Remoto, interno, liberato: il lavoro altrove

Occorrono nuove idee per favorire l’equilibrio tra vita e lavoro, ridurre le disuguaglianze e contribuire all’innovazione dei modelli organizzativi: urge un dibattito non ideologico sul lavoro da remoto.

Rivista il Mulino, 25 luglio 2022

brani tratti da un articolo
di Antonio Aloisi e Luisa Corazza

Immagine via Corriere della Sera


È già iniziata la stagione delle “grandi rimozioni”. Per quanto sia comprensibile il desiderio di lasciarsi alle spalle le difficoltà della pandemia, il rifiuto di mettere a frutto quanto appreso negli ultimi due lunghi anni apre scenari non rassicuranti per il mondo del lavoro. Si assiste infatti a un profondo radicalismo delle posizioni in fatto di flessibilità spazio-temporale e schemi ibridi. O tutto o niente. Paladini del lavoro agile contro fanatici della timbratura, in un estenuante gioco delle parti. Non si tiene però conto di un dato imprescindibile: lo stato di eccezione e la complessità che ne è scaturita hanno stravolto il modo in cui intendiamo il lavoro.

[…] La strada più immediata per restituire senso e valore al lavoro passa attraverso l’accrescimento dei margini di autonomia e scelta, specie in un momento in cui il potere delle tecnologie diventa sempre più invasivo. Il confronto politico-sindacale promette di restare acceso, almeno fino a quando le vuote retoriche del soluzionismo digitale non lasceranno il passo a modelli professionali in grado di emancipare, ripagare e soddisfare i lavoratori. Va da sé che tali pratiche non sono da sole in grado di curare i mali di un mercato del lavoro in affanno, ma di certo contribuiscono a eliminare alcune tra le più tossiche scorie di un approccio manageriale fortemente arretrato.
Su questo dibattito si innesta la riflessione, ormai su scala europea, sulle potenzialità del cosiddetto south working, l’opportunità di lavorare nelle aree marginalizzate (o considerate periferiche rispetto ai grandi centri) per imprese la cui sede è nei centri industriali o addirittura all’estero. Tale iniziativa ha impatti positivi sull’equilibrio esistenziale degli individui e lo sviluppo delle comunità. […]

Dopo aver apprezzato modelli di auto organizzazione ed elasticità, molti lavoratori non sembrano disposti a farne a meno, e individuano in tali fattori una delle fonti del proprio benessere (livelli minori di stress e più tempo da dedicare a sé stessi). Eppure, accanto ad esperienze all’avanguardia e protocolli d’intesa con enti locali, emergono storie di asfissiante resistenza alla novità, tanto nel privato quanto nel pubblico. Il rischio è che si perpetui il sottosviluppo di una parte del tessuto produttivo, passando dall’errore del “piccolo è bello” alla perseveranza dell’“anacronistico è meglio”.

Si stima che nel nostro Paese siano “remotizzabili” le mansioni svolte solo da un lavoratore su tre. Perché dunque tutta questa opposizione? […]
Nella terza estate dall’avvio della pandemia, torna puntuale una concezione punitiva della gestione delle risorse umane, incapace di archiviare il regime “comando e controllo” a favore di schemi fondati su fiducia, autonomia e responsabilizzazione. L’aggressività con cui si vorrebbe riportare tutti in ufficio (neppure estranea a chi promette di accompagnare l’umanità sulla Luna) conferma che la sfida a cui siamo chiamati è prima di tutto valoriale, oltre che organizzativa. Ha senso dunque usare le lenti della sostenibilità eco-sociale, per capire come rendere la pratica del lavoro da remoto prestato nelle aree a bassa densità una politica di sviluppo umano e territoriale.

Anche lo scompaginamento dell’orario di lavoro in contesti porosi e perennemente connessi impone una riflessione senza pregiudizi. Fin dalla prima rivoluzione industriale, la pressoché univoca corrispondenza tra tempi, spazi e azioni era in grado di porre limiti positivi e negativi all’esercizio dei poteri datoriali, all’applicazione delle salvaguardie di salute e sicurezza e delle regole in materia di disponibilità e reperibilità. Inoltre, per gran parte del ceto medio impiegatizio non vi era commistione tra dimensioni privata e professionale, né ci si poneva il problema di come calcolare le diverse componenti della retribuzione. Oggi si fa molta più fatica ad avere certezze.
Servono allora nuove idee per favorire l’equilibrio tra vita e lavoro, ridurre le disuguaglianze (specie quelle di genere) e contribuire all’innovazione dei modelli organizzativi. […] In coerenza con le sfide del Piano Next Generation EU, si potrebbe partire proprio dalla ridefinizione delle prassi organizzative, puntando alla de-sincronizzazione delle attività professionali per favorire la produttività del lavoro.

[…] In questo scenario di vibrante incertezza, a poco serviranno le soluzioni “a taglia unica” calate dall’alto. È indispensabile un’ampia mobilitazione che coinvolga tutte le forze in campo – imprese, sindacati, enti locali – per rendere effettivamente praticabile un nuovo rapporto virtuoso tra lavoro e territorio, nella consapevolezza che la frattura dell’unità di luogo tra impresa e prestazione di lavoro generata dalla pandemia costituisce, ormai, un punto di non ritorno.


Articolo completo qui.

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3 risposte a "Remoto, interno, liberato: il lavoro altrove"

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  1. L’Italia tanto per cambiare è arretrata, in diversi aspetti. Le connessioni in fibra non so che percentuale coprano del territorio ma scommetto poca. Manca poi la concezione della flessibilità lavorativa. Mentre il resto d’Europa avanza e progredisce noi come sempre neanche arranchiamo, siamo proprio immobili.

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    1. C’è però anche un risvolto della medaglia: a certe aziende conviene far lavorare i dipendenti da remoto perché in quella modalità gli orari di lavoro si dilatano a dismisura (lo dico per esperienza quasi diretta: mia figlia lavora dalle 12 alle 14 ore al giorno!)

      Piace a 1 persona

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