Retorica e ritmo: sul rap

Nella cultura americana contemporanea la musica rap ha un ruolo costante, contagioso, con implicazioni abili e stimolanti del linguaggio.

elaborazione in estratto di un articolo
di Daniel Levin Becker (*)
The Paris Review, 13 gennaio 2022


Esiste in inglese un distico che sintetizzi il vorticoso e rapido movimento della possibilità poetica, le sottili gradazioni di senso espresso in poche brevi parole e l’abisso del nonsense verso il quale siamo attratti da disattenzione ed entropia? Sì, ce ne sono molti.

Avrete probabilmente ascoltato il popolare singolo di 50 Cent In Da Club, che analizza principalmente l’impianto della sua vita notturna: alcol e droghe, macchine e gioielli, potenziali amanti e gente incazzata. Se c’è qualcosa che dobbiamo trarre dalla canzone, tuttavia, è il fatto che 50 è un edonista al 50% e al 75% un imbroglione. Così fa in modo che la canzone funzioni per lui, ci parla di lui, dei suoi amici, di come si muove nel mondo.

[…] Parlando in generale, 50 si basa – come ogni altro rapper – sulle similitudini, gli omofoni, rime illusorie e un assortimento di altri trucchi semantici. Una volta ha perfino dichiarato che il nome 50 Cent era “una metafora del cambiamento”. Eppure, a un’analisi più attenta, in In Da Club mancano quasi del tutto i giochi di parole, le rappresentazioni, i trucchi. Quando dice che lo puoi trovare al club, è probabile che lo troveri proprio lì. Quando ti offre l’ecstasy — “I got the X if you’re into taking drugs” — non usa nemmeno uno slang. È il biglietto da visita di un magnate di strada, una canzone diretta e tonificante.
Però c’è una frase, abilmente “infilata”, che potrebbe essere interpretata come la sua quintessenza:

I’m into having sex, I ain’t into making love
So come give me a hug if you’re into getting rubbed.


50 Cent, In Da Club (2003)

È chiaro cosa intende: non ha tempo per una storia. Nessuna sciocchezza, solo routine. Tuttavia quello che dice contrasta col modo in cui lo dice. La differenza tra “fare sesso” e “fare l’amore” è trascurabile in termini biologici, ma in fondo è importante dal punto di vista dei sentimenti — ed è nel testo della canzone che 50 dichiara quanto sia interessato proprio a questi. Sommessamente ma ripetutamente, per ben due volte (nei chorus) esprime la sua identità attraverso il linguaggio. E alla fine, dietro alle mitologie del denaro e del sesso, alle ferite delle pallottole e delle minacce, cos’è che definisce meglio un/una rapper in rapporto a queste cose?

[…] Il punto su cui voglio soffermarmi è che le parole del rap, perfino quelle di In Da Club, contengono tanti significati, tanto nonsense, tante possibilità, tanta squisita attenzione e disattenzione e spensieratezza… a volte tutto insieme. Se 50 Cent riesce a essere ingegnoso e metafisico e maldestro e puerile nello spazio di venti parole, sei secondi, chissà quali profondità di inventiva e complessità e contraddizione finiranno in questa tradizione lirica che presto avrà… 50 anni.
La musica rap ha un ruolo costante, contagioso, a volte a dispetto dei suoi stessi obiettivi, di meccanismo d’uso coinvolgente e abile e stimolante del linguaggio nella cultura americana contemporanea. Questo accade a livello politico e concettuale, per arrivare a quello fonologico e sintattico, ma sono particolarmente preoccupato dall’aspetto semantico: dalla creazione e dal controllo del senso. Vale la pena soffermarsi su come il rap comunica un significato, cosa possa dire di più o di meno rispetto a quel che sembra, a seconda di come lo ascoltiamo; come ci obbliga e ci sfida a seguirlo, come costruisce questi ritmi incantevoli e vitali di immaginazione e realtà che sono dentro di noi e sbocciano nella nostra storia personale e storica.


