Il mistero della Città Ideale di Urbino

Oggi nota universalmente come Città ideale in riferimento alle concezioni neoplatoniche e alle teorie urbanistiche utopiche del Quattrocento, la tavola è stata attribuita a vari artisti.

da un articolo di Ilaria Baratta
Finestre sull’Arte, 6 marzo 2022

Immagine: pittore fiorentino, Città Ideale, 1480-1485 circa. Baltimora, Walters Art Museum.

Se il Danteum progettato dagli architetti razionalisti Pietro Lingeri e Giuseppe Terragni alla fine degli anni Trenta su proposta dell’allora direttore dell’Accademia di Brera e presidente della Società Dantesca Italiana Rino Valdemeri, apprezzata dal governo Mussolini, avrebbe dovuto dar forma all’immaginario dantesco in un’architettura ideale e piena di simbolismi (il progetto non venne mai realizzato a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale), la Città ideale, capolavoro simbolo del Rinascimento, dà tuttora forma visiva a quella che doveva essere la rappresentazione del concetto teorico di una perfetta piazza rinascimentale, basata su linee prospettiche.

Sono entrambi “due esercizi formali teorici che portano al centro il ruolo della visionarietà ben temperata e la necessità di ripensare la nostra relazione con la storia attraverso un esercizio di radicale modernità”, come afferma Luca Molinari nel catalogo della mostra Città di Dio. Città degli Uomini. Architetture dantesche e utopie urbane, alla Galleria Nazionale delle Marche dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022.
“Due opere”, prosegue Molinari, co-curatore della rassegna insieme a Luigi Gallo e Federica Rasenti, “in cui la relazione tra spirituale e reale, tra metafora e progetto, viene portata alle estreme conseguenze, senza timore di affermare la centralità della visione e la sua capacità di produrre materiali utili per il futuro a venire”.
In occasione della mostra sono stati infatti per la prima volta posti a confronto i materiali originali del progetto del Danteum, conservati nell’Archivio Lingeri di Milano e mai interamente esposti, con la Città ideale, capolavoro che fa parte della collezione permanente del Palazzo Ducale di Urbino, una delle opere più iconiche della Galleria Nazionale.

[…] La Città ideale di Urbino, datata tra il 1480 e il 1490, è tuttavia, come scrive Molinari, “uno dei magnifici misteri che il primo Rinascimento italiano ci ha regalato e che continua a offrirsi per interpretazioni che liberamente nutrono la nostra visione e il mondo del progetto”.
Descritta già nell’Ottocento come Veduta di architettura, ProspettivaStudio di prospettiva per la struttura geometrica e prospettica dello scorcio urbano, ma oggi nota universalmente come Città ideale in riferimento alle concezioni neoplatoniche e alle teorie urbanistiche utopiche del Quattrocento, come spiega Giovanni Russo nel suo saggio del catalogo, la tavola è stata attribuita a vari artisti: si è pensato ad alcuni tra i maggiori nomi degli artisti e architetti legati alla corte di Federico da Montefeltro, come Piero della Francesca, fra’ Carnevale, Donato Bramante, Francesco di Giorgio Martini e soprattutto a Luciano Laurana, per la grande precisione del disegno e la somiglianza degli elementi architettonici classici con quelli presenti nel Palazzo Ducale di Urbino, di cui Laurana fu in parte progettista. Tuttavia gli studiosi attribuiscono oggi l’opera a un anonimo pittore dell’Italia centrale. […]

Pittore dell’Italia centrale (già attribuita a Luciano Laurana), Città Ideale, 1480-1490?
Urbino, Galleria Nazionale delle Marche.

Quel che è certo è che si tratta di un’opera che rappresenta gli ideali di perfezione e di armonia del Rinascimento italiano, ben visibili nella struttura simmetrica, prospettica e geometrica (a partire dalla pavimentazione della piazza). […]
Anche se si tratta di una città immaginaria, l’ambito della piazza rappresentata nel dipinto è comunque toscano e fiorentino in particolare, ascrivibile alla seconda metà del Quattrocento.

