La donna che tradusse il giovane Holden

Un articolo un po’ datato per i 60 anni dall’uscita del grande romanzo di J.D. Salinger, che gli italiani conoscono nella versione di Adriana Motti.

di Luca Sofri
Il Post, 17 luglio 2011

Immagine: Droledevie

[A breve, ahivoi, ne seguirà un altro sulla nuova traduzione del 2014].

***

Il 16 luglio 1951 uscì negli Stati Uniti Il giovane Holden, leggendario e straordinario romanzo di J.D. Salinger che in Italia uscì nel 1952 con il titolo Vita da uomo per l’editore Casini, ma raccolse la meritata notorietà soprattutto a partire da dieci anni dopo, quando fu pubblicato da Einaudi. A tradurlo fu Adriana Motti, che Luca Sofri aveva intervistato e raccontato nel 1999 per Diario, e che è morta nel 2009. Ripubblichiamo quell’articolo, sessant’anni dopo la nascita del libro.

Un libro le ha cambiato la vita. 
Chissà se i libri cambiano davvero le vite, e figurarsi uno. Ma è bello sentire qualcuno dirlo, fingere di crederci, chiedere quale libro. Quale libro vi ha cambiato la vita? Ascoltare risposte originali, titoli sconosciuti, racconti commossi. E libri noti, quelli che se non cambiano la vita, ci passano almeno attraverso quando la vita si fa, a venti, trent’anni. Siddharta, lo Zen e la motocicletta, Grandi Speranze.
E il Giovane Holden, per forza. A lei, già, la vita l’ha cambiata il Giovane Holden, come a molti altri. Solo che a lei l’ha cambiata davvero: non l’ha letto, lo ha tradotto. Che, non fosse stato per Salinger, forse nessuno l’avrebbe tolta dall’ufficio stampa della Società Autostrade, e chissà che altra carriera, che altra vita, che altra città che non questa Roma da cui sta traslocando. È La donna che ha tradotto Il giovane Holden…

Non si presta mai nessuna attenzione al nome del traduttore: è un lavoro aberrante e io mi sono tremendamente pentita di averlo fatto. Nessuna soddisfazione, si guadagna pochissimo e si perde completamente la propria identità. E si sta sempre soli, noi e il libro e nient’altro.

La signora ha tradotto Karen Blixen, Lawrence Durrell, E.M. Forster, Wodehouse, Shikibu Murasaki, Catherine Porter e Colette dal francese. E Ivy Compton Burnett e altri ancora.
A ventitré anni, nel ‘47, le capitò la prima traduzione, un Wodehouse: “me lo sono totalmente inventato ’sto mestiere ed è stato molto divertente cominciare con Wodehouse”.
Figlia di un avvocato romano, a quel tempo faceva la giornalista all’Avanti, dove era entrata rispondendo con un suo articolo a uno scritto di Benedetto Croce. Le traduzioni le fecero poi perdere l’attitudine a scrivere, dice: “non finisco mai niente, solo cose brevissime, fulminee, ma non si può vivere di cose fulminee”.
A Roma in quegli anni capitava di conoscere tutti e io avevo la smania degli scrittori. Mi sembravano esseri sublimi, che poi non è affatto vero, ma allora ci credevo”. In America negli stessi anni usciva “Questo mio folle cuore”, un film con Dana Andrews e Susan Hayward liberamente tratto dal racconto di Salinger “Lo zio Wiggily nel Connecticut”, che lascò lo scrittore molto deluso… E così Holden racconterà per tutto il romanzo il suo odio per il cinema e i film e i dubbi sul fratello scrittore che è andato a Hollywood.
Alcuni anni dopo la signora Motti fu contattata da Einaudi e fece un’impressione eccellente.

Le traduzioni sono opere affini agli originali, Croce le chiamava “le belle infedeli”. La libertà che è lasciata al traduttore e che il traduttore deve prendersi è grandissima. E ognuno se ne prende di diverse: Faulkner fu tradotto sia da Vittorini che da Pavese. Vittorini quasi parola per parola, con rigoroso rispetto della cadenza. Pavese in un suo stile. A me piaceva più il primo. Pavese era troppo Pavese e Faulkner diventava un po’ uno delle Langhe.

Il primo lavoro per Einaudi fu Diario d’amore di Maude Hutchins, “che non ebbe nessunissimo successo. Poi Einaudi ebbe delle difficoltà e Adriana Motti andò a lavorare per tre anni all’ufficio stampa della società Autostrade, “sempre per campare, ovviamente”.