Let a nigga try me
I’ma get his whole motherfuchin’ family
And I ain’t playin’ with nobody
Fuck around and I’ma a catch a body


Dej Loaf, Try Me (2014)

Nella canzone di tre minuti e mezzo c’è solo una rima giusta: quella di scoring con boring — a meno che non si voglia contare nobody con catch a body, che è un modo decisamente superficiale di riferirsi all’omicidio di qualcuno. Non che Dej Loaf non sia capace di produrre delle rime — ci riesce chiunque —è che decide di non farlo.
Scusandomi con Tolstoij, tutte le rime perfette si somigliano, tutte quelle imperfette lo sono a modo loro. La rima perfetta ci parla di un rapporto con le parole che non cambia mai, quasi noioso. Ma la rima tra family e body è interessante. La rima imperfetta — ce ne sono di tanti tipi — dice qualcosa della persona che l’ha creata, del suo orecchio e della sua mente e di quanto volentieri intenda rispettare il suono. Ci racconta di cosa può fare a meno attraverso la forza o la volontà.
[…]


What you doin’ in the club on a Thursday?
She said she only here for her girl birthday
They ordered champagne but still look thirstay
Rock Forever 21 but just turned thirtay


Kanye West, Bound 2 (2013)

Per Kanye West, l’ostinazione è un principio estetico tanto quanto una responsabilità personale.
[…] Il critico letterario Adam Bradley, che definisce casi forzati come birthday e thirstay rime trasformative”.

La rima è il modo più potente e meno cerebrale che io conosca per inserirsi tra le parole. David Caplan, in Rhyme’s Challenge, la definisce “il bisogno linguistico di un aggancio”. Con la sua forma, crea un’aspettativa che, a seconda di come e quando viene soddisfatta, può dare sollievo o lasciare sorpresi, trascinare o tenere fermi.


[…] La propensione alla rima imperfetta è una specie di rappresentazione monouso. Pensiamo a Notorious B.I.G., per esempio, che faceva rimare birthday con thirstay vent’anni prima di Kanye e che, nell’avvisare spacciatori inesperti di evitare accordi sulle consegne, trova il modo di addensare il vecchio adagio del servizio postale (“né neve, né pioggia, né oscurità della notte”) in un sinonimo cristallino di ad ogni costo:

If you ain’t got the clientele, say hell no
’Cause they gon’ want their money rain sleet hail snow

Biggie Smalls, Ten Crack Commandments (1997)

[…] Certe parole, certi neologismi, non suonano bene, non hanno senso: le trovo seducenti ovvietà, splendenti nella loro novità e sublimi nella loro deperibilità. Nei secondi tra un botta e risposta, creano e riempiono immediatamente uno spazio nel linguaggio. Non si può spiegare la differenza tra thirsty thirstay, secondo me, ma si può ascoltare. E chi può dire che questa non sia una prova di un magnetismo semantico più profondo cui la rima ci conduce? Non certo l’effetto “rhyme-as-reason” [un bias cognitivo col quale un detto o un aforisma è giudicato più accurato o veritiero quando è riscritto usando una rima, NdFA] tipico di “se non ci sta, si toglie”.

[…] Le rime perfette non sono migliori; l’imperfezione è ciò che le rende significative, personali, umane. È superando la perfezione, o ignorandola, che si dimostra di cosa si è capaci e cosa si rifiuta di ciò che si dice che non si può fare, anche creando una rima tra family con nobody nobody con body. Dimostra ciò che si ritiene essere equivalente e quindi, in un certo senso, vero.


“La gente dice che la parola orange non ha una rima, e questo mi fa girare le palle, perché mi vengono in mente molte cose che fanno rima con orange”, dice Eminem ad Anderson Cooper in una intervista del 2010. “Se prendi la parola per quello che è, e dici semplicemente orange, la rima perfetta non ci sarà. Ma puoi sempre trovare un bisillabo come aw-rindge… potresti dire: I put my orange four-inch door hinge in storage and ate porridge with Georidge.
E prendere le parole per quelle che sono è proprio quello che i bravi rapper non fanno. Cercano gli angoli ciechi, le scorciatoie, le sovrapposizioni segrete e le usano, a volte, per costruire modelli sorprendentemente inventivi: spazi dove dissonanze si combinano in più ampie soluzioni e noi vediamo, ascoltiamo, quanto sarebbe noioso vivere in un mondo perfetto dove solo le cose simili stanno insieme.


(*) Daniel Levin Becker è un criticomusicale, scrittore e traduttore di Chicago.
“Rhetorical Questions” e “On Rhyme”, da What’s Good: Notes on Rap and Language. 
Copyright © 2022 by Daniel Levin Becker. Reprinted with the permission of City Lights Books.

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