Cosa voleva Bob Dylan a 23 anni

Un ritratto dell’artista che cerca di superare le canzoni di “accusa” e di trovare una nuova voce. Malgrado la sua critica sociale, Dylan è contrario a una causa ben definita: “Non faccio parte di alcun Movimento”, dichiara.

da un articolo di Nat Hentoff,
Archivio The New Yorker, 16 ottobre 1964
– in fondo, una scultura di Bob Dylan. da Artribune

Immagine: Photograph by Richard Avedon / © The Richard Avedon Foundation, via The New Yorker

“Folk music” era riferito a una comunità rurale omogenea, con una sua tradizione musicale creata anonimamente. Nessuno componeva un brano: si evolveva attraverso le generazioni che se ne prendevano cura. Tuttavia, negli anni recenti [ricordiamoci che l’autore dell’articolo sta scrivendo nel 1964! NdFa] , la musica folk è diventata sempre più un prodotto decisamente personale, e protetto da copyright, di creatori specifici, spesso cresciuti in città, convertitisi al genere folk, che dopo un periodo in cui provano a imitare i modelli rurali seguendo il vecchio modo di creare questa musica, scrivono ed eseguono le proprie canzoni.
I giovani irrequieti che hanno sostenuto l’ascesa di questo tipo di musica negli ultimi anni guardano a due esecutori come ai loro maggiori portavoce.
Una è la ventitreenne Joan Baez, che non scrive i suoi pezzi ed esegue in gran parte canzoni nate dalla tradizione comune. Eppure Baez lo fa opponendosi ai pregiudizi raziali e al militarismo, e canta alcune delle migliori canzoni su questi temi. Inoltre, la sua voce pura e penetrante, i suoi modi aperti e onesti simbolizzano per i suoi ammiratori un’isola felice di integrità in una società che l’autrice di canzoni folk Malvina Reynolds ha descritto in uno dei suoi brani come “piccole scatole”.
Il secondo, e più influente, nel microcosmo della musica folk è Bob Dylan, anche lui ventitreenne. Il suo impatto è stato maggiore perché lui scrive le canzoni e le esegue. Brani come “Blowin’ in the Wind,” “Masters of War,” “Don’t Think Twice, It’s All Right,” e “Only a Pawn in Their Game” sono diventate parte del repertorio di molti altri esecutori, inclusa la stessa Baez, che ha dichiarato: “Bobby esprime quello che io e molti altri giovani sentiamo e vogliamo dire. La maggior parte delle canzoni di ‘protesta’ sulla bomba, sul pregiudizio razziale e sul conformismo sono stupide, non hanno bellezza. Ma le canzoni di Bobby sono potenti come la poesia e la musica. E come canta, quel ragazzo!”
L’impatto di Dylan è dovuto anche alla forza particolare della sua personalità. Segaligno, teso e ‘ragazzino’, sembra una combinazione di Huck Finn con un giovane Woody Guthrie. Non solo sul palcoscenico, sembra non riuscire a contenere la sua prodigiosa energia. Pete Seeger, che, a quarantacinque anni, è uno dei più vecchi della musica folk americana, ha detto: “Dylan potrebbe diventare il più creativo cantastorie del paese, se non esplode.”

via thevision.com

Dylan si veste sempre in modo informale e possiede poche cose, la più pesante delle quali è una motocicletta: un girovago spesso per le strade in cerca di esperienze. “Puoi scoprire molto di una piccola città nella sua sala da biliardo”, dice. Come Baez, preferisce dedicare la maggior parte del tempo a se stesso. Lavora solo occasionalmente, e per il resto dell’anno viaggia o va a trovare il suo manager, Albert Grossman, in Bearsville, New York – una piccola città vicina a Woodstock e circa 160 km a nord di New York City. Lì scrive canzoni, lavora sulle poesie, sul teatro, sui romanzi, gira in moto e parla con gli amici. A volte va a New York per le registrazioni con la Columbia Records.

