Luca Serianni (1947-2022)

L’ultimo esempio d’un tipo di maestri che forse solo il secolo scorso ha potuto produrre per una favorevole congiunzione di fattori scientifici, politico-organizzativi e di struttura sociale.

da un articolo di Lorenzo Tomasin
Rivista il Mulino, 24 luglio 2022
In coda, un’intervista a TV2000 (2016)


Immagine: 2017, Roma La Sapienza (licenza CC)

Nei pochi giorni (ma per alcuni è stata piuttosto una manciata d’ore vertiginose) che hanno separato la notizia del cruento incidente occorso a Luca Serianni da quella della sua morte, molti di coloro che l’hanno conosciuto sono tornati ai ricordi più vividi che si affacciavano alla memoria. Alcuni li hanno fissati scrivendoli o raccontandoli frammentariamente, nel timore che il poco tempo che rimaneva – come si è capito fin da subito – fosse un varco ancora socchiuso che stava per serrarsi. Una corsa contro il tempo, come quella che in molti hanno spesso fatto a Roma, verso la Sapienza, per raggiungere finché c’era ancora posto in aula le lezioni di storia della lingua italiana che, sovente concluse da un applauso, sono state per quasi quattro decenni il centro radiante della vita e dell’opera di Serianni.

L’annuncio della sua scomparsa ha suscitato in Italia sensazioni e reazioni del tutto inusuali per un professore universitario… […] La sua popolarità era a prima vista difficilmente conciliabile con l’immagine di uno studioso serio e compassato, poco incline alla ricerca di un successo mediatico ammiccante e modaiolo. Indisponibile a eccessi d’informalità, e però dotato di un’affabilità così naturale e insieme potente da renderlo – per paradosso – familiare persino a chi non lo aveva mai incontrato, e lo aveva conosciuto solo leggendolo o ascoltandolo da lontano (in molti se ne sono resi conto e lo hanno osservato con stupore proprio nei suoi ultimi giorni).
È un riflesso, appunto, della sua capacità di comunicazione e, come si direbbe con parola oggi invalsa, di un’empatia fuori dal comune; un riflesso della dedizione incondizionata all’insegnamento, cui egli assegnava l’importanza di una missione vitale… […] sia che parlasse con i suoi studenti di Lettere, sia che si rivolgesse – come fece migliaia di volte – a una platea d’insegnanti di scuola desiderosi d’aggiornarsi. Tutto ciò […] acquisiva un’efficacia quadratica grazie alla lingua italiana che era strumento e insieme oggetto di ciò che spiegava: elemento, cioè, che convalidava la solidità delle sue lezioni sull’italiano nel momento stesso in cui le presentava in un italiano inimitabile per autorevolezza e freschezza.

Immagine personale

In alcuni dei suoi libri emergono chiaramente le ragioni della capacità di influenzare così a fondo il pubblico delle persone di cultura, modificandone anche alcune inveterate abitudini scolastiche. La sua grammatica (uscita per la prima volta nel 1988) adotta una impostazione tutta tradizionale e la rivisita in modo ragionevole e misurato, perché documentato, coerente. Essa ha saputo superare la diffusione e il gradimento di qualsiasi altra grammatica, scolastica o non scolastica, ed è divenuta un punto di riferimento dialettico anche per chi non ne condivide o ne condivide solo in parte i presupposti teorici peraltro dichiarati con nettezza e assunti senz’alcuna oltranza: quelli di un’opera normativa, pensata per guidare e dirigere utenti non professionali ma avvertiti.
Serianni credeva fermamente nell’importanza della norma grammaticale, intesa non come legge immutabile ma come pratica sanzione dell’uso, continuamente rinegoziata e storicamente determinata. Riprendendo e declinando in modo parzialmente nuovo il concetto di norma fissato da Eugenio Coseriu [27 luglio 1921 – 7 settembre 2002), rumeno, uno dei massimi linguisti e filosofi del linguaggio del XX secolo. NdFa] in opposizione a quello di sistema, egli stesso la paragonò al comune senso del pudore: una nozione giuridica evolutiva, che coinvolge più ancora gli usi che le forme di una lingua nella comunità.

via Sky TG24
©Ansa

[…] Sul piano scientifico, gli interessi del Serianni studioso, inscindibili da quelli dell’insegnante degli italiani, non solo coprono l’intero arco della storia della lingua, ma lo affrontano con metodo variegato e sempre personalissimo, estendendo e ridisegnando il perimetro di una disciplina ancora giovane che le due generazioni di storici della lingua italiana a lui anteriori (Serianni aveva tredici anni quando uscì la fondativa Storia di Bruno Migliorini) avevano cominciato a definire. Ovunque siano giunti gli studi di Serianni, la Storia della lingua italiana si è accasata, tanto che questa disciplina identifica oggi di fatto i propri dominî (cronologia, metodi, problemi e taglio del lavoro) con i campi da lui visitati.

