La trappola della soddisfazione

La soddisfazione – la gioia per la realizzazione di desideri o aspettative – è qualcosa di evanescente. Qualsiasi conquista sembra sfuggirci di mano. È il più grande paradosso della vita umana.

da un saggio [*]
di Arthur C. Brooks
The Atlantic, 8 febbraio 2022

Illustrazioni: Paul Spella. via The Atlantic

[*] Il saggio (un po’ “all’americana”) era un adattamento per la rivista dall’ultimo libro dell’autore. Qui ha subito numerosi tagli e operazioni di editing.

Breve preambolo: mia figlia, adolescente, si spancia dalle risate guardando il video di “un vecchio che balla come un pollo e canta”. Mi avvicino e vedo il settuagenario Mick Jagger che gracchia la grande hit “(I Can’t Get No) Satisfaction” davanti a decine di migliaia di noi Boomer e Gen-Xer, che cantavano con grande entusiasmo. Lei non riusciva a credere che fosse una cosa seria e che alla gente della nostra età potesse piacere.
Ma quella canzone ha molto a che vedere con la verità di cui parla. Mentre ci facciamo strada nella vita, le ho spiegato, la soddisfazione – la gioia per la realizzazione di desideri o aspettative – è qualcosa di evanescente. È il più grande paradosso della vita umana. La desideriamo, crediamo di poterla ottenere, la vediamo di sfuggita e forse la sperimentiamo perfino, per un breve momento, poi svanisce. Ma continuiamo a cercarla. “I try, and I try, and I try, and I try”, canta Jagger. Come? Col sesso, il consumismo, secondo quel testo. Costruendo una vita sempre più barocca, costosa e piena di merda.
“Lo vedrai”, le dico. A questo punto ha l’espressione che immagino avesse tutti i giorni la figlia di Jean-Paul Sartre. “Quindi la vita è solo una corsa di ratti condannati a un’esistenza di insoddisfazione? Fa schifo”. “Sì”, le rispondo, “ma non siamo condannati“. Aggiungo che possiamo affrontare la sofferenza se cerchiamo veramente di capirla, e se siamo disposti a fare dei cambiamenti difficili nel nostro modo di vivere. “Tipo?”, chiede con l’aria sospettosa della figlia di uno che si occupa di scienze sociali, quindi partecipante inconsapevole di molti esperimenti comportamentali. E qui faccio una pausa. In effetti era una domanda sulla quale avevo riflettuto a lungo negli anni precedenti – non solo professionalmente, ma personalmente, e con risultati altalenanti.
Scrivo articoli sulla felicità per l’Atlantic e tengo corsi sull’argomento a Harvard. So che la soddisfazione è uno dei principali “macronutrienti” della felicità, e che la sua natura sfuggente è una delle ragioni per cui spesso la felicità è così inafferrabile. Eppure, sempre, sono caduto nella trappola…

Sfuggire alla trappola è difficile. E fa paura.

Ho passato la vita a salire sui pioli di una scala e i costi di quel tipo di vita sono fin troppo ovvi, ma solo guardandomi indietro ho iniziato a riflettere sulla questione dei benefici, e sulla strada che stavo percorrendo. Ognuno ha i suoi obiettivi e il suo stile di vita, ma la trappola è la stessa. Tutti hanno sogni, ma quando si avverano durano poco, e subito dopo ne nasce uno nuovo. Il dilemma sulla soddisfazione di Mick Jagger, e il nostro, inizia con una formula rudimentale: 
Soddisfazione = ottieni quello che vuoi.

Il titolo della canzone degli Stones sarebbe dovuto essere “(I Can’t Keep No) Satisfaction.” È quasi come se i nostri cervelli fossero programmati per piaceri non troppo prolungati. E infatti è così. Il termine omeostasi fu coniato nel 1926 da un fisiologo di nome Walter B. Cannon, che nel suo libro La saggezza del corpo mostrò che abbiamo dei meccanismi interni che regolano la nostra temperatura, così come i livelli di ossigeno, acqua, sale, zucchero, proteine, grasso e calcio.
Ma il concetto si estende molto oltre: per sopravvivere, tutti i sistemi viventi tendono a mantenere livelli stabili il più possibile. L’omeostasi ci mantiene vivi e sani, ma spiega anche il funzionamento di droghe e alcol. Mentre la prima dose di una sostanza stupefacente potrebbe procurare un grande piacere, il cervello impara velocemente a percepire un attacco al suo equilibrio e combatte per neutralizzare l’effetto della droga, rendendo impossibile il replicarsi della prima sensazione.
La neuroscienziata Judith Grisel della Bucknell University spiega brillantemente nel suo libro Never Enough: The Neuroscience and Experience of Addiction (Mai abbastanza: la neuroscienza e l’esperienza della dipendenza), che la dipendenza è in parte un effetto secondario dell’omeostasi: quando il cervello si abitua alla continua produzione di dopamina indotta dalla droga, il neurotrasmettitore del piacere, che ha un ruolo importante in quasi tutte le dipendenze, ne riduce bruscamente la produzione spontanea, rendendo necessaria un’altra dose semplicemente per sentirsi normali.

