La delusione di un medico di Rikers Island

Prendendomi cura delle persone anziane e malate nelle carceri di New York, pensavo che la pandemia avrebbe portato a un mondo migliore. Dopo due anni, mi viene il dubbio che sia stata un’occasione perduta.

da un articolo di Rachael Bedard
The New Yorker, 24 marzo 2022

Immagine: via Corriere della Sera

L’11 marzo 2020 giravo da una camerata all’altra in una delle carceri di Rikers Island, parlando con le persone del COVID-19. Ero un medico dei Correctional Health Services, l’agenzia pubblica che si occupa della salute nel sistema penitenziario. La maggior parte dei pazienti erano in custodia cautelare nel North Infirmary Command, una stazione di autobus riconvertita dove il vento passava attraverso i muri. I miei pazienti erano tutti sia anziani che gravemente malati o con serie disabilità. Vivevano in accampati in quaranta letti distanti 60 cm uno dall’altro e condividevano bagni dove i gabinetti erano separati da bassi divisori invece che da pareti. Raramente uscivano in cortile per il tempo che era loro concesso, uno spazio quadrato e recintato dove non c’erano posti a sedere.


Il complesso dell’Isola di Rikers, che comprende dieci (10!) carceri, dove si trovano detenuti locali che in attesa di processo e non possono permettersi una cauzione, e quelli temporaneamente in attesa di trasferimento in un’altra struttura. Rikers Island non è quindi una prigione secondo la terminologia statunitense, che in genere detiene i trasgressori che scontano condanne a lungo termine. Ospita dieci delle 15 strutture del Dipartimento della correzione di New York City e può ospitare fino a 15.000 carcerati.

L’unico accesso stradale per l’isola è dal distretto del Queens, tramite il Francis Buono Bridge, lungo oltre 1,28 km Prima che il ponte fosse costruito, l’unico accesso all’isola era con il traghetto.

Il North Infirmary Command, che era chiamato l’infermeria di Rikers Island, è usato per ospitare detenuti che richiedono un’estrema custodia protettiva, detenuti con particolari esigenze di salute, detenuti malati di mente e detenuti sottoposti a disintossicazione dalla droga. Il resto delle strutture, tutte costruite negli ultimi 67 anni, costituiscono questa “città di prigione”. C’è anche il Vernon C. Bain Correctional Center, una chiatta galleggiante. Ci sono scuole, cliniche mediche, campi da pallacanestro, cappelle, palestre, programmi di riabilitazione dalla droga, negozi di alimentari, barbieri, una panetteria, una lavanderia a gettoni, una centrale elettrica, una pista da corsa, una sartoria, una tipografia, un deposito di autobus e persino un autolavaggio.

Fonte: Wikipedia


Rikers Islands, Queens, New York.

In prigione è permesso l’uso della televisione e dei giornali. I nostri pazienti sapevano che un nuovo virus mortale stava colpendo la Cina e l’Italia, e che alcuni casi erano già stati rilevati a New York City. Erano arrabbiati e spaventati: avevano sentito voci di persone che stavano morendo in altre prigioni. A quel tempo non eravamo in grado di fare i test necessari per il SARS-CoV-2 nel sistema penitenziario. Non sapevamo neanche che il virus viaggiava con l’aria, o che poteva causare infezioni asintomatiche in grado di diffondersi. Se lo avessimo saputo, ci saremmo preoccupati di più. Tuttavia, avevamo già molti motivi di preoccupazione.

Sulla Diamond Princess, una nave da crociera con oltre tremila persone a bordo, era scoppiata un’infezione di SARS-CoV-2 un mese prima. Quando finì il periodo di quarantena, circa il 20% delle persone aveva contratto il virus e si stimava che tra i passeggeri ci fossero 14 morti. Insieme ai miei colleghi, scherzavamo tristemente sul fatto che Rikers Island fosse la nave da crociera peggiore del mondo: i pazienti vivevano assembrati, in condizioni violente e malsane, senza libertà di movimento, in un ambiente che richiedeva un eccesso di contatti umani perché ai detenuti era permesso fare così poche cose da soli. Se avessimo immaginato conseguenze simili a quelle verificatesi sulla Diamond Princess, avremmo pensato alla possibilità di un migliaio di casi, e di decine di morti, in poche settimane. Nel 2019, si erano verificati tre casi in tutto.

Spaventati dall’arrivo della crisi, con alcuni amici mandammo una lettera aperta, non firmata, al sindaco Bill de Blasio, con la richiesta urgente di provvedimenti per la pandemia in città, tra i quali interventi mirati alla riduzione dei detenuti. Il sindaco decise soltanto di abolire la parata del Giorno di San Patrizio; malgrado lo stato di emergenza, era riluttante a introdurre cambiamenti nelle attività e nella routine delle persone.
Il primo caso di COVID all’Isola di Rikers fu comunicato la sera del 17 marzo. Gli ospedali dello stato si stavano già riempiendo e Rikers Island era l’epicentro della pandemia. Le ambulanze attraversavano il ponte di continuo e io e i miei colleghi diagnosticavamo molti più casi tra i detenuti rispetto al resto della popolazione. Ogni mattina, osservavo i grafici dei nostri pazienti ospedalizzati e aggiornavo i miei capi via mail.
Tutti avevamo un cambio di vestiti in macchina da indossare all’interno della prigione.