Quando Einaudi si “rimpannucciò”, nel 1961, le affidarono The catcher in the rye, e lei si dimise dalle Autostrade (“la più grande cretinata della mia vita”). In America il libro aveva già venduto un milione e duecentomila copie.

Sembrerà un’eresia: sono diventata celebre col Giovane Holden che io non ho preso sul serio per niente. Mi è piaciuto, molto acuto, molto profondo, ma non gli ho dato quest’importanza: divenne un dogma, un catechismo che non capisco tutt’ora. È un libro individualista, la crisi esistenziale di un ragazzo americano. Per dei ragazzi di sinistra italiani, Salinger avrebbe dovuto essere il tipico americano altoborghese e radical chic…

via hoppipolla.it

In Italia di Salinger allora si sapeva meno di oggi, malgrado il successo del libro in patria: “la gente crede che quando uno fa il traduttore si mette in comunicazione con l’autore: forse la Pivano lo fa, perché aveva la possibilità di conoscere Hemingway, di andare in America. Ma io che lo facevo per mestiere, dalla mattina alla sera, se avessi dovuto prepararmi, conoscere l’autore, non traducevo più. Campavo d’aria?”
Spesso si sente dire però che una buona traduzione nasce da una profonda conoscenza dell’autore e del suo testo: leggerlo e rileggerlo, prima di mettersi all’opera. “Macché, se lo leggo prima, non lo traduco: mi viene la nausea e diventa una barba terribile”.
Esausta dal lavoro precedente, tradusse tutto Holden sdraiata nel suo letto, accatastando parole in un quadernetto a quadretti, come ha sempre fatto, il testo sulle pagine di destra e le correzioni su quelle di sinistra, impiegandoci alcuni mesi, “sono sempre in ritardo, alla fine”.
[…]

… Adriana Motti non ha letto gli altri libri di Salinger e apprende divertita che tre anni fa Baricco e Veronesi proposero a Einaudi di rifare la sua traduzione… Il giovane Holden italiano è scritto in maniera formidabile proprio perché lo ha scritto lei, ed è una traduzione che spesso brilla di luce propria, costretta a emanciparsi continuamente dall’originale. A momenti si potrebbe pensare addirittura che la Motti si sia prese troppe libertà. Ma Holden come lo conosciamo noi oggi non potrebbe scrollarsi di dosso i suoi “e tutto quanto”, “e compagnia bella”, “eccetera eccetera”, “e quel che segue”, “e via discorrendo”, che traducono sempre e soltanto l’espressione “and all” dell’originale, che come tutte le opere in inglese non ha il nostro fastidio per le ripetizioni. Né chi ha letto Holden in italiano potrebbe pensarlo denudato di tutto il suo slang fatto di “una cosa da lasciarti secco”, “marpione sfessato”, “infanzia schifa”, e compagnia bella. “Allora i ragazzi parlavano così. Mi son dovuta adeguare, e chiedere ai miei nipoti: in americano poteva essere più sobrio, aveva lo stile di Salinger che lo sosteneva, in italiano io dovevo reinventarmelo”.
Non si faccia venire un esaurimento nervoso”, le scrisse una volta Calvino: “se non ci darà il libro in maggio, ce lo darà in giugno, se non in giugno in luglio, se in luglio non ce l’ha ancora dato mandiamo un sicario a ucciderla, ma lei deve lavorare tranquilla, come in un letto di rose”.
Quando riascolta le parole che infilò dentro Il giovane Holden le viene da ridere, “Salinger usava espressioni che non potevo tradurre e cercavo di compensare, per rendere il suo stile…
[…]
“Comunque la traduzione del Giovane Holden fu abbastanza stroncata, a cominciare dal titolo”. Una celebre nota in apertura dell’edizione italiana del romanzo spiega l’intraducibilità del titolo originale: “la scrisse Calvino”. [*]

E che i ragazzi, anche in questo momento, leggano espressioni che si è inventata lei, non le fa un po’ piacere? “Mi meraviglia moltissimo di accorgermi ora di avere una fama perché la gente non legge mai il nome di un traduttore. Poi mi dicono, ma lei è quella che ha tradotto Il giovane Holden? tutti, sempre, e mi fa ridere, io ho tradotto quaranta libri e si ricordano solo quello. E la Blixen?” (affinità: “Chiamerei volentieri Isak Dinesen”, dice Holden, innamorato de La mia Africa).
Adriana Motti ha messo parole italiane nelle bocche di Jeeves e Holden Caulfield, di Adela Quest e del principe Genji, e decine di migliaia di persone le hanno lette e se ne sono innamorate (l’anno passato Il giovane Holden ha venduto in Italia altre ventimila copie). Lei ha smesso di tradurre da qualche anno, con un libro di David Garnett. Si alza dalla poltrona e va a cercarlo nella libreria, lamentandosi della poca memoria e della sua schiena, “vecchiaia schifa”, dice.