Lo stesso insieme di principi vale per le nostre emozioni. Quando si ha uno shock, bello o brutto, il cervello tende a tornare in equilibrio, rendendo difficile il permanere di quella condizione. È per questo che quando si ottiene il successo non se ne ha mai abbastanza. Se il senso del proprio valore si basa su quello – soldi, potere, prestigio – si passa di vittoria in vittoria, inizialmente per mantenere una bella sensazione e poi per evitare che diminuisca. La corsa infinita contro i venti contrari dell’omeostasi ha un nome: “tapis-roulant edonico”. E anche se si arriva a riconoscerla, liberarsene è difficile, sembra pericoloso. Il nostro bisogno del più è davvero potente, ma la nostra resistenza al meno è ancora più forte.
Quindi provi, e provi e provi, ma non raggiungi mai il tuo obiettivo. Ti ritrovi a correre semplicemente per evitare di rimanere indietro.
Secondo la psicologia evoluzionista, la nostra tendenza a volere di più è perfettamente comprensibile. Per gran parte della storia umana, la fame era molto più vicina di oggi, almeno per i più. Un “ricco” uomo delle caverne aveva qualche pelle d’animale o freccia in più, e forse qualche sacco di semi e di pesce secco da conservare, tanto da poter sopravvivere per un brutto inverno. Ma anche i nostri antenati avevano maggiori ambizioni: volevano trovare alleati e accoppiarsi per (consapevolmente o meno) trasmettere i propri geni. E questo era possibile, tra l’altro, accumulando pelli animali, dimostrando maggior bravura, coraggio e bellezza degli ominidi che abitavano nella caverna accanto.
La competizione ci porta a un altro punto: il successo è relativo. La soddisfazione richiede non solo quella continua corsa sul “tapis-roulant edonico”, ma anche che sia leggermente più veloce rispetto a quella degli altri. Quel po’ di piacere che ricaviamo dal far meglio può essere facilmente sopraffatto dalla preoccupazione di fare peggio degli altri, ma il bisogno di avere di più di loro, di essere più di loro, ci pungola incessantemente.
Sorprende che dai tempi delle caverne in poi sia cambiato poco. Gli studiosi hanno dimostrato che la tendenza ad accumulare persiste anche nell’abbondanza ed eccede sempre i reali bisogni, perché i bisogni primordiali sono una specie di programma che esiste ancora nel nostro cervello dai tempi antichi.

Nella nostra epoca ci si consiglia di tornare alla natura, al nostro lontano passato – nelle nostre diete, nei nostri doveri condivisi, e altro. Ma se l’obiettivo è una felicità che duri, seguire i nostri bisogni non aiuta, in generale. È lo scherzo crudele di Madre Natura. La felicità non contribuisce a perpetuare la specie, e se la sopravvivenza intergenerazionale si fonde con essa, è un nostro problema, non della natura.
L’insaziabile desiderio di ottenere di più, di raggiungere il successo e di essere il più attraenti possibile ci porta all’oggettivazione degli altri e perfino di noi stessi. Le ricerche dimostrano che l’auto-oggettivazione è associata a un senso di scarsa visibilità e mancanza di autonomia, e l’oggettivazione fisica poi determina disturbi dell’alimentazione e depressione, nelle donne.
L’auto-oggettivazione professionale è una tirannia maligna che ci rende capi spietati di noi stessi fino a farci diventare nulla di più di un Homo economicus che sacrifica molto per un’altra giornata di lavoro, e si finisce per diventare sagome di cartone di persone reali.
I neuroscienziati hanno dimostrato che la dopamina è secreta in risposta a pensieri collegati all’acquisto e al possesso di oggetti, all’accumulo di denaro, all’acquisizione di maggior potere o fama, alla ricerca di nuovi partner sessuali. Il cervello si è evoluto per gratificarci dei comportamenti che ci tengono vivi e capaci di trasmettere il nostro DNA. Potrebbe sembrare anacronistico, almeno in parte, ma in realtà è quello che facciamo delle nostre vite.

