di sinistra del partito che guardano invece con favore al modello sovietico.

Olof Palme e Tage Erlander. Immagine: Jan Collsiöö

Il punto di svolta, però, avviene negli anni ‘60. La guerra in Vietnam, assieme al sempre maggior peso della classe media sull’economia nazionale, portano a una radicalizzazione nell’opinione pubblica svedese. Olof Palme guarda con simpatia a questi movimenti: lui che è sempre stato un antirazzista e anticolonialista, diffidente tanto degli Stati Uniti d’America quanto dei regimi comunisti, riesce a stabilire una sintonia tra il Partito Socialista e i movimenti tanto sociali quanto civili che stanno nascendo.
Proprio alla fine degli anni ‘60 Tage Erlander si dimette, lasciando il posto di Ministro di Stato a Olof Palme, che diventa quindi leader del paese a soli 42 anni. Sotto il suo primo governo sono varate altre misure che vanno a rafforzare il sistema di welfare della Svezia. Non è un caso se la spesa pubblica sul Prodotto Interno Lordo, durante il primo governo Palme, esplode.
Se il ruolo di Palme in politica interna è quello di continuare e ampliare il modello svedese, è in politica estera che le cose si fanno più interessanti. Forte del consenso di migliaia di giovani Olof Palme porta avanti posizioni anticoloniali e fortemente critiche di paesi come gli Stati Uniti. Il culmine lo si raggiunge nel 1972, quando il 23 dicembre Palme pronuncia un discorso alla radio svedese in cui paragona i bombardamenti dell’esercito americano su Hanoi, nella guerra in Vietnam, ai peggiori massacri del ‘900: Treblinka e Katyn su tutti.
La reazione degli Stati Uniti è durissima, interrompendo le relazioni diplomatiche. Non si tira indietro nemmeno di fronte alle forti critiche nei confronti dei regimi comunisti come l’Unione Sovietica, tanto che in passato aveva criticato prima l’invasione dell’Ungheria e poi quella della Cecoslovacchia. Suo bersaglio anche le dittature di destra europee, come quella del generale Franco in Spagna, definita da Olof Palme “un gruppo di assassini”.
Nota è anche la sua lotta contro l’apartheid in Sudafrica, così come il tentativo di stringere rapporti con paesi isolati come Cuba: è proprio lì che si reca Olof Palme nel 1975 per incontrare Fidel Castro.

La fine della socialdemocrazia?

L’ascesa di Olof Palme avviene però in un momento di profondo tumulto per il mondo, in particolare per il sistema economico che si era andato creando dopo la seconda guerra mondiale, quello socialdemocratico. La rapida industrializzazione dei paesi occidentali si basava infatti sulle maree di petrolio a prezzo stracciato che arrivavano dal Medio Oriente. Tutto cambia quando nel 1973 l’Egitto e la Siria attaccano Israele, storico alleato delle democrazie occidentali e in particolare degli USA.
Per danneggiarne gli alleati, i paesi che fanno parte del cartello dell’OPEC decidono un embargo sul greggio che fa schizzare i prezzi alle stelle trascinando il mondo occidentale nell’incubo della stagflazione.
Il modello socialdemocratico entra in crisi. Allo stesso tempo quel compromesso su cui si basava la socialdemocrazia, che garantiva la proprietà privata dei mezzi di produzione a fronte di politiche che privilegiassero il lavoro sulla rendita, si fa sempre più delicato: il peso acquisito dalla classe lavoratrice rischia di compromettere gli interessi della classe imprenditoriale.

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Parco a Stoccolma. Immagine: Jona Näs

5 risposte a "La socialdemocrazia e l’eredità di Olof Palme"

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