Il Bene e il Male, le contraddizioni della natura umana e le ragioni per un lucida speranza

Tutto il bene e gli eroismi si rialzeranno, poi diminuiranno di nuovo e si rialzeranno. Non è che il male vince – non lo farà mai – ma è che non muore.

John Steinbeck

da un articolo di Maria Popova
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Ci sono eventi nelle nostre vite personali e storie collettive che sembrano categoricamente irrimediabili, momenti in cui lo spazio per la gratitudine e la speranza scende così tanto sotto il livello del mare di dolore che smettiamo di credere che esistano. Ma dentro di noi abbiamo la capacità di sollevarci da quei momenti e guardare al quadro più grande in tutta la sua complessità, complementarità e la velocità del tempo, e di trovare in quel che vediamo non una consolazione illusoria ma il conforto più vero che c’è: quello della prospettiva.

John Steinbeck (27 febbraio –20 dicembre 1968) incarna questo desiderio difficile, trscendente, in una straordinaria lettera all’amico Pascal Covici — che presto sarebbe diventato il suo padrino letterario — scritta il primo giorno del 1941, mentre infuriava la Seconda guerra mondiale, travolgendo l’umanità in una insopportabile oscurità.
In Steinbeck: A Life in Letters la lettera è una testimonianza sul potere consolatorio della sfumatura della riabilitazione, lasciando spazio a una fertile contraddizione, con un’adesione a una più ampia prospettiva.

Scrive Steinbeck il primo gennaio del 1941:

Parlando del felice anno nuovo, mi domando se qualsiasi anno abbia avuto minori possibilità di essere felice. È come se l’intera razza stesse indulgendo in un tipo di introversione della specie — come se guardassimo all’interno delle nostre nevrosi. E ciò che vediamo non è molto piacevole… Quindi partiamo con questo felice anno nuovo, sapendo che la nostra specie non ha imparato nulla, non può, come razza, imparare nulla — che l’esperienza di diecimila anni non ha avuto effetto sugli istinti dei milioni di anni che sono venuti prima.

Ma Steinbeck… rifiuta di soccombere alla disperazione, al disfattismo, al cinismo, all’amnesia e alle ipotesi, alle quali ricorriamo inconsapevolmente per autodifenderci dal male soverchiante. Invece, quindici secoli dopo la metafora di Platone del Carro e dell’Auriga, Steinbeck aggiunge una nota sull’indelebile dualità della natura umana e del carattere cinico della continuità della civilizzazione che chiamiamo storia:

Non che io abbia perso ogni speranza. Tutto il bene e gli eroismi si rialzeranno, poi diminuiranno di nuovo e si rialzeranno. Non è che il male vince – non lo farà mai – ma è che non muore. Non so perché dovremmo aspettarcelo. Sembra abbastanza ovvio che due lati di uno specchio richiedono che prima uno abbia uno specchio, che due forze sono necessarie all’uomo prima che sia un uomo. Una volta ho chiesto [al famoso microbiologo] Paul de Kruif se desiderasse curare ogni male e lui rispose sì. Poi ho suggerito che l’uomo che amava e voleva curare era il prodotto di tutta la sua sporcizia e malattia e meschinità. Cura quelli e non avrai l’uomo ma una specie completamente diversa che non riconosceresti e probabilmente non ti piacerebbe.

L’argomento di Steinbeck è abbastanza sottile da essere frainteso come relativismo morale, ma in realtà è proprio l’opposto: lui suggerisce che le nostre umane debolezze non negano la nostra bontà o il nostro desiderio di migliorare, quando piuttosto offrono l’energia necessaria e il parametro col quale misuriamo il nostro progresso morale.

Estrae da questa inevitabile interazione tra ordine e caos i peccati del regime Nazista e le basi per la speranza di sopravvivere alle atrocità della guerra, alla quale, non dobbiamo dimenticarlo, gran parte del mondo temeva di non non sopravvivere.

È interessante osservare l’efficienza tedesca che, dalla logica della macchina, ma (sospetto) che dal punto di vista delle meccaniche delle specie umane sia suicidaria. Di certo l’uomo prospera (o, almeno, ha prosperato) in uno stato di semi-anarchia. È strato forte, creativo, fiducioso, affidabile, attivo. Ma imprigionalo con le regole, nutrilo e curalo, e io penso che morirà come un lupo in gabbia. Non sarei sorpreso di vedere una nazione curata, pianificata, disintegrarsi, mentre una nazione a pezzi, affamata, sopravvivere. Sicuramente, nessun grande piano ha mai avuto successo.

Alla fine, fallita, l’umanità nel suo insieme è sopravvissuta a questi imperdonabili crimini (anche se se continuiamo a non riuscire a rifletterci sopra a sufficienza), e abbiamo cominciato un’altra rivoluzione intorno al ciclo della costruzione e della distruzione, creando grandi opere d’arte e scrivendo grande letteratura e facendo grandi scoperte scientifiche, tutto portandoci dietro le nostre capacità di bene e di male, com’è nostro destino.

Così, quando assistiamo al male che definisce la linea del nostro progresso morale e umanitario, come periodicamente succede, speriamo di ricordare, anche nei momenti più difficili di quella linea, i motivi di riflessione e di lucida fede nello spirito umano di Steinbeck.

A complemento di questi frammenti da Steinbeck: A Life in Letters, Albert Camus sulla forza del carattere nella difficoltà, Hannah Arendt sulla reciproca umanizzazione, Joseph Brodsky sul più grande antidoto al male, Toni Morrison sul compito dell’artista in tempi travagliati, e Rebecca Solnit sulle nostre ragioni di sperare nell’oscurità.

4 risposte a "Il Bene e il Male, le contraddizioni della natura umana e le ragioni per un lucida speranza"

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  1. Eh già, il male non muore. Chissà perché mi viene in mente il Tao, yin e yang, bene e male. Ma non vedo equilibrio in questo mondo. Può mai essere che si penda sempre dalla parte sbagliata e che il poco bene che c’è non riesca mai a riportare l’equilibrio? O l’equilibrio è talmente precario da non sentirlo neanche?

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