La fine della globalizzazione?

Le pesanti sanzioni imposte alla Russia avranno conseguenze economiche che vanno al di là del collasso finanziario di quel paese, e dureranno nel tempo.

da un articolo di Adam S. Posen [*]
Foreign Affairs, 17 marzo 2022

Subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Occidente ha iniziato a sequestrare i beni personali degli oligarchi vicini al presidente Putin, a vietare i voli russi nel suo spazio aereo e a imporre restrizioni alle importazioni di tecnologia. Non solo: gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno congelato le riserve russe in valuta presso la Banca Centrale e hanno tagliato fuori il paese dal sistema di pagamenti SWIFT, ma anche dai circuiti bancari e dalle istituzioni finanziarie internazionali. Questo ha provocato il crollo del rublo, carenze in vari settori dell’economia russa e un rischio di default per il suo debito in valuta estera. L’opinione pubblica — e la paura di essere colpiti dalle sanzioni — ha costretto le società occidentali ad abbandonare il paese in massa. Presto la Russia non sarà più in grado di produrre beni necessari sia per la difesa che per il consumo.

La risposta del mondo democratico è più importante dell’efficienza economica, ma le conseguenze si faranno sentire per molto tempo. Nel corso degli ultimi vent’anni, il cammino della globalizzazione è stato avversato sia da populisti e nazionalisti, soprattutto negli Stati Uniti, sia dalla minaccia cinese nei confronti delle regole del sistema economico internazionale e degli accordi di vecchia data sulla sicurezza in Asia. L’invasione russa e le conseguenti sanzioni non faranno che peggiorare la situazione.

La Cina sta tentando di dare una risposta non conflittuale all’invasione russa. Sia il suo sistema finanziario, sia la sua economia reale stanno rispettando le sanzioni a causa delle potenziali rappresaglie economiche in caso di finanziamenti o forniture alla Russia, ma solo una completa adesione al blocco eviterà di alimentare politiche contro la Cina.

I danni che le sanzioni stanno causando all’economia russa e i notevoli costi per l’Europa centrale se la Russia decidesse di reagire interrompendo l’accesso al gas naturale e al petrolio potrebbero indurre i governi a cercare di rendersi indipendenti, anche se – paradossalmente – questa è una risposta controproducente. L’attuale, forte contrazione economica della Russia mostra la difficoltà per gli Stati di crescere facendo a meno dell’interdipendenza economica.
I critici hanno gridato “Al lupo!” per anni, ma adesso è più probabile che l’economia mondiale si divida veramente in blocchi: uno orientato verso la Cina, l’altro verso gli Stati Uniti e, infine, verso l’Unione Europea. A livello mondiale le conseguenze sarebbero immense e i decisori politici devono riconoscerle e cercare compensazioni il più possibile.

Le sanzioni contro la Russia sono state efficaci solo perché l’alleanza internazionale che le ha decise è stata ampia e determinata. Il congelamento delle riserve della Banca Centrale russa, per esempio, funziona solo se la maggioranza del sistema finanziario mondiale è d’accordo. È l’alleanza, non la finanza, quella che conta. Dato che l’alleanza anti-Russia include tutte le maggiori istituzioni finanziarie, tranne le banche cinesi (che però non vogliono essere escluse da quel sistema), le sanzioni finanziarie non produrranno cambiamenti fondamentali nell’ordine mondiale dal punto di vista monetario o finanziario.

Le economie che si sentono minacciate da Washington ora sono incentivate a spostare le loro riserve fuori dagli Stati Uniti, magari trovando alternative al dollaro e al sistema di pagamenti collegato. Ciò che la Russia sta dimostrando è che la diversificazione in euro, yuan e perfino oro non saranno di grande aiuto se altri soggetti del mercato hanno essi stessi paura di essere esclusi dal sistema del dollaro, perché non ci saranno altre parti a cui potranno vendere le loro riserve.

Lo yuan cinese faticherà a diventare un’importante alternativa al dollaro, perfino per le economie del blocco della Cina: fino a quando il paese impedirà il libero spostamento di capitali fuori dal suo sistema finanziario interno, gli investitori e anche le banche centrali che lo adottano si troveranno a scegliere tra le sanzioni dei due blocchi. Pechino potrebbe aggirare il problema rendendo la sua valuta liberamente convertibile, allentandone il controllo, ma in questo caso il valore dello yuan probabilmente subirebbe un netto declino per un lungo periodo, come è già successo dal 2015 al 2016. Certo, potrebbe diventare la valuta di riserva per le piccole economie dominate dalla Cina, che non hanno vere alternative, ma questo servirebbe a poco per diversificare o realizzare rendite preferenziali per i risparmi cinesi, e potrebbe essere controproducente poiché legherebbe il sistema finanziario del paese all’instabilità finanziaria di altri Stati.

