Oltre il linguaggio

C’è uno spazio tranquillo tra due lingue. Un ritardo nell’interpretazione, un non-luogo dove, mentre la mente fa emergere il significato in una lingua e trova l’equivalente nella seconda lingua.

da un articolo di Ingrid Rojas Contreras 
The Paris Review, 18 giugno 2019

Illustrazione: Mathieu Valade

Ho passato più di metà della mia vita a tradurre. Mi sono trasferita in America [dalla Colombia, NdT] quando avevo diciotto anni e, malgrado la mia lingua madre sia lo spagnolo, parlo inglese come una madrelingua. Quando si vive tra due lingue, la conversione del significato è “aritmetica in perdita”. Il trasferimento di ciò che voglio dire si versa da un contenitore in un recipiente incompatibile. Inevitabilmente, qualcosa va perso. Sono abituata, per esempio, a pensare qualcosa in spagnolo che in inglese viene fuori in modo strano, o non si può proprio dire, non nello stesso modo. Sono abituata ad essere sufficientemente compresa, non completamente.

iStockphoto

Ho scritto il mio primo romanzo, Fruit of the Drunken Tree, mentre lavoravo come traduttrice e interprete freelance. Traducevo articoli, sottotitoli per documentari, ma il lavoro che mi piaceva di più era quello di interprete simultanea… Era una sensazione elettrizzante per il cervello, il lavoro di ascolto di qualcuno che parlava spagnolo e poi sentirmi parlare in inglese, … ed ero sempre sorpresa che il mio cervello potesse svolgere un tale compito, che potessi ascoltare e immediatamente tradurre e poi interrompere la mia voce e ascoltare di nuovo, tradurre di nuovo, continuare a parlare, seguire i pensieri di chi parlava.

La traduzione simultanea per me non era solo un lavoro – non aveva un ruolo nella mia attività di scrittrice – finché mia sorella non si ammalò seriamente. A quel tempo non sapevamo se sarebbe sopravvissuta. Era in cura per un disturbo alimentare [eufemismo, NdT]. Io dormivo per terra a casa sua e i miei dormivano nel suo letto. Il centro in cui era ricoverata forniva un interprete per mia madre, parlava di ragazze che ce l’avevano fatta e tutto andava tradotto, anche gli incontri con i medici e gli infermieri e gli psichiatri, ma tutto si stava perdendo nella traduzione.
Quelle parole non significavano niente per mia madre, erano parole di gente bianca. La nostra gente non si ammalava in questo modo, o se succedeva, non c’era mai stato bisogno di parole diverse da “sofferenza”… Quindi, anche se l’interprete parlava velocemente e accuratamente con mia madre, non aveva importanza. Lei cercava di affrontare un sistema sanitario in una lingua che non riusciva a capire, e io mi resi conto intensamente dei fallimenti della traduzione.
Alla fine, siccome il tipo di traduzione di cui mia madre aveva bisogno richiedeva uno scavo nel contesto culturale, nel colonialismo e nella storia, decidemmo che sarei stata io a occuparmi della traduzione. Traducevo per cinque, a volte otto ore al giorno. Era emotivamente, ma non potevo fare altro. Volevo che mia madre sentisse nella sua lingua, da una voce familiare, tutti i modi in cui avevamo reso mia sorella malata, tutti i modi in cui avrebbe potuto non sopravvivere.

Come in altri periodi devastanti della mia vita, la scrittura diventò la mia scialuppa. Stavo seduta alla scrivania e lavoravo e lavoravo. Diventai l’interprete di me stessa, l’unica cosa che avesse un senso. Immaginavo il mondo del romanzo – il dialogo, i sentimenti, il paesaggio, perfino i silenzi – in spagnolo, ma quando il senso raggiungeva le mie dita, battevo sulla tastiera in inglese. Il romanzo, raccontato da due punti di vista, è la storia di due ragazze: una che è in grado di fuggire da una situazione disperata ed emigrare, l’altra no.
Molti mi chiedono perché non abbia scritto il romanzo in spagnolo. Il linguaggio è una di quelle cose che sacrifichi quando emigri. Volevo essere sincera sul prezzo di quel sacrificio, rendendo visibile esattamente ciò che andava perso.

Come scrittrice, ho fatto cose che non farei mai come interprete. Nella traduzione simultanea, quando capitano espressioni idiomatiche, battute umoristiche o giochi di parole, ci si aspetta che l’interprete vi si adatti e li traduca nel loro senso generale, che si sorvoli sul colore, sulle battute, sul calore di una lingua perché molto spesso quello che è divertente in spagnolo non lo è in inglese, il gioco di parole di una lingua non trova mai l’equivalente in un’altra, la ricchezza culturale non può essere trasferita facilmente in un’altra cultura. La struttura di una battuta di spirito nasce dalle vittorie e dai traumi del suo popolo. Portarne il senso a un popolo con una storia diversa è quasi impossibile: c’erano frasi che non riuscivo a tradurre e che ho eliminato dal libro. […]
Quante frasi ho perso? Difficile da dire, ma vivevo per i momenti in cui ero capace di forzare la lingua e renderla strana. Più che fornire una traduzione spedita e accurata, mi impegnai a dare quella che avrebbe potuto essere considerata una brutta traduzione, un goffo trasferimento di senso in cui il viaggio da una lingua all’altra fosse evidente.

