David Foster Wallace, il genio di Infinite Jest

Morì suicida nel 2008 quello che è considerato uno dei maggiori scrittori dell’età contemporanea. Il 21 febbraio avrebbe compiuto sessant’anni.

da un articolo di Stefano Mauriello
Corriere della Sera, 21 febbraio 2022

[ci riprovo, anche se metà del materiale messo insieme ieri è difficile da recuperare, NdFA m.]

Immagine: Paul-David Rearick per il ‘Progetto Infinite Jest’ di Corrie Baldauf, che individua le occorrenze cromatiche nel romanzo di David Foster Wallace

Karen Green era una pittrice e ammiratrice di uno scrittore che era riuscita a sposare. Lo trovò impiccato rientrando a casa un giorno di settembre. Lo scrittore aveva 48 anni e si chiamava David Foster Wallace. E oltre a essere uno scrittore era anche un saggista, un giornalista e un accademico, riconosciuto universalmente con l’etichetta di “genio”. Il cervello, diceva Wallace, “è tutto quello che ho”: ciò che gli aveva permesso di diventare l’autore che più di tutti ha influenzato la letteratura contemporanea e ciò che lo stava sadicamente torturando da tutta la vita.

La scrittura di Wallace è catalogabile da un’altra etichetta, quella del postmoderno, da lui stesso studiata e parzialmente ripudiata nei suoi lavori di scrittore e accademico, di cui è destinato a restare, nonostante l’addio prematuro, l’icona della letteratura della fine dello scorso e l’inizio del nuovo millennio.

La biografia di David Wallace, che aggiunse al proprio il cognome della madre da nubile Foster al cognome per evitare di essere confuso con uno scrittore omonimo, non è una storia di drammi familiari e traumi come ci si potrebbe aspettare da un intellettuale morto suicida. Lo scrittore era figlio di una coppia di accademici di profonda cultura, forse un po’ originali – comunicavano in casa tramite lettere e utilizzavano un linguaggio creativo per la vita quotidiana – ma che non gli fecero mai mancare supporto e affetto.
Dopo aver provato a sfondare nel football e nel tennis, il ragazzone – Wallace era alto un metro e novanta – decise di mettere alla prova l’intelligenza che gli veniva riconosciuta nella scrittura e ne venne fuori, alcuni anni più tardi, l’effluvio di parole di Infinite jest, il romanzo di dimensioni bibliche che fu il suo capolavoro. Riguardo le 1700 pagine buttate giù, Wallace le definiva “libro da spiaggia, nel senso che la gente poteva usarlo per farsi ombra”. La sua personalità fu un misto di modestia, autocompiacimento e filosofia sulla società che lo circondava, in un mondo che già in vita lo riconosceva come talento intellettuale di caratura superiore.

Ma allora, vien da chiedersi, perché si è suicidato? Quando aveva iniziato a scrivere, intorno ai 16 anni, David aveva iniziato a mostrare i sintomi di una depressione venuta fuori quasi dal nulla. Eccessi di gioventù, donne, cannabis, alcool e altre droghe lo accompagnarono negli anni dell’università – e con loro una serie di psicofarmaci che tenevano a bada il ronzio della sua mente che gli diceva di essere un impostore. Dopo il matrimonio con Karen Green, gli anni avevano apparentemente posto sotto controllo la questione e Wallace decise di rivedere la sua terapia perché si sentiva protetto.

Smise di prendere il Nardil, antidepressivo che poteva causargli effetti collaterali importanti al cuore, ma tutti i farmaci sostitutivi che assunse non riuscivano a arginare il mostro. Nemmeno lo stesso Nardil, reintrodotto quando la depressione lo ripiombò, come per vendetta, in un abisso più cupo di quello della sua adolescenza. Il ragazzone ormai più che quarantenne aveva perso 30 chili e non riusciva più a farsi vedere in pubblico, dagli studenti e persino dai parenti più stretti. Wallace si vergognava della sua depressione. Aspettò di restare solo con i suoi cani, salì su una sedia e si impiccò, baciando solo loro per l’ultima volta.


