New York: abitare in un quartiere non amato

Una zona senza nome di Manhattan ricorda la città romanticizzata dai film negli anni ’70. Ma davvero vogliamo vivere in “Taxi Driver”? New York non ha bisogno di altri ammiratori, se non in certi quartieri.

brani tratti da un articolo di Rivka Galchen
The New Yorker, 8 febbraio 2021

Illustratione di Jorge Colombo

Per dieci anni ho vissuto in una zona tra Port Authority Bus Station a nord, Penn Station a sud, il Lincoln Tunnel a ovest e, ad est, una scultura in acciaio alta quasi 10 metri che raffigura un ago infilato in un bottone di 14 metri. Malgrado sia molto affollato, non è un posto per le persone. È più adatto a operazioni di trasporto con bancali.
All’interno di questo quadrilatero ci sono un ambulatorio per la distribuzione del metadone, un ufficio di sorveglianza per quelli usciti con la libertà condizionale, negozi di liquori con cassieri riparati da spessi schermi di plastica, un negozio di abbigliamento giapponese, un gran numero di banchi dei pegni, l’Edificio del Times, studi per batteristi, sette linee metropolitane e almeno quattro posti dove riparano macchine da cucire. […]

È qui che è cresciuta mia figlia. Mi sono trasferita per ragioni pratiche, ma non ci sono molti bambini nel quartiere. […]
Probabilmente, questi block somigliano a quelli degli anni ’70 che si vedono nei film o alla TV, ma davvero vogliamo vivere in “Taxi Driver”? Fino a poco tempo fa, c’erano striscioni polverosi e laceri che annunciavano la “Grande Apertura” di un mercato della carne sulla Nona, un mercato che è rimasto aperto per vent’anni. Vedevo spesso persone molto attraenti e ben vestite fare foto professionali. A volte anche a un lotto abbandonato. Ma il mercato era stato demolito parecchio tempo prima e al suo posto svettava un alto edificio di vetro deserto. […]

[…] Abito a New York dal 1998… Come gli Yankees e i Mets, New York non ha più bisogno di ammiratori. È un luogo denso di ricchezza, capitale culturale e con tante storie. Molti film sono stati girati qui, molti libri ne hanno parlato… Amare New York, e io la amo, è una cosa che mi ha spesso fatta sentire compromessa, perfino aliena a me stessa. Il trasferimento in questo quartiere ha risolto questo groviglio emozionale. Quasi nessuno ama questo quartiere o vuole viverci: sarebbe bello esserne contenta, se solo sapessi come fare.

All’inizio, tenevamo le finestre aperte, ma presto abbiamo notato la fuliggine che trovavamo perfino sui piatti o sugli scaffali, resistente ai detersivi e alle spugne lisce. Questa sostanza, che probabilmente finiva nei nostri polmoni, era quel tipo di qualità per cui la gente si trasferiva in città? Non ho quasi mai scelto dove vivere: è sempre stato per fattori esterni, spesso edilizia popolare. Quindi sono abituata al tempo che ci vuole per conoscere un quartiere, o per convincersi delle sue qualità non apparenti.
Andavo a camminare, in mezzo alla fuliggine. Una volta mi è capitato di vedere Baryshnikov in un negozio di bagel. Ho notato che qui è pieno di danzatori: la Trisha Brown Dance Company ha qui la sua sede. Ci sono anche strip club. Ogni tanto, vedo un cordone di velluto che non ho alcun interesse a superare. Continuo a pensare che da un momento all’altro troverò un lato di questo quartiere più grazioso, invece scopro una stalla con dei cavalli. Il palazzo della DHL è piuttosto allegro, con alcune parti dipinte di giallo.

La nostra gastronomia preferita, aperta ventiquattr’ore, all’angolo tra la Trentasettesima e la Nona, è gestita da un immigrato yemenita da circa quarant’anni. Non ha mai chiuso neanche un giorno, neanche l’11 settembre, o quando ci sono i blackout, o quando c’è stato l’uragano Sandy, o durante la pandemia. Il proprietario mi racconta di aver dormito su una brandina in cantina per i primi sei anni di attività. Nel quartiere ci sono molti senzatetto, e l’ho visto dare cibo e bevande a persone che non pagano o chiedere a persone che davano problemi di andarsene…

Il nostro appartamento dà sull’entrata del Lincoln Tunnel, che secondo le mie stime è la fonte di almeno due terzi della fuliggine. Il traffico, di notte, è particolarmente intenso. Mia figlia guarda fuori dalla finestra e osserva la lunga fila di luci rosse che indica il traffico in uscita, mentre le luci bianche sono quelle di chi arriva. Dice che è un bello spettacolo. […]

La pizzeria Two Bros all’angolo della Nona e della trentottesima vende fette calde di pizza al formaggio appena sfornate per un dollaro… È quasi sempre affollata, e me ne sono innamorata quando ero incinta. Puoi mangiare a un tavolo in fondo e sentirti al contempo sola e in compagnia. Le luci sono da sala chirurgica e la musica pop messicana è una sicura fonte di endorfine. Anche se gli ingredienti della pizza non vengono dalla fattoria di famiglia nella Hudson Valley, le fette sono sublimi.