Il titolo del romanzo è frutto di una traslitterazione. In Colombia c’è un albero che colloquialmente viene chiamato borrachero, letteralmente che ti fa ubriacare. Da quest’albero viene estratto un medicamento usato sin dai tempi degli indigeni chiamato burundanga. L’albero è pieno di scopolamina, che viene usata nella droga dello stupro. Burundanga è un tipo di droga che controlla la mente, inibendo la capacità di prendere decisioni autonome. Con tutta questa storia alle spalle, non potevo tradurre borrachero in datura or belladonna. Volevo che la lingua fosse spagnola, vestita in inglese, così borrachero diventò albero ubriaco. In inglese non ha senso, ma quello che mi importava era indurre il lettore a sentire che qualcosa era andato perso con la traduzione. […]

La traduzione simultanea non dipende primariamente dalle regioni del cervello che controllano l’articolazione e la comprensione del linguaggio, come si potrebbe pensare, ma dalle aree che facilitano la memoria, l’ascolto, la capacità di prendere decisioni, e la fiducia. Il cervello gestisce il processo di interpretazione coordinando varie aree che potrebbero essere usate per altri scopi, come il movimento del corpo nello spazio.

Il Brain and Language Lab di Ginevra studia i modi in cui il cervello agisce a diversi livelli nell’elaborazione del linguaggio. Nel 2014, in un articolo della rivista Time, il responsabile del gruppo di ricerca, Narly Golestani, disse: “[Nell’interpretazione] due lingue sono attive simultaneamente. E non in una sola modalità, perché si ha la percezione e la produzione allo stesso tempo. Quindi le regioni del cervello coinvolte raggiungono un livello estremamente alto, oltre il linguaggio”.

via aiic.org

Sebbene sembri controintuitivo, per me ha senso. C’è uno spazio tranquillo tra due lingue. Un ritardo nell’interpretazione, un non-luogo dove, mentre la mente fa apparire il significato in una lingua e trova l’equivalente nella seconda lingua, si apre un vuoto. Lì non c’è alcuna lingua, solo emozione gutturale. Tutto sembra senza nome e, quindi, un po’ eterno. Il significato non può essere perso lì, perché è tutto quello che c’è. Amo il linguaggio, ma questa è l’esperienza del significato che preferisco: là dove il linguaggio è doppio e anche annullato. […]

La traslitterazione divenne la cosa che preferivo del mio libro. Mi piaceva che lasciasse i madrelingua inglesi in mezzo a un’esperienza straniera, che per i bilingue erano gallerie di collegamento tra le lingue. Volevo che noi, gli immigrati, i nomadi, avessimo una esperienza privilegiata. E volevo che i colombiani che potevano leggere il libro in inglese ne potessero trarre qualcosa di significativo. Alcune frasi del romanzo sono per loro. […]
Ora che il libro è pubblicato, osservo che i lettori bilingue sono quelli che lo capiscono meglio… Riconoscono la cadenza in alcune frasi, il ritmo, lo strano periodare.

Negli anni che ho passato a scrivere il libro, mia sorella è migliorata. Ha avuto dei bambini. Ha imparato a vivere con il suo disturbo. Ogni giorno, sono orgogliosa di lei. È stata la prima della famiglia a leggere il romanzo e qualche volta la chiamavo per chiederle un’opinione su qualche punto particolare della traduzione. […]
La versione spagnola è l’unica che i miei genitori possono leggere, ma nel libro non c’è nulla che già non sappiano, visto che il romanzo parla degli anni turbolenti che hanno preceduto il nostro abbandono della Colombia..
Eppure, mia madre probabilmente non lo leggerà mai, e va bene così. Sa quello che il libro potrebbe portare a galla. Sceglie di lasciare le cose in attesa, inespresse, informi, e lo capisco. A volte, il costo di una migrazione non è solo ciò che si perde in una traduzione, ma tutte le cose che vogliamo che restino non dette, le storie che non vogliamo mai più rivivere, perse nella valle che si stende oltre il linguaggio.


Ingrid Rojas Contreras, autrice di Fruit of the Drunken Tree, ha scritto saggi e racconti pubblicati sulla Los Angeles Review of Books, su Electric Literature, su Guernica, Huffington Post e altri.

6 risposte a "Oltre il linguaggio"

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    1. Per i traduttori soprattutto, ma anche gli editor, è un’arte (con una componente artigianale notevole) affascinante.
      Spesso frustrante, a volte normalmente gestibile, altre da mettersi le mani nei capelli.
      Credimi, è un mondo a parte. Se “l’arte di porsi i problemi” non fosse applicata solo alle parole, ma anche al pensiero donde esse derivano, chissà, forse si starebbe un po’ meglio… (ma forse è solo deformazione professionale, eh).
      Anche tu hai a che fare con le parole e hai voce in capitolo, ma è un capitolo molto diverso. Tu crei. Il traduttore ti ri-crea 🙂

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      1. Eh, lo so. Ed è per quello che perché, se possibile, preferisco i film in lingua coi sottotitoli: si colgono cose che nel doppiaggio si perdono o vengono “trasfigurate”.
        Però un lavoraccio e si rischia di perdere parte del visivo, seguendo così. 🙂

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        1. Sono d’accordissimo, anche se dipende dai film. Non si può tenere a bada l’azione sullo schermo, le voci originali e i sottotitoli (sempre che siano fatti bene, e a volte non lo sono: un traduttore lo capisce…).
          È un po’ lo stesso dilemma che si pone con i libri: che faccio, mi leggo l’originale e ne perdo il 40%, o scelgo la traduzione (con oculatezza sui nomi dei “mestieranti” mal pagati e senza editing) e accetto quel po’ o quel molto di “lost in translation”?

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