Più le divisioni saranno amplificate dagli hard power, più i governi allineeranno i loro sistemi finanziari ai blocchi che li proteggono militarmente. L’invasione e le sanzioni, dunque, pur non causando grandi cambiamenti finanziari all’economia globale, avranno effetti sull’erosione della globalizzazione, del resto già in atto, e il processo avrà un ampio impatto. Con una interconnessione ridotta, diminuirà la tendenza alla crescita e l’innovazione. Le grandi compagnie e industrie nazionali avranno più potere per chiedere protezioni speciali, ma nel complesso i ricavi reali sugli investimenti fatti dalle famiglie e dalle compagnie diminuiranno.

Per comprenderne le ragioni, vediamo cosa potrebbe accadere alle catene di approvvigionamento. Attualmente, la maggior parte delle compagnie industriali o commerciali si riforniscono per i loro processi di produzione da un’unica fonte o da pochi fornitori separati: questo non solo è servito a risparmiare sui costi incoraggiando aziende e fabbriche a specializzarsi, ma ha anche aumentato il volume della produzione e offerto vantaggi sul piano del mercato locale e dell’informatizzazione. Tuttavia, nell’attuale realtà geopolitica e pandemica, queste catene di valore globale potrebbero non valere il rischio di affidarsi a singole fonti, soprattutto se in paesi politicamente instabili e inaffidabili. Le multinazionali, incoraggiate dai governi, cercheranno di mettersi al riparo da questi problemi costruendo catene di approvvigionamento “ridondanti” in luoghi più sicuri.

Nel frattempo, se le società statunitensi e cinesi non saranno più in competizione fra loro (o con società esterne ai rispettivi blocchi economici), probabilmente i consumatori disporranno di una minor varietà e affidabilità rispetto ad ora. È già successo, e gli analisti lo hanno osservato, sia con Biden che con il predecessore Trump, che hanno spinto le imprese americane a rilocalizzare le catene di approvvigionamento all’interno degli Stati Uniti.

Analogamente, l’erosione della globalizzazione avrà effetti negativi sulla tecnologia. L’innovazione è più veloce e diffusa quando il bacino globale di talento scientifico è attivo e può scambiare idee e condividere prove, o confutazioni, delle idee. Ma gli stati, per motivi politici, cercano di far sì che solo gli alleati abbiano accesso alle loro tecnologie, anche se le restrizioni hanno una dubbia rilevanza militare (in un mondo di cyberspionaggio, è facile acquisire progetti tecnologici). Il risultato sarà probabilmente un declino dell’innovazione, con gli Stati Uniti e altre istituzioni di ricerca che si privano di molti studenti e scienziati cinesi e russi.

L’intensificata erosione della globalizzazione diminuirà ancor di più i rendimenti del capitale a livello mondiale, in ogni blocco economico. Ci saranno nuovi limiti sugli investimenti dei risparmi delle persone, che ridurranno la gamma di diversificazione e i rendimenti medi. Paura e nazionalismo probabilmente aumenteranno il desiderio di investire in sicurezza all’interno dei paesi, in titoli di stato e garantiti dallo stato. I governi, inoltre, combineranno l’attenzione alla sicurezza nazionale con misure di stabilità fiscale e finanziaria studiate per incoraggiare l’investimento nel debito pubblico interno, come accade durante le guerre.

