La triste eredità di Gorbačëv

La morte del presidente le cui riforme portarono alla caduta dell’Unione Sovietica e alla fine del comunismo in Europa orientale e centrale ha incontrato espressioni di elogio, almeno in Occidente.

da un articolo di Jon Henley
The Guardian, 31 agosto 2022
(con qualche ricordo personale,
appena aggiornato, di Mosca
)

Immagine: AP Photo/Boris Yurchenko, via editorialedomani.it

I leader più calorosi hanno reso omaggio a Gorbačëv come a un capo di stato “unico nel suo genere”, che con “coraggio e convinzione ha posto fine alla guerra fredda” e il cui “impegno per la pace in Europa ha cambiato la nostra storia comune”. È stato descritto come un personaggio “raro” e “imponente”.

In Russia, invece, la reazione è stata molto più fredda, e la cosa non sorprende, perché per l’attuale presidente Vladimir Putin la fine dell’URSS resta una “vera tragedia” e “la maggior catastrofe geopolitica del secolo”.
Putin è l’anti-Gorbačëv. Dove il primo perseguiva la glasnost (apertura) e la perestroika (ricostruzione) e cercava una distensione con Washington, Parigi e Londra, l’ultimo guida un regime brutalmente autoritario in un contesto di guerra semi-dichiarata con l’Occidente. Quindi la sanguinosa invasione dell’Ucraina da parte di Putin potrebbe essere vista come il colpo di grazia al sogno di Gorbačëv, quello di una Russia che “desse ai cittadini la possibilità di respirare” e di “una grande riconciliazione tra est e ovest.

Benvenuti alla “fine dell’abbondanza”

Nella settimana in cui l’Ucraina alla fine ha lanciato la sua controffensiva contro le forze russe nel sud (con risultati non proprio sicuri), nelle capitali europee crescono le preoccupazioni su un grave aumento dei prezzi dell’energia.
In Francia, Emmanuel Macron ha detto ai cittadini di prepararsi alla “fine dell’abbondanza”; la Germania ha approvato una legge che limita il riscaldamento negli edifici pubblici all’interno di un percorso nazionale su vasta scala per risparmiare energia; il capo della Shell dice che dovremmo aspettarci diversi inverni difficili.

La Commissione Europea, nel frattempo, ha dichiarato che sta lavorando incessantemente sulle misure urgenti a favore dei consumatori e sulla fondamentale riforma dei mercati energetici europei, che forse includerà lo scorporamento dei prezzi dell’energia elettrica da quelli del gas, in vista di un vertice di emergenza previsto per la prossima settimana.

Quasi a sottolineare la portata della minaccia per il prossimo inverno, la Russia ha chiuso il vitale gasdotto Nord Stream 1 verso l’Europa per tre giorni, adducendo come motivo una necessità di riparazioni. Allacciamo le cinture, questo autunno faremo un bel viaggio.


Raccontino personale.

Mosca, Hotel Ucraina

A proposito di viaggi, mi fa piacere raccontare alcuni particolari di una nostra sosta a Mosca nel 1988 (subito dopo l’introduzione della glasnost): tornavamo da Nuova Delhi con Aeroflot ed era “obbligatorio” fermarsi” per circa 4 giorni. Sul serio.
Ma noi ne fummo contenti. Quelli che mi sono rimasti più impressi sono gli episodi divertenti o strani di questo breve soggiorno, e chissà quanti ne ha persi la mia memoria nel frattempo [ovviamente, abbiamo visto e visitato i luoghi “seri” più importanti].

Eravamo con una coppia di amici e arrivammo all’alba. Era previsto che poi un pullman ci avrebbe condotto in città, ma prima “dovevamo” fare colazione. Ora, questa veniva servita ogni ora precisa; né un minuto prima, né uno dopo. Perdemmo per poco quella delle 5 perché i nostri bagagli non erano usciti sul nastro trasportatore e il nostro amico buttare di soppiatto nella sala apposita per prenderli.
Ma a quel punto non era possibile prendere direttamente il pullman, quindi dovemmo aspettare la colazione delle 6 e, dopo, risultò che il pullman era già partito, quindi fummo costretti a prendere un taxi per quello che allora si chiamava Hotel Ucraina (toh…), un bellissimo grattacielo anni ’50 in riva alla Moscova.

