Salvare i giornali dalla droga del clickbait

Quali alternative alla pubblicità online? Quella rincorsa con il clickbait ha portato pochi ricavi e tanti danni. Meglio quindi guardare ad altre forme di guadagno: paywall, brand journalism e crowdfunding.

da un articolo di Luca Scarcella
Agenda Digitale,13 settembre 2021

Immagine: via insidemarketing.it

Secondo il Digital News Report 2021, l’ultima analisi di Reuters Institute sul mercato dell’informazione in Italia, la fruizione di notizie sulle edizioni cartacee dei giornali continua a diminuire.
Infatti, solo il 18% degli intervistati dichiara di utilizzare fonti di stampa settimanalmente (nel 2013 era il 59%). La percentuale di fruizione di notizie online rimane stabile al 76%, ma solo il 13% di esso paga un abbonamento.
Questo dato, incrociato con quello della crescita lenta dei ricavi da pubblicità online, restituisce una situazione economica tutt’altro che rosea per l’informazione nel nostro Paese.

Il guadagno pubblicitario basato sul “pay per click” e “impression” ha generato quel mostro chiamato “clickbait”: titoli fuorvianti, sensazionalistici, che puntano sulla massiva condivisione social mediale facendo leva sui sentimenti. Insomma, il populismo in salsa giornalistica. Questo comportamento non ha però generato i flussi di guadagno sperati, ma ha soltanto abbassato la qualità generale dell’informazione. Quali possono essere, dunque, le soluzioni?


L’Oxford Dictionary definisce Clickbait [“esche da click”] qualsiasi «contenuto il cui scopo principale è attrarre l’attenzione e spingere i lettori a cliccare sul link di una determinata pagina web». Giornali e siti d’informazione, così, sfruttano il clickbaiting per rendere appetibili i loro contenuti, di qualsiasi tipo essi siano, e rubare click ai competitor.
[…] È dall’arte della pubblicità, del resto, che l’informazione ha imparato a usare titoli esca. Come chi scrive gli headline delle campagne pubblicitarie, infatti, hanno un compito ben preciso: attirare il destinatario del messaggio, incuriosirlo, suggerirgli qualcosa senza dirglielo e farlo arrivare solo alla fine al contenuto vero e proprio, che sia il copy dell’annuncio pubblicitario, il prodotto, ecc.
Chi fa clickbait, insomma, obbedisce al principio che, ancora in ambito pubblicitario, è conosciuto come curiosity gap.

Fonte: insidemarketing.it


I paywall, fatti bene

via gmde.it

Un paywall è, proprio come dice la parola, un “muro” che si erge davanti ai contenuti online di un giornale, e lo si può “abbattere” pagando quel che viene richiesto. È la trasposizione digitale dei tradizionali abbonamenti ai giornali.
Ci sono giornali che offrono solo contenuti a pagamento (hard paywall), mentre il 45% delle maggiori testate online del mondo utilizza i paywall freemium (o soft paywall), ossia propone dei contenuti gratuitamente, e altri – ritenuti di più alta qualità – previo pagamento.
Altri quotidiani e magazine utilizzano invece la strategia di dare un numero stabilito di contenuti gratuiti per poi sbloccare il paywall (metered paywall) e continuare a leggere altri articoli.
Naturalmente, esistono casi in cui si combinano diversi modelli a seconda della sezione del sito d’informazione.
Alcuni paywall creati non proprio a regola d’arte sono facilmente aggirabili grazie a estensioni di Google Chrome e a poche righe di codice da incollare in esse: la piattaforma GitHub è piena di questi esempi.

Questo modello di revenue stream non può considerarsi efficace, ma è sicuramente uno strumento in più per raccogliere denaro oltre alla pubblicità. Tra i casi di successo troviamo l’emittente finlandese pubblica Yle News, che ha lanciato un’applicazione mobile basata sul machine learning. Si chiama Voitto, ed è un assistente intelligente che impara da come l’utente utilizza il proprio smartphone e da come interagisce con le notizie.
Inoltre, il lettore può dare feedback all’app, per migliorare la propria esperienza. Con Voitto, Yle News ha anche dimostrato come sia possibile migliorare le metriche degli abbonamenti a siti d’informazione, dove i paywall riconoscono i gusti dell’utente e creano offerte ad hoc.
Un altro sapiente utilizzo del machine learning per la costruzione di paywall efficaci è quello della svizzera NZZ (Neue Zürcher Zeitung). Il sistema si basa su centinaia di criteri, e impara dal comportamento dei lettori, usando anche comuni tecniche di web marketing come gli A/B test. Grazie a questo sistema, ha aumentato il tasso di conversione di ben cinque volte, e oggi ha sfondato abbondantemente il tetto dei 200 mila abbonati.


Il brand journalism

Un’altra via per un modello di business sostenibile di una testata editoriale è rappresentata dal brand journalism. L’intento è creare dei contenuti giornalistici in collaborazione con aziende, che pagano per articoli che veicolino la propria storia, i propri valori e soluzioni. Due testate italiane che basano la loro crescita su questi lavori sono Freeda e Will: siti che sono landing page, e informazione veicolata attraverso i social media.