C’è un aspetto collaterale economicamente positivo dell’aumento delle divisioni globali: l’Unione Europea è più motivata a unificare le sue politiche economiche. Il blocco sta aumentando le risorse congiunte per condividere il carico finanziario del massiccio flusso di profughi ucraini che arrivano in Polonia e in altri stati membri orientali: vengono emesse obbligazioni europee per finanziare queste misure, piuttosto che i debiti dei singoli stati membri.
L’Eurozona, in futuro, potrà emettere più debito pubblico, il che costituirebbe un aiuto ulteriore all’economia globale. L’invasione russa corrobora il fatto che siamo in un mondo di bassi rendimenti e forte desiderio di sicurezza: creando più strumenti sicuri per gli investitori, l’UE e l’Eurozona possono assorbire risparmi e migliorare la stabilità finanziaria.
Un’Unione Europea più forte creerà inoltre nuove opportunità di crescita. Sotto la guida del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, quasi tutti i membri dell’Unione hanno sottoscritto un impegno pluriennale di aumento della spesa per la difesa e un maggiore investimento pubblico mirato a ridurre rapidamente la dipendenza del continente dai combustibili fossili russi. Questo consentirà di fare grandi passi avanti verso la fine dello sfruttamento di Stati Uniti e Cina per la crescita; dare all’economia globale un’altra spinta aiuterà a bilanciare gli alti e i bassi del ciclo economico, stabilizzando il mondo nei confronti delle recessioni. Inoltre, impedirà alle economie in rapida crescita di far aumentare il debito estero come hanno fatto quando la Germania e altre economie europee in surplus esportavano prodotti a fronte di un consumo interno limitato.
Queste iniziative, in particolare, aiuteranno la stessa Unione Europea. Una delle cause primarie della crisi dell’euro di dieci anni fa erano gli squilibri tra le economie dell’eurozona provocati dall’austerità tedesca. Con l’aumento della domanda interna in Germania, i membri degli Stati del sud saranno in grado di smaltire parte del loro debito attraverso la crescita dell’export invece di essere costretti alla riduzione dei salari e delle importazioni per far fronte ai loro pagamenti. Questo dovrebbe rafforzare la sopravvivenza dell’euro nel lungo termine, ma anche aumentarne l’attrattività nei confronti di potenziali nuovi membri in Europa orientale. Un euro meno soggetto a tensioni e preoccupazioni interne avrà inoltre un valore più alto e più stabile, che a sua volta ridurrà le tensioni commerciali con gli Stati Uniti.

Fonte: ourworldindata.org. via Università di Padova

Il lato triste di tutto questo è rappresentato dall’iniqua risposta al COVID-19 nel mondo, dove paesi ad alto reddito non hanno fornito vaccini e forniture mediche a sufficienza ai paesi in via di sviluppo. Questa disattenzione politica per il benessere delle popolazioni povere cambia materialmente, a livello globale, le condizioni sul campo e offre una giustificazione commerciale al settore privato per non investire in quelle economie. L’unico modo per uscire da questo circolo è attraverso investimenti pubblici e un trattamento equo e rafforzato. Ma la divisione tra le maggiori economie renderà queste misure insufficienti, inaffidabili e erogate arbitrariamente.

Getty Images

L’aiuto alle economie povere non è il solo obiettivo di sviluppo a lungo termine che l’invasione russa mette a rischio. Per sopravvivere, tutte le società del mondo avranno bisogno di mitigare e adattarsi al cambiamento climatico, ma il ruolo decisivo di Russia e Ucraina nelle forniture globali di energia trasmette segnali contraddittori che renderanno la transizione energetica più difficile.
Allo stesso tempo, i politici occidentali chiedono di abbandonare i gas serra e sostengono l’aumento dello sfruttamento dei combustibili fossili fuori dalla Russia. Gli stati vogliono evitare l’aumento dei prezzi, tagliare le tasse sull’energia e aiutare le famiglie a pagare i rincari del gas, ma vogliono anche aumentare gli incentivi per l’espansione della produzione di energia verde e diminuire i consumi, e questo ha dei costi elevati.
I compromessi vanno al di là del cambiamento climatico. Le democrazie vogliono costruire alleanze intorno a valori liberali e mercati più liberi, ma per tagliare i costi dell’energia si stanno rivolgendo a governi autocratici come quello saudita e venezuelano, offrendo una legittimazione dei loro regimi in cambio di forniture di petrolio.

Per affrontare il cambiamento climatico, il mondo ha bisogno di un’azione collettiva, che comprenda anche la Cina. L’alleanza delle democrazie non ce la può fare da sola. I governi di Cina e Stati Uniti sono stati in grado, a volte, di fare dei progressi con iniziative congiunte sul clima, anche quando si trovavano in conflitto su altri problemi, e sia Xi Jinping che Biden hanno detto di volerlo fare di nuovo, ma diventerà più difficile se ciascuno si ritira in un proprio blocco. E se già gli ostacoli alla globalizzazione limitavano la collaborazione sulla ricerca, il lavoro degli scienziati non potrà che peggiorare.
L’invasione russa e le conseguenti sanzioni hanno aumentato ulteriormente la distanza tra Cina e Stati Uniti. Ma le sanzioni sono state così forti in quanto imposte da una forte alleanza tra ricchi paesi occidentali. Se Australia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito, Stati Uniti, Unione Europea e altre importanti economie di mercato riuscissero a incanalare la stessa forza che hanno usato per punire la Russia in aiuti all’economia, potrebbero rimediare all’erosione, magari incoraggiando anche la Cina a restare collegata.