[*] Aggiunta di FA minore.

***

Nota al titolo.

Il titolo di questo romanzo, The Catcher in thè Rye , è intraducibile. Al suo significato si fa riferimento di sfuggita in due punti del libro (capp. XVI e XVII). La famosa canzone scozzese di Robert Bums cui si allude ha una strofa che dice:

Gin a body meet a body
Corning through thè rye;

Gin a body kiss a body,

Need a body cry?


Cioè, traducendo letteralmente dal vernacolo scozzese: Se una persona incontra una persona / che viene attraverso la segale; / se una persona bacia una persona, / deve una persona piangere?
Il protagonista del romanzo, il giovane Holden Caulfield, sente cantare questa vecchia canzone da un bambino per la strada; crede di ricordarsi quel primo verso ma se lo ricorda storpiato: “If a body catch a body / coming through thè rye” (Se una persona afferra una persona / che viene attraverso la segale). L’immagine che questo verso storpiato gli chiama alla mente è quella di una frotta di bambini che giocano in un campo di segale, sull’orlo di un dirupo; quando un bambino sta per cascare nel dirupo c’è qualcuno che lo acchiappa al volo: thè catcher in thè rye, che potremmo tradurre: l’acchiappatore nella segale, il coglitore nella segale, il pescatore nella segale. Ma un titolo come The Catcher in thè Rye non evoca solo idilliche immagini agresti all’orecchio dei lettori americani, per i quali sia la parola catcher che la parola rye sono molto familiari con un significato del tutto moderno. Catcher è chiamato uno dei giocatori della squadra di baseball, il “prenditore”, cioè colui che, munito di guantone, corazza e maschera, sta dietro il batsman (battitore) per cercar di afferrare la palla lanciata dal pichter (lanciatore) se il battitore non la respinge con la sua mazza. Col nome di rye si designa comunemente il whisky-rye, il popolare tipo di whisky ottenuto dalla fermentazione della segale o di una mescolanza di segale e malto. Il titolo The Catcher in thè Rye, letto come puro accostamento di parole, suona come potrebbe suonare da noi II terzino nella grappa. Vista impossibile la traduzione, non ci siamo sentiti autorizzati a sostituire a un titolo cosi elusivo un altro che fosse scelto di nostro arbitrio. Ci siamo quindi limitati a chiamare il romanzo col nome del protagonista. Holden Caulfield è un personaggio ormai famoso e proverbiale negli Stati Uniti, l’eroe eponimo di tutta una generazione. [N. d. E.]

6 risposte a "La donna che tradusse il giovane Holden"

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    1. Io non l’ho letto da giovanissima, ma – conoscendo la lingua (da italiana, ovvio) – ho apprezzato tutte le sue “stranezze”.
      Da un po’ mi riprometto di leggerlo di nuovo, ma da quando ho saputo della nuova traduzione mi sento un po’ destabilizzata.
      Il tizio che l’ha fatta non mi ispira più di tanto (giovane, poca esperienza, tanti seminari sfruttando il caro Caulfield) e sono un po’ tradizionalista: preferisco le traduzioni con un po’ di polvere.
      Ho visto tanti titoloni su Holden che “rivive” ed è stato il colpo di grazia.

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        1. Le riletture sono molto rischiose. Ormai, quello che avevano da lasciarti dentro lo hanno lasciato.
          Non lo ricordo nei dettagli, ma l’atmosfera sì, e potrebbe essere un peccato sciupare quel po’ di stupore che suscita la prima volta

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  1. Io ho supercuriosità di leggere la traduzione nuova…
    Anche del Buio oltre la Siepe, Feltrinelli ha fatto una nuova traduzione, e lì la traduttrice precedente “smorzò” in «violenza immaginativa» almeno un passo del finale; ma la vecchia traduzione era da premiare davvero per cercare di rendere termini americani in un momento in cui non c’erano ancora tutti gli anglismi di oggi (la nuova traduzione, per esempio, può usare tranquillamente la parola «lodge», che la vecchia si arrabattava in tutti i modi per traslarla!)

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