Babybangz: Black Power in Hair

via Corriere della Sera

Tuttavia, anche quando i funzionari municipali furono più ricettivi rispetto alla possibilità di svuotare le carceri, non fu facile far uscire i nostri pazienti. Prima della pandemia, avevo già lavorato in un centinaio di casi nel tentativo di liberare persone affette da malattie terminali, sulla base del fatto che il detenuto era già gravemente ammalato e volevamo evitare decessi in carcere. Ma ora la situazione era diversa: stavamo sostenendo il rilascio anticipato di persone relativamente sane, in vista di una potenziale malattia. L’ufficio del sindaco chiese alla nostra agenzia di avere degli elenchi di chi, secondo le nostre stime, era più meritevole di rilascio immediato. Chi stava per ammalarsi e morire? Chi, tra coloro che scontavano pene importanti, era veramente a rischio?

Potevo classificare i detenuti con malattie croniche e condanne per crimini violenti in termini di urgenza, chi doveva essere rimandato a casa dalla propria famiglia? Non potevo, era un compito assurdo, che portava via molto tempo, impossibile da portare a termine. Non avevo la sfera di cristallo e non potevo fornire al municipio le valutazioni definitive che voleva.
Spesso è questo il problema dell’impegno nella scarcerazione su vasta scala: il supporto di sindaci, governatori e procuratori distrettuali progressisti sarebbe potuto essere utile, ma quando si tratta di buttar giù una lista di nomi e garantire le richieste, tutti esitano.

via repubblica.it

Durante la prima ondata della pandemia, in carcere si verificarono solo tre decessi per COVID: una tragedia e, al tempo stesso, un sollievo. A maggio pensammo che il peggio fosse passato. Ero esausta, ma anche fiduciosa che la città potesse progredire in direzione di un sistema carcerario più snello e giusto, come era stato promesso. Ma l’estate portò un deciso rovesciamento della situazione. Le proteste seguite all’uccisione di George Floyd provocarono nuove ansie sul crimine e aumentarono le tensioni tra la comunità e la polizia. La violenza armata e gli omicidi stavano aumentando in tutto il paese. I rilasci dei prigionieri rallentarono e le carceri iniziarono a riempirsi: durante la pandemia, i tribunali operavano con organici ridotti, così i detenuti restavano in prigione più a lungo. I nostri pazienti, molti dei quali avevano perso persone care a causa del virus, erano traumatizzati, agitati e sconfortati perché i loro casi andavano per le lunghe senza risolversi.

George Floyd, via Rai News

Quando la seconda ondata di COVID colpì New York City, alla fine del 2020, non ci furono scarcerazioni. Gli uffici dei procuratori generali sembravano stanchi di sentirsi dire che non potevano mandare la gente in prigione.
A dicembre sarei andata in congedo per maternità. La settimana dopo il Ringraziamento, andai in infermeria a salutare i miei pazienti preferiti, dicendo loro che speravo di non trovarli più lì quando sarei tornata dopo sei mesi, ma erano molto scoraggiati. Uno era paralizzato e costretto a letto, con tre figli che lo aspettavano a casa, l’altro era recentemente tornato a Rikers dopo un periodo passato in un centro ICE (Immigration and Customs Enforcement) dove si era trovato molto male, perché pensava che li volessero farli morire lì.

Nella prima metà del 2021, i tassi di COVID nelle prigioni di New York restarono pari o più bassi rispetto a quelli della popolazione, probabilmente a causa di una combinazione di immunità naturale e severe misure di contrasto all’infezione. L’impatto del virus fu principalmente avvertito con gli effetti collaterali. Gli istituti penitenziari del paese, incluso il nostro, aveva interrotto le visite, tagliato la programmazione delle attività e impedito la presenza di persona nei tribunali.

Tornai quell’estate, giusto in tempo per l’ondata della variante Delta, quando i vaccini erano disponibili, ma poco utilizzati dai detenuti. Il commissario Dermot Shea del N.Y.P.D. protestava continuamente contro la diminuzione della custodia cautelare a fronte alla crescita dei crimini, pur se smentito dai dati, e il sindaco lasciava fare. I politici progressisti si trovarono nella posizione di difendere riforme precedenti della giustizia penale, attaccati da critiche contro la riforma sulla cauzione e le politiche avviate durante la prima ondata della pandemia.

Nel frattempo, nelle prigioni dilagavano caos e violenza, con un aumento di episodi di autolesionismo, suicidi e overdose di droga. Un supervisore federale nominato dal Dipartimento di Giustizia osservò “un deterioramento dei protocolli minimi di sicurezza e la mancanza dei servizi e della protezione di base”. Alla fine dell’estate del 2021, l’infezione da COVID si diffuse di nuovo, innescata da una crisi di sovraffollamento, con centinaia di uomini tenuti a stretto contatto per giorni senza ricevere cure mediche.

Una mattina feci un giro con un assistente sociale della mia squadra, Justin Butler, che rimase scioccato da ciò che vide: gabbie con centinaia di uomini, per la maggior parte neri, in mezzo a urina e feci, con le braccia attaccate alle sbarre, che chiedevano aiuto. Un’infermiera ci mostrò una doccia trasformata in cella di isolamento, dove il venticinquenne Brandon Rodriguez si era suicidato la settimana precedente.

Lasciai infine il lavoro a gennaio di quest’anno. Non ero più motivata e mi sentivo in colpa nel salutare i miei pazienti, e ancora di più i miei coraggiosi e talentuosi colleghi. Ma con quell’isola avevo chiuso.

5 risposte a "La delusione di un medico di Rikers Island"

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    1. Come ho già detto altrove, un paese civile si giudica anche per il trattamento che riserva ai più deboli.
      E i carcerati lo sono.
      Lo dico per esperienza, perché ho lavorato in un’Associazione che se ne occupava.

      "Mi piace"

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