Per arrivare a questo, è necessaria una vasta gamma di politiche, a cominciare dalla realizzazione di un mercato comune tra democrazie, il più ampio e profondo possibile, su merci, servizi e anche opportunità di lavoro. Occorre creare standard comuni per controllare gli investimenti privati transnazionali per ragioni di sicurezza interna e di diritti umani e un level playing field tra alleati per favorire una sana competizione che ridurrebbe gli effetti collaterali del nazionalismo: corruzione, l’accumulo delle cariche e gli sprechi. Bisognerebbe inoltre sostenere un fronte di investimento pluriennale per l’intera alleanza, che ridurrebbe gli squilibri tra le economie e aumenterebbe i rendimenti complessivi dell’investimento.
Le democrazie del mondo non possono ribaltare ogni divisione nell’economia globale causata dall’aggressione russa e dalla tacita approvazione della Cina, e non dovrebbero volerlo: alcune forme di violenza devono essere affrontate tramite l’isolamento economico, ma possono fare qualcosa per le perdite, stabilizzando nel frattempo il pianeta.


[*] Adam Posen è Presidente del Peterson Institute for International Economics, un’organizzazione di ricerca indipendente nonprofit e nonpartisan, fondata nel 1981, dedicata al sostegno della prosperità economica e del benessere umano nell’economia globale, per alimentare e formare il dibattito pubblico su temi emergenti o già di attualità.

Nota: tranne l’immagine di apertura, le foto sono state tratte dal web.

11 risposte a "La fine della globalizzazione?"

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    1. Comporterà delle perdite, sulla ricerca scientifica, l’innovazione e la tecnologia, ma se dovremo farne a meno, pazienza.
      Poi ci sono tutti gli aspetti economici, di cui parla l’analista, ma lì il discorso si fa più complicato. Ci vuole un po’ di dimestichezza con quei temi.

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      1. jInfatti ho fatto un commento piuttosto spicciolo perché il campo è molto vasto però vivevamo anche prima, significa anche tornare indietro purtroppo ma prima di dire che è finita vediamo quello che accade magari potremmo anche migliorare e cambiare le cose

        Piace a 1 persona

            1. I buoi sono un po’ lenti e su tanti temi urgenti siamo in enorme ritardo (fonti rinnovabili, ad esempio, riciclo di materiali dannosi per l’ambiente, smaltimento delle scorie non solo radioattive ma di combustibili esauriti, ecc.).
              Sulle emissioni di CO2, per esempio, è facile parlare: tanto per dirne una, le batterie delle auto elettriche funzionano con il litio (che ha un sacco di altre applicazioni), considerato un “materiale critico”, perché per l’estrazione richiede ingenti quantità d’acqua e, essendo tossico, questa poi inquina le falde acquifere. L’estrazione provoca anche emissioni di CO2. Stanno studiando come riciclarlo o usare un altro tipo di litio.
              I processi di innovazione non possono che subire rallentamenti dai problemi legati alla globalizzazione, presi in esame nell’articolo.

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              1. Lo so l’ho spulciato non l’ho letto con attenzione lo ammetto ma in ogni caso io mi auguro che le persone in questione sappiano perfettamente quello che potrebbe accadere… Sicuramente bisogna mettere un freno a questa situazione bellica, vediamo quello che accade andando avanti nel tempo perché anche volendo non si possono smuovere tante sedie dal culo di molte persone. Come dico io siamo in balia degli eventi vediamo quello che accade. Un discorso di prevenzione non regge in questo momento. Un discorso di critica e di allarme sì. Quanto verrà recepito ancora non ci è dato di sapere, speriamo quando non sarà troppo tardi…

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                  1. Sicuramente a chi piace economia e finanza… Ho dato una lettura veloce saltando un po’ di qua e un po’ di là tanto per capirci qualcosa però sono argomenti abbastanza pesanti da digerire. Capisco di più quando le cose mi vengono spiegate in maniera molto elementare.

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                    1. A me non piace né l’economia (forse, un po’, la macroeconomia), né la finanza.
                      Mi dispiace, io ho tradotto e anche semplificato, ma non tutto può essere TROPPO semplificato.
                      Tutto è molto complesso, a volte in modo paralizzante, ma preferisco essere resa immobile che farmi opinioni precise.
                      Come, per dire, gli esperti che vanno in tv? 😉

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                    2. Ad ognuno il proprio mestiere, questa è la regola giusta .. poi quella che invece se li inventano o se ne appropriano di mestieri intendo… francamente ormai non me ne frega più niente!

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