Gorbaciov voleva riformare il sistema, non abbatterlo

Nessuno, a parte l’ultimo leader dell’Unione Sovietica, morto all’età di 91 anni, poteva riportare in vita l’eterno dibattito sul ruolo dell’individuo nella storia. I grandi cambiamenti sono causati da impersonali fattori strutturali o dalle singole scelte di persone influenti?

da un articolo di Alexander Titov (*)
Valigia Blu, 2 settembre 2022

Ancora oggi gli storici dibattono animatamente sul crollo sovietico. Alcuni evidenziano i problemi strutturali a lungo termine dell’URSS: la mancanza di legittimità popolare del governo sovietico, il ribollire di tensioni etniche, fino all’incapacità cronica dell’economia di comando nel soddisfare la crescente domanda dei consumatori e di tenere il passo con la crescita dell’Occidente.
Allo stesso tempo, quando Gorbaciov nel 1985 salì al potere c’era ancora un sistema piuttosto solido che conteneva il dissenso e manteneva la parità militare con l’Occidente. Nulla faceva pensare che il crollo dell’intero sistema fosse inevitabile da lì a sei anni.

Gorbaciov diede il via a riforme economiche investendo ingenti somme nell’industria pesante, insieme a una parziale liberalizzazione del piccolo commercio e a un contestato giro di vite sul consumo di alcol. Ma queste decisioni erano in fin dei conti mezze misure. Tuattavia, le riforme economiche di Gorbaciov hanno minato il rigore dell’economia di comando e il nuovo sistema di mercato non riuscì a decollare. L’origine delle vaste ricchezze illecite, legalizzate sotto Boris Eltsin, si deve alla perestrojka, alla sua ristrutturazione del sistema economico.

Trovandosi di fronte a gravi difficoltà economiche, aggravate dal crollo dei prezzi del petrolio, Gorbaciov decise di concentrarsi sulle riforme politiche. L’obiettivo era quello di dare maggiore legittimità al sistema sovietico attraverso una parziale democratizzazione. Gorbaciov ha sempre pensato che le sue riforme fossero minacciate dai conservatori all’interno dell’apparato sovietico. Furono tuttavia i democratici guidati da Elstin a distruggerlo.

Gorbaciov si ritrovò tra l’incudine e il martello. Le sue riforme erano eccessive per i conservatori, troppo modeste per i democratici. Creò la carica di presidente per preservare il suo potere mentre l’autorità del Partito comunista era sempre più minata dai dibattiti pubblici, dalle rivelazioni sul passato sovietico e dalla crescita dei movimenti nazionali nelle repubbliche etniche. Ma non osò mai affrontare un’elezione popolare e, di conseguenza, mancò sempre di legittimità popolare; un risultato ironico, trattandosi dell’obiettivo delle sue riforme politiche.
Eltsin, invece, ottenne un mandato popolare con oltre l’80% dei voti nelle elezioni russe del 1989. Emerse come centro di potere alternativo con la missione di distruggere Gorbaciov, anche se ciò implicava la dissoluzione dell’URSS.
Col senno di poi, sembra che Gorbaciov ignorasse semplicemente come funzionava il sistema sovietico.
È emerso come segretario generale in uno snodo cruciale, quando il sistema sovietico si trovava a un bivio. E involontariamente ha fatto pendere la bilancia verso il crollo. Voleva riformare e migliorare il sistema sovietico, e invece lo ha portato alla sua totale disintegrazione.

La fine della Guerra fredda

Lo stesso senso di fallimento incombe anche sulla politica estera di Gorbaciov. È qui che si riscontra un enorme divario tra la percezione occidentale e quella russa del periodo in cui è stato in carica. All’inizio degli anni Ottanta, in Europa ci fu un enorme sviluppo di armi nucleari, con nuovi missili a raggio intermedio schierati sia dall’URSS che dagli Stati Uniti. Il richiamo al cosiddetto “impero del male” di Ronald Reagan nei confronti dell’Unione Sovietica rifletteva le tensioni e lo scarso spazio per i compromessi.
Gorbaciov cambiò questo scenario. Invece di uno stallo nucleare a somma zero, voleva una nuova sicurezza, basata su interessi condivisi e valori comuni. Invece di una sicurezza fondata sulla distruzione reciprocamente assicurata, Gorbaciov ne propose una costruita sulla fiducia reciproca. Come per le riforme interne, l’obiettivo non era di rinunciare al potere sovietico, ma di preservarlo con nuovi presupposti.

Immagine: Getty Images

Con gli Stati Uniti furono negoziati trattati chiave per la riduzione degli armamenti, tra cui il trattato INF del 1987, che eliminò tutti i missili a raggio intermedio, e il trattato START 1, che ridusse drasticamente gli arsenali nucleari statunitensi e sovietici, firmato nel 1990.

