Ricordo di un’estate difficile

Negli anni Sessanta, il Jornal do Brasil chiese alla scrittrice Clarice Lispector di scrivere un articolo per l’edizione del sabato su un argomento a sua scelta, cosa che fece per circa sette anni. I suoi lettori riconosceranno (*) il lirismo e la stranezza della sua prosa, caratteristica per la sua brevità e interiorità.

di Clarice Lispector
The Paris Review, 12 agosto 2022

Immagine: Clarice Lispector, courtesy of Paulo Gurgel Valente.

Copertina di Too Much of Life

Too Much of Life: The Complete Crônicas, che raccoglie questi articoli e altri che l’autrice scrisse in tutta la sua carriera, sarà pubblicato a settembre in inglese. Oggi, la Review ne pubblica alcuni, di cui riporto solo l’ultimo, da me (*) tradotto un po’ frettolosamente e senza le necessarie competenze tecniche, perciò alla fine copierò il testo originale in inglese.


Ricordo di un’estate difficile

L’insonnia faceva levitare la città debolmente illuminata. Non c’era una porta chiusa e da ogni finestra appariva una luce calda. Gli insetti sciamavano intorno ai lampioni nelle strade. Lungo gli argini del fiume, tavoli, conversazioni, bambini addormentati nei grembi. La levità ben sveglia della notte ci impediva di andare a letto; camminavamo lenti come nomadi. Eravamo parte della veglia gialla dei lampioni, e degli insetti alati, e delle colline arrotondate in attesa, e della volta celeste. Eravamo parte di una grande attesa che, di per sé, è quello che fa l’universo. Come quegli altri enormi insetti avevano una volta bevuto dalle acque di quel fiume.

Ma in quella grande attesa assoluta, che era la sola possibilità di essere, chiesi una tregua. Quella notte estiva di agosto era fatta del più puro tessuto dell’attesa, per sempre infrangibile. Volevo che la notte iniziasse finalmente a sbiadire leggermente, che cominciasse a morire, così che, anche io, potessi dormire. Tuttavia sapevo che la notte estiva non sbiadisce né albeggia, semplicemente traspira nella febbre calda delle prime ore del giorno. E sono sempre stata quella che è andata a dormire, quella che ha iniziato a morire, mentre la notte resta appesa lì come un occhio senza palpebra. È al di sotto del grande occhio spalancato che mi sono preparata a dormire, avvolgendo il tessuto della mia insonnia, il diamante che mi spettava, in migliaia di strati di bende come una mummia. Stavo in piedi in un angolo e sapevo che nulla sarebbe morto. Questo è un mondo eterno. E sapevo che sono io quella che deve morire.

Ma non volevo morire da sola, volevo un luogo che somigliasse a quello di cui avevo bisogno, volevo che accogliessero la mia inevitabile scomparsa. Le mie morti non avvengono per tristezza — ​ sono uno dei modi in cui il mondo inspira ed espira, la successione di vite nel respiro dell’attesa infinita, e io stessa, che sono anche io il mondo, ho bisogno del ritmo di queste morti. Ma se io, come il mondo, acconsento alla mia morte, allora, come ogni altra cosa che assolutamente sono, ho bisogno delle mani della misericordia dell’amore per ricevere il mio corpo. Io, che sono anche la speranza della redenzione tramite l’attesa, ho bisogno della misericordia dell’amore per salvare me e lo spirito del mio sangue. Un sangue che è così nero nella polvere nera dei miei sandali, e la mia testa circondata da zanzare come se fosse un frutto. Dovrei avrei potuto cercare rifugio e liberazione dall’estate pulsante che mi aveva incatenata con la sua vastità? Il mio piccolo diamante era diventato molto più grande di me, e riuscivo anche a vedere le stelle, dure e splendenti, e avevo bisogno di diventare il frutto che marcisce e cade. Avevo bisogno dell’abisso.

via wikipedia

Dopo vidi, di fronte a me, la Cattedrale di Berna.

Ma anche la cattedrale era completamente sveglia. Piena di vespe.


Clarice Lispector (1920–1977) era nata in una famiglia ebrea dell’Ucraina occidentale. A causa delle violenze anti-semite che dovevano sopportare, la famiglia fuggì in Brasile nel 1922.
Lispector crebbe a Recife e si trasferì a Rio de Janeiro quando aveva nove anni, in seguito alla morte della madre.
È autrice di nove romanzi e di numerosi racconti, libri per bambini e articoli giornalistici.


Qui riporto il testo originale in inglese, tradotto da Margaret Jull Costa e Robin Paterson, da Too Much of Life: The Complete Crônicas. Courtesy of Paulo Gurgel Valente.

Memory of a Difficult Summer

Insomnia made the dimly lit city levitate. Not a single door was shut and every window gave out its own hot light. Insects swarmed around the streetlights. Along the riverbank the tables, the few weary conversations, children asleep on laps. The wide-awake levity of the night would not let us go to our beds; we walked as slowly as nomads. We were part of the streetlights’ yellow vigil, and the winged insects, and the rounded, waiting hills, and the vigil of an entire celestial vault. We were part of the great waiting that, in and of itself, is what the whole universe does. Just as those other enormous insects had once drunk slowly from the waters of that river.

But within that great absolute waiting, which was the only possible way of being, I called for a truce. That summer night in August was made of the finest fabric of waiting, forever unbreakable. I wanted the night to begin at last to twitch slightly, to begin to die, so that I, too, could sleep. But I knew that the summer night neither fades nor dawns, it simply sweats in the warm fever of daybreak. And I’ve always been the one who has gone to bed, the one who has begun to die, while the night hangs there like a lidless eye. It is beneath the world’s great wide-open eye that I have prepared myself for sleep, wrapping my grain of insomnia, my allotted diamond, in a thousand layers of bandages like a mummy. I was standing on the corner and knew nothing would ever die. This is an eternal world. And I knew that I’m the one who must die.

But I didn’t want to die alone, I wanted a place that resembled the one I needed, I wanted them to welcome my inevitable demise. My deaths are not brought on by sadness — ​they are one of the ways in which the world inhales and exhales, the succession of lives is the breath of infinite waiting, and I myself, who am also the world, need the rhythm of those deaths. But if I, as world, agree to my death, then I, like the other thing I absolutely am, need the hands of mercy to receive my dead body. I, who am also the hope of redemption by waiting, need the mercy of love to save me and the spirit of my blood. Blood that is so black in the black dust of my sandals, and my head encircled by mosquitoes as if it were a fruit. Where could I seek refuge and rid myself of the pulsating summer night that had shackled me to its vastness? My little diamond had become so much bigger than me, and I could see that the stars, too, are hard and bright, and I needed to be the fruit that rots and falls. I needed the abyss.

Then I saw, standing before me, the Cathedral of Bern.

But the cathedral was also hot and wide awake. Full of wasps.

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3 risposte a "Ricordo di un’estate difficile"

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