Qualche settimana fa, Dylan mi ha invitato a una sessione di registrazione che doveva cominciare alle sette di sera in uno studio della Columbia. […] Prima che arrivasse, il produttore, o direttore di registrazione, rispondendo a una mia domanda mi disse che aveva qualche difficoltà a inculcargli la tecnica dei microfoni. Si entusiasmava e si muoveva molto, per poi fermarsi troppo lontano. A parte questo, il suo principale problema con lui era creare il tipo di ambiente in cui si sentisse rilassato. Quella sera avrebbero registrato un album completo in una volta sola. Bob, di solito, non faceva programmi sulle date di registrazione, quindi era importante cogliere quell’occasione.

Alle sette e cinque è arrivato Dylan con una custodia malconcia per chitarra. Aveva gli occhiali scuri ed era ovvio che i suoi capelli, biondo-scuro e ricci, non fossero stati tagliati per diverse settimane. Aveva i jeans, una maglia nera e desert boots. Era accompagnato da una mezza dozzina di amici, tra i quali Jack Elliott, un cantante folk della tradizione di Woody Guthrie, anche lui vestito allo stesso modo ma con una camicia di velluto a coste marrone e un cappello da cowboy. Aveva portato due bottiglie di Beaujolais, che passò a Dylan il quale le mise con cura su un tavolo vicino allo schermo. Dylan aprì la custodia della chitarra, ne estrasse il contenitore di un’armonica legato con una corda, se la appese al collo e quindi si avvicinò al piano, cominciando a suonare.

Dylan arrivò nella sala di controllo sorridendo. Malgrado sia un accanito accusatore della società nel suo complesso, la sua principale caratteristica quando non è sul palco è la gentilezza. Parla rapidamente ma delicatamente, e sembra molto ansioso di essere chiaro. “Stasera ne faremo una buona,” disse a Wilson. “Lo prometto.” Si girò verso di me e continuò: “Qui non ci sono canzoni accusatorie. Dei dischi che ho già fatto mi prendo la responsabilità, ma alcune parti erano per farsi sentire e molte perché non vedevo nessuno che facesse quel tipo di cose. Ora le fanno in molti, ma io non voglio più scrivere per la gente. D’ora in poi voglio scrivere cose che vengono da dentro di me, e ricominciare a scrivere come quando avevo dieci anni, lasciando che tutto esca fuori naturalmente. Il modo in cui mi piace scrivere deve somigliare al modo in cui cammino o parlo.”

via thevision.com

[…] Arrivò un suo amico, con tre bambini dai quattro ai dieci anni, che si misero a scorrazzare per lo studio finché Wilson insistette che venissero portati nella sala di controllo. In dieci minuti al massimo, Wilson aveva controllato il bilanciamento dei suoni secondo il suo gradimento, gli amici di Dylan si erano seduti lungo i muri dello studio e Dylan si era dichiarato pronto – anzi, impaziente – di cominciare. Wilson, nella sala di controllo, era chino in avanti con un cronometro in mano. Dylan fece un bel respiro, tirò indietro la testa e si immerse in una canzone accompagnandosi con chitarra e armonica. La prima registrazione era andata; la seconda era sia più rilassata, sia più intensa. A quel punto, Dylan, sorridendo, apparve chiaramente fiducioso nella sua capacità di registrare un intero album in un’unica serata.


Situato nel mezzo della Provenza, tra la storica città di Aix-En-Provence e il Luberon National Park, Château La Coste è un vigneto dove vino, arte e architettura convivono in armonia. Da quando ha aperto al pubblico nel 2011, la tenuta permette di scoprire 40 grandi opere d’arte contemporanea installate permanentemente all’aperto e 5 spazi della galleria, offrendo un’esperienza unica nel cuore dei suoi 500 acri. 

Rail Car by Bob Dylan, Château La Coste

Dylan ha dichiarato al Guardian che l’opera d’arte “rappresenta la percezione e la realtà allo stesso tempo … tutto il ferro è ricontestualizzato per rappresentare pace, serenità e immobilità“. E ha aggiunto: “Racconta le illusioni di un viaggio, piuttosto che la sua contemplazione“. Le ferrovie sono una caratteristica ricorrente nella pittura di Dylan, che ne ha scritto anche nel suo libro di memorie, Chronicles: Volume One: “Ho visto treni fin da piccolo e mi hanno sempre fatto sentire al sicuro. I grandi vagoni merci, i vagoni del minerale di ferro, i treni passeggeri, i vagoni Pullman. Non c’era posto in cui andare nella mia città natale senza aspettare agli incroci che lunghi treni passassero“.

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