Charlie, il giornalismo da emergenza

dalla Newsletter domenicale
Il Post, 4 settembre 2022

Immagine: Frammenti Rivista


via startmag.it

Il SEO truffaldino Google sta diffondendo in queste settimane un aggiornamento degli algoritmi del suo motore di ricerca, annunciati con l’intenzione di limitare gli usi ingannevoli del SEO che restituiscono risultati insoddisfacenti per gli utenti.
Il SEO è l’insieme delle pratiche che aiutano a collocare nelle prime posizioni dei motori di ricerca (Google, sostanzialmente) le proprie pagine, in modo che ottengano maggiori visibilità e maggiori accessi: i siti di news di tutto il mondo lo hanno scoperto in varie fasi, alcuni con ritardo, ma è ormai da anni un aspetto importantissimo del lavoro di promozione dei propri contenuti.
In teoria l’algoritmo di Google dovrebbe dare maggiore visibilità alle pagine che meglio rispondono alle relative ricerche, ma i suoi criteri possono essere equivoci e sono sistematicamente studiati e sfruttati da molti siti per ottenere maggiore traffico e per produrre pagine dedicate soltanto a ingannare Google. L’effetto è familiare a tutti: che una ricerca su Google ci mostri per primi dei risultati che non danno risposte soddisfacenti a quella ricerca, o che hanno nel titolo una domanda o un’istruzione (“come fare questo o quello”) a cui non segue nessuna risposta reale o che non può avere risposta (“chi vincerà le elezioni”), o che ospitino contenuti copiati da fonti originali, a discapito di queste ultime.
Il nuovo aggiornamento, dice Google, dovrebbe riuscire a identificare meglio questi contenuti “creati per i motori di ricerca e non per gli umani”, e togliere valore ai siti che li ospitano, privilegiando quelli più credibili e soddisfacenti. Come tutti gli aggiornamenti della ricerca, anche questo crea quindi un possibile rischio per i siti di news (e non solo di news) che hanno investito molto sullo sfruttare determinati criteri di SEO e sulla loro dipendenza dalle ricerche su Google. Per ora l’aggiornamento riguarda solo le pagine in lingua inglese, e le altre lingue seguiranno.


CNN vuole tornare a essere CNN

via wsbtv.com

La grande rete di news americana ne ha passate di tutte negli ultimi mesi, sullo sfondo della sua trasformazione da simbolo di informazione obiettiva e fattuale a principale testata antitrumpiana e vivacemente schierata. Adesso ha una nuova proprietà e un nuovo manager – la grande media company Warner Discovery, e Chris Licht – che vogliono riportarla alla sua immagine originaria e farle riconquistare il pubblico anche di destra, e anche questo sviluppo non è senza traumi: la settimana scorsa è stato chiuso dopo vent’anni il programma domenicale Reliable sources che, occupandosi di informazione e giornalismo, era stato spesso critico nei confronti dei media filo Trump e della rete televisiva Fox News.


Non è più tutto gold

A sinistra, il The Washington Post’s, Immagine: Katherine Frey/The Whashington Post/Getty.
A destra l’edificio del New York Times, Eighth Avenue, Manhattan. Immagine: Franco Pagetti.

L’articolo che ha avuto più attenzioni – tra gli addetti ai lavori dell’informazione negli Stati Uniti ma non solo – questa settimana è quello del New York Times che ha rivelato come il Washington Post si trovi in nuove e inattese difficoltà. Una ragione di curiosità è lo stesso fatto che il quotidiano più famoso e illustre del mondo abbia ritenuto di fare le pulci pubbliche ai guai del secondo o terzo quotidiano più famoso e illustre del mondo, in anni in cui quest’ultimo aveva rilanciato la sua competizione.
È vero che i giornali americani trattano l’informazione sull’editoria giornalistica con meno timori e omertà di quanto avviene da noi (qui c’è poco giornalismo sul giornalismo), ma la narrazione di questi anni sul Washington Post era stata molto positiva e che il New York Times abbia messo la sua forza e autorevolezza nel dare grande visibilità invece ai suoi problemi (su cui c’erano state solo limitate avvisaglie pubbliche nei mesi passati), pur con molto rispetto per la qualità del “concorrente”, è una storia.
Poi c’è il contenuto dell’articolo, che – facendo attenzione a ripetere spesso di avere consultato molte fonti, e riportando le sfuggenti smentite di una portavoce del Washington Post – parla di conti del 2022 che si chiuderanno male, di uno stallo della crescita degli abbonati, di molti progetti accantonati, di tensioni nei rapporti tra la redazione e il direttore esecutivo, e di scambi di mail polemici. Il risultato è che da qualche giorno il Washington Post non è più agli occhi del mondo giornalistico una storia di promettente ascesa iniziata con l’acquisizione da parte di Jeff Bezos, proseguita con l’impegno giornalistico contro Donald Trump e beneficiata da una grande crescita di abbonamenti e di progetti di espansione negli anni scorsi, ma un’impresa con qualche problema.


Meriti e colpe di chi non firma

Dan Froomkin è un giornalista americano, già al Washington Post e allo Huffington Post, che dal 2019 cura un sito di informazione sui media, spesso critico sulle loro complicità con la politica, che si chiama Press Watch.
In un articolo di questa settimana ha fatto delle utili riflessioni – se venissero condivise di più con i lettori dei giornali – sulle differenze di ruolo tra editor e reporter, e sulle responsabilità dei primi spesso trascurate, perché i nomi visibili sui giornali sono quelli dei reporter. Ovvero di chi scrive gli articoli, rispetto a chi fa il lavoro “di redazione” di commissionarli, progettarli, indirizzarli, rivederli, confezionarli, titolarli. E più in generale di decidere cosa ci sia sul giornale e come. È una distinzione che ai lettori sfugge e genera minori riconoscimenti per chi fa questo lavoro “di macchina”, ma anche critiche frequenti che vengono destinate agli autori degli articoli e non a chi quegli articoli ha deciso di farli scrivere, di pubblicarli, ne ha composto la titolazione, ne ha giudicato l’evidenza, e ha la responsabilità del giornale: non solo e non tanto chi lo dirige – che dà importanti e rilevantissimi indirizzi – ma tutte le figure in redazione che hanno responsabilità e autonomia di esecuzione di quegli indirizzi, che non sono quasi mai i nomi che leggiamo in testa o in fondo agli articoli.

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2 risposte a "Charlie, il giornalismo da emergenza"

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