Immagine: Ansa


Nel 1988, Gorbaciov annunciò persino una riduzione unilaterale di 500.000 truppe sovietiche di base in Europa. In Europa orientale, il leader sovietico favorì la “Dottrina Sinatra” (che deve il nome dall’interprete di “My way“), permettendo ai paesi satellite di fare le riforme senza ingerenze, “a modo loro”, e rifiutando di sostenere con la forza i regimi comunisti contrari a riformarsi a loro volta. Si aspettava che i governi socialisti riformati sarebbero sopravvissuti con una nuova legittimità, ma si trattava di un grossolano equivoco sulla natura di quei regimi, mantenuti dalle forze sovietiche e con scarso consenso locale.
Il crollo del Muro di Berlino e la successiva unificazione tedesca misero l’ultimo chiodo sulla bara della Guerra fredda. È questa eredità che continua a irritare i leader russi, da Eltsin a Putin.

via freeskipper.altervista.org

Gorbaciov godeva di una notevole influenza grazie alla giurisdizione sovietica in Germania e alle truppe stanziate nel paese. I tedeschi avevano bisogno della cooperazione sovietica per l’unificazione ed erano disposti a dare molto in cambio, tra cui il promettere “non un centimetro a est” per la NATO dopo la riunificazione. Ma Gorbaciov fallì totalmente nell’usare la sua posizione e nello strappare garanzie vincolanti sulla futura espansione militare. I leader russi che gli sono subentrati – così come lo stesso Gorbaciov nelle sue memorie – hanno poi accusato l’Occidente di tradimento.
L’idealismo di Gorbaciov in politica estera, con la sua enfasi sugli interessi reciproci e sui valori comuni, funziona solo se entrambe le parti condividono in egual misura queste prospettive.
A differenza delle sue controparti occidentali, che sapevano esattamente cosa volevano (una riunificazione della Germania alle loro condizioni, tagli agli armamenti, nucleari e convenzionali, mantenendo la libertà di espandere la NATO più a est), Gorbaciov semplicemente non sapeva cosa volesse al di là di una grande visione di pace mondiale. Alla fine, si limitò a prendere tempo e a continuare a chiedere a tedeschi e americani più soldi, sperando che i molteplici problemi si risolvessero in qualche modo da soli.
Non sorprende che la fine della Guerra fredda sia vista in Occidente come una vittoria, come proclamato da George Bush nel gennaio 1992. Gorbaciov voleva una nuova sicurezza internazionale, basata su interessi reciproci e valori comuni, ma ha concluso la Guerra fredda con il manto della sconfitta sulle spalle del paese da lui guidato.

Mikhail Gorbaciov a Vilnius, 1990
Immagine: LaPresse

L’eredità di Gorbaciov

È complicato valutare Gorbaciov, considerando che la maggior parte delle cose che si era proposto di fare non hanno funzionato. Gli va riconosciuto il merito delle conseguenze non volute delle sue riforme?
Molti hanno beneficiato delle politiche di Gorbaciov, soprattutto i paesi dell’ex blocco orientale che hanno potuto finalmente ricongiungersi al loro posto naturale in Occidente, nell’Unione europea e nella NATO.
Anche molte persone nell’ex URSS – me compreso – hanno beneficiato della nuova libertà e delle opportunità offerte dalla perestrojka e dal crollo sovietico. Ma per molte altre persone la dissoluzione alla fine degli anni Ottanta e negli anni Novanta ha rappresentato un’enorme difficoltà.
I russi godono ancora di ampie libertà economiche e personali che erano inimmaginabili sotto l’URSS, ma sono anche governati da un nuovo regime autoritario, ancora popolare, con libertà politiche che vanno sempre più riducendosi. Si sarebbe potuto ottenere lo stesso risultato senza il trauma del crollo e della transizione degli anni Novanta? Probabilmente no, ma molti non saranno d’accordo.

La sicurezza internazionale è stata rafforzata dal punto di vista dell’Occidente, poiché ora i russi combattono sul Dnipro in Ucraina invece di tenere la linea sull’Elba in Germania. Ma le possibilità di un’escalation in una guerra diretta tra la Russia e la NATO sono molto più alte ora che durante tutta la guerra fredda: le “linee rosse” sono sfumate, mentre in Ucraina c’è essenzialmente una spirale di escalation militare incontrollabile.
E qualsiasi conflitto diretto con la NATO è molto probabile che implichi – data l’inferiorità della Russia negli armamenti convenzionali – l’uso di armi nucleari tattiche. Tutto questo dopo gli enormi tagli agli armamenti nucleari effettuati alla fine degli anni Ottanta, che avrebbero dovuto essere l’eredità principale di Gorbaciov.
Non è del tutto sorprendente che l’attuale successore di Gorbaciov al Cremlino creda solo nella pura forza come argomento definitivo nelle relazioni internazionali. Anche questa è una vera tragedia.
Sul piano interno, l’atteggiamento di Putin è plasmato dagli errori attribuiti a Gorbaciov. Le riforme e la liberalizzazione possono portare al collasso dello Stato, e questo è accaduto due volte nella Russia del XX secolo: nel 1917 e nel 1991. Quindi, grazie anche a Gorbaciov, Putin ritiene che non perdere il controllo sia la chiave per la sopravvivenza dello Stato e del regime.

Gorbaciov è ancora un enigma per me – non ultimo per il contrasto tra l’astuzia con cui ha raggiunta la vetta e, una volta in cima, la totale ingenuità verso il sistema sovietico nel suo complesso e verso il potere nelle relazioni internazionali. Eppure ha fatto crollare l’URSS e senza di lui la Guerra fredda non sarebbe finita.
Il miglior riassunto dell’eredità di Gorbaciov viene da uno dei suoi più stretti collaboratori: era bravo come messia, ma ha perso come politico.


(*) Alexander Titov insegna Storia dell’Europa moderna alla Queen’s University Belfast.

Questo articolo è una traduzione dell’originale – rieditato in estratto – pubblicato in inglese su The Conversation con licenza Creative Commons.

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