“Antipatica, crudele, disperata”

Clarice Lispector era nata nell’attuale Ucraina, a Čečel’nyk. Ebrei i suoi, i Lispector, razziati dai pogrom, pigliarono la via dell’esilio: Romania, Amburgo, Brasile. 

da Pangea, 8 marzo 2022

Era consapevole della sua bellezza, estro sovrano di chi è estraneo a tutto. I tratti dell’Est, quel volto ineluttabile, nel pieno Sud: piglia un’accetta e fai lo scalpo al sole. Nata nell’attuale Ucraina, a Čečel’nyk, un borgo nell’oblast’ di Vinnycja, non lontano dal confine con la Moldavia.
Ebrei i suoi, i Lispector, razziati dai pogrom, pigliarono la via dell’esilio: Romania, Amburgo, Brasile.
La conversione fu radicale: papà Pinkhas diventò Pedro, mamma Mania mutò in Marieta; e lei, Chaya, il femminile di Chaim, che in ebraico significa “vita”, diventò Clarice, la luminosa, la clarissa della letteratura brasiliana.
Clarice Lispector atterrò in Brasile un secolo fa, nel 1922, aveva poco più di un anno; studiò a Recife e a Rio de Janeiro, non dimenticò lo yiddish, era bella, bellissima, e dall’intelligenza spregiudicata. Pubblicò il suo primo libro poco più che ventenne, nel 1943, Vicino al cuore selvaggio; l’anno in cui scelse di sposare Maury Gurgel Valente, alto diplomatico brasiliano.
In Italia il suo fascino sfociò in leggenda: Ungaretti cominciò a tradurre il suo romanzo, Giorgio De Chirico la immortala su tela. “Fa parte dei Metafisici, ha anticipato diversi temi che saranno del Surrealismo. All’inizio degli anni Venti la sua opera ha ottenuto un notevole successo”, scrive Clarice a Tania, la sorella, da Berna, il 14 agosto del 1946…  

Così Marina Colasanti ricorda l’incontro con la Lispector, per celebrare la collaborazione con “Caderno B”, l’inserto del “Jornal do Brasil”:
“Andammo a casa sua. Impiegò il tempo esatto per essere desiderata. Era il 18 agosto del 1967. Apparve. Mi sembrò imponente. Era consapevole dell’impatto che produceva la sua presenza, la sua bellezza estranea a ogni canone. In lei, nulla era casuale, tutto era il frutto di una scelta: non l’ho mai vista senza trucco”.
“Era stata affidata a me, non toccai una virgola dei suoi testi. Spediva i testi tramite un impiegato, in una grande busta marrone, sempre la stessa, firmata con quella grafia complicata, atroce testimonianza dell’incendio che l’aveva quasi uccisa”.

Spesso gli articoli, pubblicati come Todas as crônicas in Brasile e ora come Todas las crόnicas nel mondo ispanofono, sono frammenti kafkiani, spaesanti. Di ogni ‘fatto’ Clarice rivela il grottesco, il nugolo di enigmi, l’immagine che aliena e sovverte.
Terminò la ronda giornalistica nel 1973: il suo impero verbale, forse, era troppo. Aveva tradotto, tra gli altri, Jorge Luis Borges, le piaceva. Elizabeth Bishop, la grande poetessa americana trasferitasi in Brasile, l’aveva conosciuta dieci anni prima, e non aveva dubbi: “Credo sia migliore di Borges – che è bravo, sia chiaro, ma non così bravo!”, scrisse, perentoria. Confidò a Robert Lowell il desiderio di tradurla in inglese. Con penna intinta in acido e argento, ne graffia il profilo: “Mi piace quanto le sue storie: è crudele, provinciale, disperata… Suppongo che diventeremo ‘amiche’, è la scrittrice meno letteraria che conosca, si ostina a non scrivere un libro”. Morì nel novembre del 1977: mentre la accompagnavano in ospedale disse, “facciamo finta che stiamo andando a Parigi”. La sua domestica era una veggente.

Tutti i racconti

La sorpresa

Ti guardi allo specchio, resti abbagliata: sono un mistero. Così fragile e forte. La curva delle labbra è perpetua e innocente. Non esiste uomo o donna che, guardandosi per caso allo specchio, non sia rimasto sorpreso da se stesso. Per una frazione di secondo, ci guardiamo come qualcuno che ci sta guardando. Alcuni potrebbero dire, è narcisismo; io dico, è la gioia di essere. Gioia di scorgere nella figura esteriore qualcosa che ricorda la figura interiore, intima: ah, allora è vero, è così, non mi sono semplicemente immaginato, io esisto.

*

La nostra vittoria

Ecco cosa abbiamo fatto di noi, dicendoci ogni giorno: è la nostra vittoria. Sopra ogni cosa, non abbiamo amato. Non abbiamo accolto l’inspiegabile, perché, ci siamo detti, non ci devono pigliare per cretini. Abbiamo accumulato cose, titoli, gradi, pur di non possedere noi stessi né gli altri. Non proviamo gioia che non sia catalogata. Abbiamo costruito le cattedrali per tenercene fuori, credendo che siano delle trappole. Non ci siamo rassegnati a una vita lunga e forse inconsolabile. Non ci siamo inginocchiati davanti a chi, per amore, ci ha detto: ho paura. Abbiamo creato società dal terrore sorridente, dove si servono bevande con la soda. Abbiamo tentato di salvarci senza usare la parola salvezza, per non vergognarci di essere innocenti. Non abbiamo mai detto amore per non precipitare nella sua trama di passione e di odio. La nostra morte l’abbiamo ricamata nel segreto. Abbiamo fatto arte senza sapere nulla dell’altro. Abbiamo mascherato l’indifferenza con la simpatia, e l’angoscia ha coperto la nostra indifferenza, e la grande paura è stata velata da una paura sempre più piccola. Ci siamo limitati a non adorare, consapevoli della meschinità dei falsi dèi. Mai ingenui al punto da ridere di noi stessi, per poter dire, a fine giornata, “almeno non sono un idiota”, e così evitare le lacrime prima di spegnere la luce. Siamo stati certi, sempre, che tutti si amano senza saperlo. Abbiamo sorriso in pubblico per cose di cui, da soli, non sorridiamo mai.  Abbiamo definito debolezza il nostro candore. Ci siamo temuti; ci siamo tenuti sopra ogni cosa. E abbiamo considerato tutto questo la nostra vittoria quotidiana.