Al centro è posto un monumentale edificio religioso a pianta circolare, con colonne corinzie nel primo ordine e semicolonne nel secondo ordine, presumibilmente un battistero o un mausoleo (la croce dorata sulla lanterna fa presupporre che si tratti di un battistero); la piazza è delimitata ai lati da facciate di palazzi rinascimentali signorili, rivestite da marmi policromi e, proseguendo verso lo sfondo, da edifici di tipo medievale.
Il primo palazzo sulla destra presenta un portico ad arcate al pian terreno e finestre architravate e paraste ai piani superiori, mentre il primo sulla sinistra, in posizione opposta, presenta un portico architravato nel basamento e un ampio loggiato all’ultimo piano. In entrambi i palazzi, sui rispettivi timpani, sono visibili due lapidi con iscrizioni che però ancora oggi non sono state decifrate. Una chiesa è invece visibile sullo sfondo alla destra del grande edificio centrale; ancora più in lontananza si intravede un paesaggio collinare. Su alcuni balconi sono presenti vasi con piante per dare un tocco di vegetazione anche sulle facciate, mentre su un cornicione del primo palazzo a destra sono appollaiate due tortore, unici esseri viventi insieme alle piante presenti nel dipinto. In primo piano, ai lati, sul pavimento a lastre bicrome, con ottagoni e rombi nei riquadri, sono dipinti due pozzi con gradinate a base ottagonale.

Fulcro dello sguardo sull’intera piazza è tuttavia la porta appena socchiusa dell’edificio centrale. “Quella linea d’ombra al centro dell’asse prospettico ha il potere di slittare il nostro sguardo e le certezze rispetto alla potenza del mezzo prospettico, perché il centro della composizione si situa in un terreno incerto, di passaggio, tra luce e buio”, scrive Luca Molinari a proposito di quello “spiraglio di buio che perturba la perfezione formale del tempio di Cristo”. La definisce “una soglia che invita a entrare e che, insieme, stabilisce il limite tra la città degli uomini e quella di Dio”.
“In quello spessore sottile”, commenta Molinari, “possiamo immaginare il confine ideale tra il mondo terreno e quello del sacro, tra l’ideale e il materiale, così come lo stesso Dante nella sua Commedia aveva magistralmente tradotto attraverso la costruzione di un mondo visionario che era utopia e insieme proiezione terrena di un’interpretazione sublime del sacro che ci avvolge e alla quale aspirare“.

Pittore ignoto (Francesco di Giorgio Martini?), Città ideale, 1495 circa
Berlino, Gemäldegalerie.

…] In quella distanza ideale tra la città di Dio (qualsiasi forma essa abbia) e la città dei viventi esiste tutto il potenziale spirituale e simbolico che ha nutrito le nostre arti lungo la modernità, incarnando un’idea di utopia possibile, laica e pronta a essere concretizzata”, afferma il curatore.
Egli ritiene che il secolo scorso abbia visto il progressivo assottigliamento di questa linea di confine, utile a cercare nell’imperfezione del reale una risorsa potenziale su cui agire e una fiducia nell’utopia, nonché un assottigliamento dell’idea stessa di utopia, che viene fatta sempre più coincidere con un presente in cui si realizza in tempo reale l’idea di futuro. […]


Come abbiamo visto dalle immagini, oltre alla Città ideale di Urbino esistono altre due celebri Vedute di città ideale che si basano sulla progettazione architettonica e su una magistrale esecuzione pittorica: una di autore ignoto è conservata al Walters Art Museum di Baltimora, l’altra è alla Gemäldegalerie di Berlino, anch’essa di autore ignoto, ma che si differenzia dalle altre due perché la veduta è colta da una loggia.

15 risposte a "Il mistero della Città Ideale di Urbino"

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    1. Qui se parlava d’arte… (non su carta, tra l’altro 😀 ), inserita in determinato contesto storico-culturale. E credo che, come era un’utopia allora, la città ideale sarebbe un’utopia anche oggi. Però è molto interessante, l’argomento, perché ora è oggetto di molti studi interdisciplinari, progetti integrati ecc., con obiettivi sociali, di sostenibilità di vario tipo…

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      1. Sì, certo: io ho voluto “attualizzare” e togliere il concetto artistico espresso.
        A volte ci sono “modelli” che sono ritenuti tali anche nella modernità, mentre è più che palese che certi termini possono trarre in inganno, decontestualizzati o presi per assoluti! 😉

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            1. ‘orc.. mis… l’ho detto io! Ma fatico a capire tutti quei dettagli spiegati. A me quelle immagini piacciono e basta (a parte il fatto che le conosco a memoria da che avevo forse 4 anni)

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