Dopo la nascita di mia figlia, ci sono tornata qualche volta e, appena era abbastanza cresciuta, la pizza era il piatto speciale. Quando aveva due anni, le piaceva tenere il dollaro in mano e pagare da sola. A tre anni, riusciva orgogliosamente a tenere il piatto in mano e ora riesce anche a dare il primo morso, quello di quando ti accorgi di quanto è calda e della quantità che ne puoi mangiare.

[…]

Mia figlia, quando ha cominciato a diventare adolescente, ha modificato il mio rapporto col quartiere. I primi anni ero stata orgogliosa della sua mancanza di fascino, come se fosse una conseguenza della sua integrità. Mi ero un po’ stufata delle case in affitto pulite, inoffensive, di lusso, tipo Emerald Green sulla Trentottesima, circondato da alberi di ginkgo per tutto il marciapiede, alberi sottili, patetici e inizialmente quasi spogli, che gli impiegati decoravano con le luci a Natale. In estate, piantavano tulipani nelle aiuole di fronte all’ingresso. Ricordo di aver pensato che non era quello ciò di cui avevamo bisogno: è meno gradevole della mancanza di gradevolezza. Ora adoro quell’edificio e, con mia figlia, aspettiamo che si accendano le luci sugli alberi.
[…] Ci chiediamo sempre quando le foglie diventeranno gialle, quando i fiocchi di neve accesi saranno appesi all’incrocio tra la Nona e la Trentottesima…
Un pomeriggio ci trovavamo a Brooklyn Heights, vicino a dove ero vissuta un tempo, con marciapiedi puliti e palazzi eleganti e nessuna puzza di spazzatura. Mia figlia sì girò verso di me molto seriamente e disse: “Questo posto è spaventoooooso!”, “Ah, sì?”, e lei: “Sarebbe terribile vivere qui!”.
Faccio del mio meglio per appoggiare la sua idea del nostro brutto quartiere. Dopotutto, cos’è Staples se non un negozio rosso incantato con un quaderno coi lustrini in vendita in vetrina? Qui c’è 7-Eleven, dove abbondano animali e portachiavi, dove al suo compleanno, dopo lunga riflessione, è venuta a scegliere un gufo Beanie Baby…

[…]

Ho vissuto la mia vita adulta così lontano da dove avevo vissuto la mia infanzia, eppure qui ho la sensazione di esserci sempre stata. Il tempo usa o non usa il suo potere di trasformare le cose. Ci sono magnifici edifici Art Deco, ma nelle vetrine si vedono pile polverose, a volte manichini, e sembra che nulla sia cambiato con gli anni. Qui e là vedi qualcuno di bello, il Café Grumpy e anche Greenpoint hanno aperto dei negozi e Pacific Trimming è stato recentemente ammodernato, così se ci passi sulla Trentanovesima, tra la Settima e l’Ottava, ti viene voglia di comprare qualcosa. Poco prima della pandemia, apriva un’area per la ristorazione dall’altro lato, uno di quei posti carissimi e mi domando che fine farà.
Molti posti hanno chiuso e ora non c’è più tanta gente che cammina lungo l’Ottava di mattina. La pandemia ha rivelato che, a parte le mie lamentele, questo quartiere non se la passava bene. Certo, non era un posto sicuro e pulito, ma c’erano uffici e chioschi e ristoranti e – li ho visti io tre volte – anonimi pedoni che hanno aiutato una persona caduta sulle strisce a raggiungere il marciapiede…

Sarebbe sbagliato vederne il lato romantico, come fanno le persone dalle parti della Quarta, ma a volte mi sembra che queste folle caotiche siano qui perché siamo ancora all’interno del cordone di velluto, nel posto al quale apparteniamo.
Un tempo mi facevo domande su chi era nato a New York e vivesse ancora qui. Non erano infastiditi dagli isolati che percorrevano, con i loro negozi, e dai ricordi che gli facevano venire in mente? Anche i bei ricordi possono stancare, forse questi particolarmente. Per questo compativo chi era nato qui, e li invidiavo, ovviamente. Ora mia figlia è una di loro, la pandemia passera e andrà di nuovo sull’Ottava. Apriranno altri negozi. Forse fra tanti anni penserà a cosa è successo di questi anni unici, insostituibili.


Pubblicato nell’edizione cartacea del 15 & 22 febbraio 2021.
Rivka Galchen è una redattrice del New Yorker dal 2008. Il suo libro più recente è “Everyone Knows Your Mother Is a Witch” [Tutti sanno che tua madre è una strega, NdT].

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