Una sorta di punto d’incontro tra questi due esempi e le classiche testate giornalistiche è rappresentato dal portale d’informazione francese Brut, anch’esso partito solo sui social media puntando sui video, ed è cresciuto talmente tanto che da quest’anno ha lanciato una propria piattaforma di streaming, BrutX.

Il brand journalism è diverso dal content marketing, pratica molto più usata dalle testate editoriali italiane, e di cui sono esempi i classici articoli dei black friday sponsorizzati dalle varie piattaforme e-commerce.


Il crowdfunding

via crowdsourcinginjournalism.com

Le raccolte fondi sono uno strumento efficace sotto molti punti di vista, e ogni lettore che vuole essere coinvolto offre quanto vuole e può. I punti di forza di questo sistema sono la costruzione di una community, fortemente interessata a ricevere articoli proprio da quel giornale, il rafforzamento di un rapporto di fiducia, e l’indipendenza da altre fonti discutibili, come la pubblicità.

Oggi, come in passato, il crowdfunding è stato usato sia per finanziare l’apertura di un giornale, sia per il suo mantenimento: sul database online The Membership Puzzle Project è possibile vedere quali testate nel mondo stanno utilizzando questo sistema, e in che modo (riporta anche quali utilizzano gli abbonamenti classici), e si possono inoltrare suggerimenti per aggiungere altri magazine o quotidiani.

Celebre il caso del britannico The Guardian, che per l’inchiesta Break the Cycle, sull’uso delle armi negli Stati Uniti, chiese sostegno ai lettori. Più recente, invece, l’iniziativa giornalistica della reporter americana Jessica Yellin, che con il suo “News Not Noise” ha stravolto l’informazione sui social media, ed è sostenuta sulla piattaforma Patreon dai suoi lettori. Jessica Yellin è stata anche scelta per la beta della nuova piattaforma di Facebook per l’informazione indipendente, Bulletin.

In Italia, sfruttano questo sistema ad esempio Radio BulletsValigia BluSlow News.
Niente pubblicità e rincorsa ai click, ma lavoro di analisi al servizio del pubblico, che decide di investire per garantire un futuro all’informazione di qualità.

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12 risposte a "Salvare i giornali dalla droga del clickbait"

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    1. Sono d’accordo. Io ho fatto solo un abbonamento, a Il Post, perché ha molte rubriche, podcast e blog.
      Ogni tanto foraggio il Guardian perché se lo merita, o Wikipedia perché sta lì a implorare per giorni e giorni.

      Piace a 2 people

  1. il clickbait non solo abbassa la qualità dell’informazione, ma ha un impatto sociale che a mio avviso è molto sottovalutato.
    viene infatti cavalcata la paura delle persone, esagerando e catastrofizzando la realtà: questo genera un sentimento di sfiducia enorme.
    la nostra mente si nutre di immagini e parole negative, influendo sull’umore e sulla visione del futuro.

    Piace a 1 persona

    1. Giustissimo, Leo, infatti l’articolo parla di “titoli fuorvianti, sensazionalistici, che puntano sulla massiva condivisione social mediale facendo leva sui sentimenti. Insomma, il populismo in salsa giornalistica”.

      Piace a 1 persona

      1. Molte coppie decidono di non fare figli non tanto per un discorso economico o personale, ma perché non vogliono mettere alla luce una creatura in questo mondo.
        E l’idea che si sono fatti di “questo mondo” è in gran parte influenzata dalle notizie con cui si nutrono.
        Questo è quello che più mi dispiace.

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          1. Senza dubbio, ma un italiano medio del 2022 sta sicuramente molto meglio di un italiano medio di 50-100-150…anni fa.

            Mancano a mio avviso voci che possano infondere fiducia sul fatto che anche i problemi che abbiamo oggi possono essere superati.
            Chi dovrebbe farlo?

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                  1. I leader e gli artisti emergono in base alle qualità che il sistema culturale considera come “di valore”.

                    Se il sistema di valori di una società considera importante la qualità “essere bravi a fare soldi” i leader e gli artisti scelti saranno quelli in grado di fare soldi.

                    Ne parlavo con la mia compagna un giorno.
                    C’era una mamma disperata perché il figlio non voleva studiare ma piuttosto fare video sui social e diventare famoso.
                    Se la società premia (facendogli raggiungere le vette del successo) degli influencer la cui abilità è far ridere, essere buffi, strani o idioti,…quello sarà il modello a cui molti aspireranno.

                    Non so se sono andato fuori tema o intendevi qualcosa del genere

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                    1. No, sei rimasto sul tema, ma come tu stesso hai constatato è il “sistema culturale” che decide cosa vale e cosa no. E questo non mi piace, anche se purtroppo è difficile trovare un’alternativa.
                      Se ci dicono che è importante “essere bravi a far soldi”, molti di noi potrebbero non essere d’accordo e volere da chi ci governa (che certo non si mette a reclutare influencer e artisti, se non per fini meramente elettorali e di visibilità), o potrebbe farlo in futuro, una maggiore attenzione ai diritti umani e civili, al funzionamento della sanità pubblica, della giustizia, ecc.

                      Piace a 1 persona

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