La sera fummo accompagnati a cenare. Entrando nel primo salone, sontuoso (di quelli tipici dei ristoranti che a quei tempi bisognava prenotare diversi mesi prima), ci sentimmo molto a disagio, ma scoprimmo subito che non era quella la nostra destinazione. La seconda sala era già più normale e ci sentimmo “a posto”, ma il nostro posto non era neanche lì. Ci fecero proseguire fino a una lunga tavolata posta nel sottoscala di un sotterraneo e ci diedero delle polpettazze piene di cipolla.

L’albergo però era meraviglioso (di solito, ai turisti come noi, veniva riservato l’Hotel Cosmos: lontano e inguardabile). Ogni pianerottolo era bello, in stile un po’ vecchiotto, e grandissimo, così come le camere, e tenuto d’occhio da una specie di portiere un po’ inebetito ma disponibile.

Dal giorno dopo, cominciammo a cercare mezzi di sostentamento più appetibili, ma trovavamo solo enormi bar completamente bianchi che vendevano solo succo di mela, o qualche raro negozietto scalcagnato.
A un certo punto, sulla famosa via Arbat, individuammo una panetteria.
Il nostro amico sosteneva di sapere leggere, più o meno, i caratteri cirillici, ma non fu lui a mettersi in fila. Erano tutte donne e mio marito, che aveva imparato a memoria il presunto nome di un filone di pane. Quando arrivò il suo turno, pronunciò il nome che, evidentemente, suonava alquanto strano, e da dietro il bancone lo guardarono come se fosse un mezzo matto. Lui però insisteva e a gesti condusse una commessa nel punto dove si trovavano vari tipi di pane e su indicazione a mezzo dito-puntato lei capì cosa voleva. A quel punto tutte, clienti e commesse, scoppiarono in una fragorosa risata collettiva, di cui però non abbiamo mai saputo il motivo. Immediatamente fuori, in strada e in piedi, smembrammo il filone di pane, dividendocelo non troppo equamente, come se non mangiassimo da mesi.
Solo un giorno che ci separammo dai nostri amici trovammo fortunatamente un chioschetto all’aperto che vendeva carne grigliata (spiedini, ecc.): eravamo stupefatti ma ci abboffammo a dovere.

Per tornare in albergo – siccome nessuno spiccicava mezza parola d’inglese (tranne i cambiavalute clandestini e i venditori di “caviale” per strada) – facevamo tanti di quei chilometri a piedi per paura di prendere la metropolitana…! Soprattutto per colpa mia.

Trovammo poi un bellissimo negozio di musica, dove non si capiva niente, ma l’amico che “conosceva i caratteri cirillici” comprò un po’ di LP di Jazz, a suo dire rarissimi e bellissimi che, il giorno della partenza, avrebbe purtroppo dimenticato sul pullman. Anche noi ne comprammo uno che, in occasione di questo ricordo, siamo andati a recuperare.


Anche al Museo della Rivoluzione dovemmo affidarci solo alle immagini. Nessuna didascalia.

Le vetrine dei grandi magazzini facevano impressione: saranno state 30 m x 10, ed erano occupate unicamente da grandiose piramidi (perfette) di scatolette di tonno.

Ah, avendo cambiato illegalmente qualche soldo (immagino dollari, perché non credo che le rupie o le lire fossero poi così appetibili) con un po’ di rubli a un tasso decisamente vantaggioso, ma non sapendo né come né dove spenderli, finimmo per uscire dal Paese con più soldi di quando ci eravamo entrati…

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2 risposte a "La triste eredità di Gorbačëv"

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