Perché gli articoli dell’Economist non sono firmati

Perché permette ai molti autori di parlare con una voce collettiva. Il problema era già stato sollevato da Il Post, che lo ha riproposto il 20 febbraio, rimandando alla spiegazione data dal settimanale inglese in occasione dei 170 anni di attività.

da un articolo dell’Economist
aggiornamento del 2019

Parte della risposta è che l’Economist sta mantenendo una storica tradizione abbandonata da altre pubblicazioni. Gli articoli di fondo spesso non sono firmati, mentre altrove c’è stata un’inflazione di firme. Storicamente, molte pubblicazioni stampavano articoli senza firma o firmati con pseudonimi per lasciare agli autori la libertà di assumere punti di vista diversi e per consentire ai primi giornali di dare l’impressione che le redazioni fossero più numerose di quanto fossero in realtà.
I primi numeri dell’Economist erano, di fatto, scritti quasi interamente da James Wilson, l’editore fondatore, sebbene fossero scritti nella seconda persona plurale.

Ma avendo cominciato dando l’impressione che ci fossero più persone, da lì in poi l’anonimità, al contrario, ha assunto un’altra funzione: quella di permettere a molti autori di parlare con una voce collettiva. Gli editoriali sono discussi ogni settimana nel corso di riunioni aperte a tutti i membri della redazione. I giornalisti spesso collaborano agli articoli e alcuni di questi vengono pesantemente editati. Di conseguenza, sono frutto di un lavoro di gruppo piuttosto che di quello di un singolo autore.
Tuttavia, la ragione principale dell’anonimità è sorretta dalla convinzione che ciò che viene scritto sia più importante di chi lo ha scritto. […]

La nota eccezione alla regola dell’Economist, almeno nell’edizione settimanale, è rappresentata dalle inchieste e raccolte di articoli su un singolo tema che sono pubblicate con cadenza più o meno mensile. Queste sono scritte quasi sempre da un solo autore, il cui nome appare una volta, nella rubrica dell’articolo di apertura. Per tradizione, quando i direttori vanno in pensione scrivono un articolo di commiato, anch’esso firmato.

Le regole sono diverse nel nostro sito: alcuni anni fa decidemmo di iniziare ad usare le iniziali dei nomi sugli articoli del blog, per evitare confusione tra i nostri blog multi-autore (come Democracy in America, che si occupa di politica americana). I nostri giornalisti sono liberi di avere, e le hanno, opinioni diverse tra loro nei blog, quindi le sigle aiutano i lettori a riconoscere i vari autori.
Questa pratica non è priva di difetti (per esempio, abbiamo quattro redattori con le stesse iniziali “J.P.”) ma riteniamo che sia il miglior compromesso tra l’anonimità e la firma completa.
Anche i giornalisti che presentano i nostri prodotti audio o video sono identificati, così come molti su Twitter. Internet ha un po’ sfilacciato la nostra politica dell’anonimità, ma questa resta al centro della nostra identità e caratteristica distintiva del nostro stile.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: