Vulcano sottomarino Honga Tonga: immagini satellitari dell’ultima eruzione

La violentissima eruzione del vulcano Hunga Tonga-Hunga Haʻapai, nel regno polinesiano delle Isole Tonga per giorni ha tagliato fuori dal mondo il piccolo arcipelago e si è fatta vedere (e sentire) in più punti del pianeta.

da un’intervista di Sara Stopponi
Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia
gennaio 2022

Immagini: Cultura Inquieta

Un’eruzione ‘insolita’ e inaspettata, quella di sabato 15 gennaio, che ha provocato una nube eruttiva alta 20 chilometri, onde di tsunami, echi di boati fortissimi e shock di pressione atmosferica.

Come spiega il vulcanologo dell’INGV Boris Behncke che il vulcano Hunga Tonga-Hunga Haʻapai si trova in una zona di subduzione in cui la placca pacifica si spinge sotto quella australiana, “scivolando” al di sotto di essa. In contesti come questo è particolarmente comune la formazione di edifici vulcanici, come quelli dei tanti arcipelaghi presenti nell’Oceano Pacifico o anche alle Isole Eolie, ad esempio, che sono caratterizzati da un magma molto ricco in silice e vapore acqueo, che genera solitamente eruzioni particolarmente esplosive.

L’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai, inoltre, è in gran parte un vulcano sommerso, con una caldera di circa 5 chilometri di diametro sulla cima, ossia una grande depressione generata dal collasso di parte del cono vulcanico. Di questa caldera, solo poche e piccole parti del bordo emergono dalle acque del mare, poiché la sua eruzione è avvenuta a contatto diretto con l’acqua marina, aumentando notevolmente la sua esplosività.
Si è trattato infatti di un’eruzione molto voluminosa, tra le eruzioni esplosive più grandi al mondo registrate negli ultimi decenni. L’evento ha generato delle onde di tsunami che hanno attraversato tutto l’Oceano Pacifico, raggiungendo, tra le altre, le coste del Giappone e delle Americhe (sia Settentrionale, che Centrale, che del Sud). I danni sono stati ingenti nelle Isole Tonga; altrove, invece, sono stati fortunatamente molto più leggeri ma si parla, purtroppo, di due vittime in Perù causate proprio dall’onda di maremoto.
L’eruzione ha inoltre generato delle onde sonore che sono state udite fino a migliaia di chilometri di distanza (perfino in Alaska, distante poco meno di 10.000 chilometri dal luogo dell’evento) e un’onda di shock atmosferico, ovvero un’alterazione della pressione atmosferica registrata dai barometri di tutto il mondo.

L’ultima eruzione dell’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai, decisamente più piccola ma ugualmente spettacolare, risaliva al 2014/2015. In quell’occasione si “creò” l’isola com’era fino al 15 gennaio, popolata da 100.000 abitanti: infatti – aggiunge il vulcanologo – di questo vulcano noi vediamo solamente alcuni pezzetti del bordo di una caldera che emergono dalle acque del mare sotto forma di isolotti. Fino all’eruzione di 7 anni fa, erano due, Hunga Tonga e Hunga Haʻapai, poi i prodotti eruttati nel 2014 crearono del nuovo “terreno” che arrivò a connetterli dando vita al cono Hunga Tonga-Hunga Haʻapai.