Per chi ha fede, la soddisfazione ha un altro nome: il Paradiso.

È quello che molte religioni promettono ai credenti. Per la Chiesa Cattolica, il paradiso ci assicura la “visione beatifica”: la contemplazione di Dio nella sua gloria celeste, scopo ultimo della vita umana. Dio è di fronte a noi e ci fa conoscere la sua vera natura. Con questo, assicura la “soddisfazione dei desideri umani più profondi, lo stato di felicità supremo e definitivo”.
San Tommaso d’Aquino, nel XIII secolo, diede la sua risposta nella sua solenne Summa Theologiae, in cui definisce il problema della soddisfazione come un obiettivo distorto: gli idoli che ci distraggono da Dio, la vera fonte di beatitudine. Anche senza essere credenti, sono quelli gli obiettivi che secondo Tommaso ci seducono ma non ci danno soddisfazione vera: denaro, potere, piacere e onore.
In altre parole, (It don’t bring no) satisfaction. Tommaso d’Aquino non avrebbe riempito uno stadio, ma descrive il modello di insoddisfazione molto meglio di Jagger stesso.
Il problema, quindi, è il nostro naturale attaccamento a queste cose inadeguate. Somiglia alla prima “nobile verità” del Buddha: che la vita è sofferenza (il termine pāli dukkha, दुक्ख, in sanscrito è duḥkha, दुःख, tradotto anche con “insoddisfazione”) e che la bramosia, il desiderio e l’attaccamento alle cose terrene ne sono la causa.
Tommaso, il Buddha e, per quel che vale, Jagger, dicevano la stessa cosa.
Ciononostante, né Tommaso né il Buddha sostenevano che i riconoscimenti mondani fossero intrinsecamente un male. Infatti posso essere usati per un grande bene. Il denaro è cruciale per il funzionamento della società e il sostentamento della famiglia; il potere può essere esercitato per migliorare le condizioni degli altri; il piacere è il lievito della vita; e l’onore può essere fonte di elevazione morale. Ma come legami – obiettivi invece di mezzi – non offrono soddisfazione.

In realtà, la nostra formula Soddisfazione = ottieni quello che vuoi, lascia fuori un elemento chiave. Per maggiore accuratezza, dovrebbe essere Soddisfazione = quello che hai ÷ quello che vuoi.
Tutti i nostri imperativi evolutivi e biologici sono concentrati sull’incremento del numeratore – quello che abbiamo. Ma l’azione più significativa è espressa dal denominatore – quello che vogliamo.

Tornando a mia figlia, ovviamente non potevo lasciar cadere l’argomento. Mi aveva detto: “Allora il segreto per la soddisfazione è semplice. Devo solo andare contro parecchi milioni di anni di biologia evoluzionista, e tutto si sistemerà”.
Ma c’era dell’altro. Ci eravamo trasferiti due anni prima dal Maryland in una piccola cittadina fuori Boston. Mi ero dimesso da una posizione di CEO per insegnare e scrivere, lasciandomi alle spalle praticamente ogni contatto quotidiano con l’ambiente elitario della politica e dell’economia, e la mia famiglia appoggiò la mia scelta: stavo seguendo i miei propri consigli, pubblicati in queste pagine tre anni fa, per trovare un’altra forma di successo e un tipo di felicità più profondo. Con la pandemia i ritmi della vita sono inevitabilmente rallentati e ho avuto tutto il tempo per pensare a far funzionare questa transizione. Quindi ho avuto qualche suggerimento pratico da dare a mia figlia per sconfiggere il meccanismo della soddisfazione.
Io non sono né San Tommaso né il Buddha, e il mio attuale lavoro a Harvard non si può propriamente definire un ripudio delle cose terrene. Eppure, ho cercato di imparare dalle loro vite che la soddisfazione non significa il raggiungimento di un’alta posizione e il suo mantenimento per la vita, ma nell’aiutare altre persone, con la condivisione di qualsiasi conoscenza e saggezza ottenuta, e quale che sia il mio futuro professionale non lo passerò ad accumulare per me stesso.
Data la mia sensibilità per l’ammirazione, mi sono ripromesso di dare meno importanza a come mi percepiscono gli altri e ho lasciato andare molti rapporti legati solo alla crescita professionale. Malgrado ogni tanto si riaffacci qualche tentazione, i cambiamenti nel mio comportamento sono, per la maggior parte, rimasti saldi, e sono stato più felice. Con ciò, però, non intendo dire che ci sia qualcosa di male nel fare un bel viaggio, o nel correre una maratona, o nell’impegnarsi in qualcosa di difficile.