L’agenda della storia della lingua nella sua prassi di ricerca attuale è quasi interamente riconducibile al lavoro svolto da Serianni a partire dalla fine degli anni Settanta: lo studio dei volgari antichi italiani; la grammatica storica dell’italiano; la questione della lingua; la grammaticografia e la lessicografia; l’italiano letterario e quello degli scriventi colti; l’articolazione interna della lingua e i linguaggi settoriali; i rapporti con la filologia italiana (intesa come trattamento e comprensione profonda dei testi); l’applicazione all’italiano di teorie e dottrine generali, come la linguistica testuale; i rapporti tra linguistica e insegnamento scolastico; gli usi sociali della lingua, soprattutto di quella contemporanea. Sono direzioni esplorate tutte da Serianni e da lui indicate a una quantità d’allievi diretti o indiretti superiore a quella di qualsiasi altro collega, presente o passato. Egli è in effetti l’ultimo esempio d’un tipo di maestri che forse solo il secolo scorso ha potuto produrre per una favorevole congiunzione di fattori scientifici, politico-organizzativi e di struttura sociale.

Tra gli architetti, negli scorsi anni Novanta, di una corale Storia della lingua italiana pubblicata in tre tomi da Einaudi, Serianni rappresenta nel modo più compiuto una fase degli studi in cui la disciplina fondata da pionieri nati nell’Ottocento, come Bruno Migliorini e Giacomo Devoto, ha conosciuto una dilatazione che con termine medico si direbbe diastolica. Si è espansa, ha raggiunto in pochi decenni una complessità non inferiore a quella di materie dal pedigree universitario ben più antico. Si è ramificata in scuole distinte e complementari, conoscendo un dibattito interno stimolante, mai scaduto nella polemica fine a sé stessa o nella gazzarra academica, da cui gli storici della lingua sono rimasti perlopiù miracolosamente indenni.
[…]

Compito non solo ideale, ma anche concreto e praticamente urgente delle nuove leve di ricercatori è dunque continuare a spostare i confini della disciplina, senza cedere né alla leggerezza di nuove mode, né alla tentazione della nostalgia celebrativa, o di un inerte culto della memoria. Se, come è stato scritto, la storia delle lingue è inevitabilmente un’operazione teleologica, orientata dai percorsi delle comunità dei parlanti – e degli scriventi –, il seguito della storia d’Italia e gli avanzamenti della linguistica dovranno ora aprire ulteriori strade e nuove prospettive. Per i bilanci retrospettivi ci sarà tempo: la vita civile e culturale italiana – di cui Serianni è stato più che un protagonista, un custode e uno stimolatore incessante – chiedono ora di proseguire il lavoro con l’operosità che è stata sua.


Luca Serianni era magro, portava giacche sempre un po’ larghe di spalle, camminava un po’ dinoccolato, poteva sembrare fragile.
Ma la capacità pedagogica delle sue argomentazioni e delle sue lezioni era tale da risultare potente come la lingua dei profeti: sapeva costruire comunità.
È stato capace di unire migliaia, decine, centinaia di migliaia di persone che non si conoscevano nell’amare una materia solo apparentemente appannaggio degli specialisti: la storia delle parole, delle espressioni, dei sistemi linguistici che usiamo per comunicare tra noi.
Le lingue uniscono i poveri e i ricchi, chi sa di più e chi sa di meno, i vivi e i morti, chi è nato in un posto e chi ci è arrivato. Nella lezione su lingua come cittadinanza (https://grandecomeunacitta.org/…/la-lingua-italiana…/) che fece nel primo di quattro incontri di Grande come una città concluse con un intervento dichiaratamente politico: “Il compito di diffondere l’italiano agli stranieri è compito nostro in generale come società, ed è veramente questo sì un modo per difendere o per proteggere l’italiano, quello di moltiplicarne il più possibile l’uso nei confronti di persone che per contingenze di vita si trovano anche particolarmente esposte a questa esigenza e sono tendenzialmente pronte ad accettarlo”. Lo fece come sempre in un modo chiaro e analitico che era la forma della sua intelligenza piena di grazia.
Dire che ci mancherà è davvero poco.

Christian Raimo
Immagine: Luca Mori Pace


Intervista su TV2000:

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