Nel mese di dicembre 2021 questo cono si è riattivato, facendo crescere ulteriormente l’isola, per poi calmarsi all’inizio del 2022. Il 14 gennaio, un giorno prima della grande eruzione, l’attività è ripresa con un’eruzione esplosiva già molto violenta che ha prodotto una nube eruttiva alta circa 20 chilometri e ha distrutto il terreno creato dalle eruzioni degli anni precedenti.
Nel pomeriggio del 15 gennaio, l’eruzione maggiore ha distrutto definitivamente quel poco del cono che ancora restava sopra il livello del mare, ripristinando i due isolotti originari e, anzi, rendendoli ancora più piccoli, stando a quanto ci restituiscono le nuove immagini satellitari dell’area.
Abbiamo alcune informazioni preliminari – continua Behncke – derivanti da studi sulla storia eruttiva di questo vulcano secondo le quali all’incirca ogni 1000 anni l’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai produce un’eruzione assimilabile a quella del 15 gennaio. Prima di questa, l’ultima documentata risaliva al tardo Medioevo e, in quel caso, consistette in una serie di diversi eventi esplosivi: per questo motivo ad oggi non possiamo escludere che nel corso dell’attuale attività possano verificarsi altre esplosioni simili. 

Immagine: INVG

Tra i vulcani sottomarini, uno dei più famosi per la vulcanologia internazionale è sicuramente il Loihi, il più giovane vulcano delle Isole Hawaii: si trova al largo dell’isola di Hawaii, vicino al vulcano Kilauea e, presumibilmente tra una decina di migliaia di anni, emergerà dal fondale marino (dove oggi giace a una profondità di circa 1000 metri) diventando un’altra isola dell’arcipelago hawaiano.
C’è poi un vulcano al largo dell’Oregon, nel settore orientale del Pacifico, l’Axial Seamount, che è l’unico vulcano sottomarino costantemente monitorato. Per la comunità scientifica si tratta proprio di un vulcano-laboratorio, sul quale sono state installate varie reti di monitoraggio multiparametriche (dai sismografi agli strumenti adatti a misurare le deformazioni del suolo) e che ad ogni eruzione viene “visitato” da spedizioni di navi di ricerca che prelevano ne campioni da analizzare in laboratorio.
Sull’altro lato del Pacifico, nell’arcipelago delle isole Solomon, ce n’è un altro, il Kavachi, che ogni qualche anno dà origine – con i detriti delle sue eruzioni – a una piccola isola che viene poi rapidamente ‘cancellata’ dall’erosione del mare, come accadde nell’Ottocento all’Isola Ferdinandea nel Canale di Sicilia, che dopo dopo il 1831 non è mai più riemersa.

Anche nel Mediterraneo ce ne sono diversi, alcuni presumibilmente attivi, tra i quali il celebre Marsili, la cui cima si trova a circa 500 metri di profondità sotto la superficie del Mar Tirreno, tra la Sicilia e la Calabria. È un vulcano giovane e molto grande, di cui esiste evidenza di eruzioni risalenti anche a pochi millenni fa e che potrebbe generare perfino degli tsunami nel caso di collasso di uno dei suoi fianchi. Si tratta però di scenari estremi che, a livello generale, si verificano molto raramente. 
Ad oggi il Marsili non è costantemente sorvegliato, ma su di esso sono state effettuate varie campagne scientifiche – una nel 2006 – nel corso delle quali sono stati installati diversi strumenti, tra cui dei sismografi sottomarini che ci dicono che questo vulcano è sismicamente attivo, dandoci i tipici segnali di un vulcano “vivo”, non in eruzione ma vivo e potenzialmente attivo.
Tuttavia esistono delle differenze significative con l’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai, conclude il vulcanologo: innanzitutto il magma dei due vulcani è diverso, poiché quello del Marsili è un magma basaltico, più fluido, che meno facilmente potrebbe produrre eruzioni tanto esplosive come quelle dell’Hunga Tonga-Hunga Haʻapai, che invece presenta un magma molto più viscoso e molto più ricco in gas. La seconda importante differenza risiede nel fatto che il vulcano di Tonga ha eruttato praticamente al livello del mare, producendo una violentissima interazione tra il magma che si stava frammentando e l’acqua che stava penetrando al suo interno; viceversa, come dicevo, il Marsili giace a 500 metri di profondità, quindi anche un’eventuale eruzione fortemente esplosiva non si farebbe sentire in superficie nella stessa maniera cui abbiamo assistito al largo del Pacifico.

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