Ci sono tanti libri sul minimalismo, tutti che raccomandano di ridimensionare la propria vita per essere più felici, di liberarsi dei detriti. Ci sono musei che espongono una tale quantità di oggetti che non si riesce a goderne che una piccola parte in una sola visita. L’arte rispecchia la vita e contiene una potenziale soluzione al dilemma della soddisfazione.
Ma non si tratta solo di avere meno cose: si può trovare la pienezza anche facendo attenzione alle cose piccole. Per molti anni ho avuto un caro amico, di una ventina d’anni più grande di me, con il quale avevo lavorato quando avevo 20 anni. Verso i quarant’anni gli fu diagnosticata una forma aggressiva di cancro e gli erano stati dati sei mesi di vita, poi altri se, e poi quasi altri trent’anni. Non fu mai “curato”, tuttavia. Il suo medico gli disse che il cancro era come un lupo alla porta, che mordeva il suo tempo. Prima o poi, il lupo sarebbe riuscito a entrare, cosa che poi è successa un paio di anni fa. Ma i trent’anni che ha vissuto non sono stati un peso. Al contrario, gli ricordavano quotidianamente il dono di quel giorno, e quindi di cercare soddisfazione non in imprese audaci e progetti a lungo termine, ma nei piccoli momenti di bellezza con sua moglie e sua figlia.
Un po’ di anni fa, con alcuni amici stretti, eravamo a casa sua, a mangiare e bere nel suo giardino. Al tramonto ci chiese di avvicinarci a una pianta con piccoli fiorellini chiusi. “Guardate un fiore”, ci disse. E noi lo facemmo, per circa dieci minuti, in silenzio. All’improvviso il fiore sbocciò, e lui ci spiegò che succedeva tutte le sere. Rimanemmo senza fiato. Fu un momento di intensa soddisfazione.
Ma quella situazione durò. Il ricordo ancora mi dà gioia, più di molti risultati ottenuti nella mia vita, non perché fosse il culmine di un grande obiettivo, ma perché fu un dono inaspettato, un piccolo miracolo.

Mia figlia è andata al college pochi mesi dopo la nostra conversazione. Dopo l’isolamento e i lockdown dovuti al COVID-19, proprio in coincidenza con il suo ultimo anno di studi si è iscritta a una università in Spagna. Mi manca, anche se ci scambiamo molti messaggi ogni giorno, ma non si parla quasi mai di lavoro o di studio: condividiamo piccoli momenti, come la foto di una strada sotto la pioggia, uno scherzo scemo, il numero di flessioni che ha fatto. Non so se questo la possa favorire nella liberazione dal paradosso dell’insoddisfazione, ma per me è come una cura. Ogni messaggio è come il fiore della sera, uno sguardo breve che porta con sé una quieta soddisfazione.

Tutti noi possiamo cavalcare le onde degli attaccamenti e dei bisogni, sperando inutilmente che un giorno, in qualche modo, troveremo la soddisfazione che cerchiamo. Oppure possiamo fare un tentativo nella direzione della libera volontà e della padronanza di noi stessi. È una lotta che dura tutta la vita contro l’uomo delle caverne che abita dentro di noi. A volte vince lui, ma con determinazione e allenamento, possiamo trovare una tregua dall’insoddisfazione cronica e sperimentare la gioia che è la vera libertà umana.


Questo saggio è un adattamento dall’ultimo libro di Arthur C. Brooks From Strength to Strength: Finding Success, Happiness, and Deep Purpose in the Second Half of Life.

Arthur C. Brooks è un giornalista, collaboratore del mensile The Atlantic, docente di pratica della leadership pubblica presso la Harvard Kennedy School e di management presso la Harvard Business School

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18 risposte a "La trappola della soddisfazione"

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  1. Come ne “La trappola della felicità”, il nostro cervello non è biologicamente in grado di mantenere un livello di ciò che pensiamo sia soddisfazione, o, appunto, felicità. Che strani esseri siamo. Articolo molto interessante, grazie!

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    1. Senza bisogno dei famigerati manuali di auto-aiuto (e, se è per questo, neanche del libro di Arturo), a volte si impara per forza di cose. Poi dipende dall’indole di ognuno. Per alcuni è più facile. E pure questo è un bel paradosso, perché mica è detto che non soffrano. Ma magari non per i motivi così americanamente illustrati dal saggista

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