*

La veggente

La domestica si chiama Jandira. È una donna forte. A tal punto che è una veggente. Una delle mie sorelle mi ha fatto visita, un giorno. Jandira è entrata nella stanza, l’ha fissata, seria, ha detto, all’improvviso: “Farai il viaggio che desideri, stai attraversando un momento molto felice”. Poi ha lasciato la stanza. Mia sorella mi ha guardato, sbalordita. Piuttosto imbarazzata, ho fatto un gesto con le mani, come a dire che non era così importante, “è una veggente”, le ho detto. Mia sorella ha replicato impassibile: “Bene. Ognuno ha la domestica che si merita”.

*

Preghiera per il sacerdote

Una notte ho balbettato una preghiera per un sacerdote che ha paura di morire e si vergogna di averne paura. Dunque, con un certo pudore, mi sono rivolta a Dio: consola l’anima di padre X, fagli percepire che la Tua mano stringe la sua, che capisca che la morte non esiste perché già siamo nell’eternità, che sappia che amare non è morire, che il dono di sé non comporta la morte, donagli una gioia lenta, modesta, quotidiana, che non Ti indaghi troppo dacché la risposta sarebbe enigmatica quanto la domanda, che ricordi che non c’è ragione per cui il figlio continui a desiderare il bacio della madre, anche se un bacio è sufficiente e perfetto, che riceva il mondo senza timore perché in questo mondo incomprensibile siamo stati creati noi, altrettanto incomprensibili, di modo che esiste un legame tra il mistero del mondo e il nostro, ma questo legame non può esserci chiaro finché non vogliamo capirlo, che sia benedetto e viva con gioia il pane che mangia, il sonno che dorme, che abbia compassione per se stesso altrimenti non potrà averne per il Dio che ama, che perda il pudore e desideri, nell’ora della morte, una mano a stringere la sua, amen. (Padre X mi ha chiesto di pregare per lui).

*

Quando piango

Esiste un buon pianto, e un pianto cattivo. Quando le lacrime scorrono senza sosta, senza alleviare nulla: quello è il pianto cattivo. Si limita a esplodere. Un amico mi ha chiesto, una volta, se quel grido, barbaro, è simile a quello di un bimbo rotto dalla fame. Gli ho detto che è così. Quando si è sul punto di piangere, è bene contenersi: inutile dare sfogo alle lacrime e sfregiare se stessi. È meglio essere forti, alzarsi, andarsene. È difficile, ma è peggio, comunque, deprimersi fino a marcire. Tuttavia, non dobbiamo sempre essere forti. Occorre rispettare la nostra fragilità. Se le lacrime sono morbide, riassumono la legittima tristezza a cui abbiamo diritto. Cadono lentamente, e sulle labbra hanno sapore di sale, limpido, frutto del dolore più profondo. Un uomo che piange commuove. Lui, un combattente nato, riconosce che la lotta a volte è inutile. Ho grande rispetto per un uomo che piange. Ho visto il pianto di un uomo.

*

Insensibile

L’abitudine attutisce il crollo. Eppure, se non soffri perdi il vantaggio che offre il dolore: è un sintomo e un avvertimento. Oggi sei incomparabilmente più sereno, eppure, vivi in pericolo: sei a un passo dalla morte, forse sei già morto, senza il beneficio di un preavviso.

*

Andare

Stanotte, un gatto si è lamentato così tanto che ho provato una profonda compassione per ciò che è vivo. Pareva dolore e, in termini umani e animali, lo era. Era dolore o era “andare”, “andare via”? Tutto ciò che è vivo, infatti, va.

*

Una telefonata

Il telefono squilla, rispondo, uno chiede di me. Di solito chiedo chi è: non amo essere disturbata. Ma qualcosa nella voce, una sorta di timidezza, un candore, mi ha fatto credere che fossi io stessa a parlarmi, al telefono. Dopo un po’ la voce ha detto: sono una sua lettrice, desidero la sua felicità. Le ho chiesto: dimmi come ti chiami. Risposta: un lettore. Replico: voglio sapere il tuo nome così che possa scandirlo quando ti dirò che desidero la tua felicità. Inutile, non vuole rivelarmi chi è. Preferisce il totale anonimato. A te, di cui non so nemmeno il nome, auguro la felicità, e, se non sei sposata, di trovare l’uomo della tua vita. Ti chiedo anche di non leggere tutto ciò che scrivo, perché a volte sono molto dura, e non voglio che la mia asprezza ti tocchi.

Clarice Lispector

9 risposte a "“Antipatica, crudele, disperata”"

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    1. La scelta non è mia, ma della rivista.
      La scrittrice, di cui ho diversi libri, è davvero “tosta”. Infatti, alcuni li ho dovuti mollare, perché ha uno stile veramente difficile anche per “lettori forti”.
      Ora che ho saputo dei racconti, penso che li comprerò (devo controllare, ma quelli non mi pare di averli). 🙂

      "Mi piace"

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