David Foster Wallace, lo scrittore che ci ha guidato nella complessità fra i due millenni

Il 21 febbraio avrebbe compiuto 60 anni. E invece no. E invece il 12 settembre del 2008, a 46 anni, scrisse una lettera di addio di due pagine poi si mise a correggere il manoscritto a cui stava lavorando in quei giorni, l’incompiuto “Il re è pallido”, e alla fine come se fosse l’ultima voce della sua to do list si impiccò.

da un articolo di Federico Vergari
mowmag, 19 febbraio 2022

La mia storia con David Foster Wallace inizia durante una fiera del libro a Roma. Lui è già morto da diverso tempo e io sto studiando per l’esame da giornalista. In quel periodo mi stavo appassionando al gonzo journalism e ai reportage narrativi e il nome dello scrittore era nell’elenco delle letture del futuro. Incrociai tra i corridoi di Più libri più liberi Alessandro Grazioli, allora ufficio stampa di Minimum Fax, l’editore che più di tutti ha creduto in David Foster Wallace e lo ha esaltato portandolo in Italia con delle bellissime edizioni. Gli dissi che sì, ero finalmente pronto a iniziare a leggere Wallace, ma sapendo che mi sarei andato a cacciare in un (bel) guaio letterario chiesi un consiglio sul come iniziare. Mi rispose che ci avrebbe pensato lui e a fine giornata trovai una copia di “Una cosa divertente che non farò mai più” sul mio pc in sala stampa. Sopra c’era un post-it con scritto “Inizia da qui, Ale”. E io così feci. Iniziai da lì ed entrai nel più bel tunnel dell’amore letterario della mia vita. 

[…] Ancora oggi ogni volta che mi trovo davanti a un evento più o meno epocale, ma anche semplicemente strano o curioso io nella mia testa penso a come lo racconterebbe lui, Foster Wallace. Penso a quale sarebbe il suo punto di vista e cerco di capire se ne rimarrebbe estasiato oppure annoiato.

Per esempio, lui così appassionato di tennis chissà come avrebbe raccontato l’epica finale di Wimbledon del 2019 tra Federer e Djokovic. Chissà come avrebbe raccontato l’ascesa di Donald, la sconfitta di Hillary, l’assalto di Capitol Hill, la pandemia, le mascherine che diventano una nuova faccia, il restare dentro casa per quasi due anni e la corsa allo spazio dei privati. Lui sarebbe stato quel tipo di intellettuale capace di farsi invitare da Bezos o da Musk a fare una passeggiata di un quarto d’ora nello spazio. Poi sarebbe atterrato e avrebbe scritto il più epocale dei reportage a gravità zero. 

Immaginarsi come racconterebbe l’oggi un’icona della letteratura contemporanea è un esercizio di stile che tutti almeno una volta abbiamo fatto mettendo al centro delle nostre attenzioni inostri riferimenti culturali primari. Ma con Foster Wallace è facile. Wallace nella sua complessità (perché diciamolo Wallace è tutto fuorché uno scrittore facile) è l’autore che ci ha aiutato a comprendere tutte le complessità di quel mondo iperconnesso che iniziava a correre e si è fermato un attimo prima che quella realtà connessa diventasse una turbo realtà. Wallace è l’amico che ti prende per mano e ti spiega le cose difficili davanti a un caffè. E se non hai capito te le spiega ancora. Mastica la realtà, la assaggia, la morde e poi te la risputa addosso dandole un senso e tu l’assaggi e la comprendi alla fine, quella realtà. Foster Wallace nella sua complessità non è un ristorante stellato del sapere, ma un paninaro notturno in qualche angolo di una metropoli che ne ha viste di ogni e che sa spiegarti la vita meglio di molti altri. 

E oggi con una guerra alle porte, una pandemia al termine e un mondo al collasso la sua voce e le sue parole sarebbero dannatamente utili. Ma non è tutto perduto, possiamo cercare tra le sue pagine del passato alcuni spiragli nel futuro. Certamente troveremo qualche fessura attraverso cui far passare un po’ di luce. 
Il 21 febbraio Foster Wallace avrebbe compito 60 anni. 
E ancora oggi Foster Wallace è più vivo che mai


David Foster Wallace e la Matematica dell’infinito

Tratto dal numero 95 di Lettera matematica pristem, tutto dedicato allo scrittore statunitense David Foster Wallace, presentiamo l’articolo di Roberto Natalini che proprio ci racconta della contaminazione tra l’opera di Wallace e la Matematica.

Molti matematici definiscono la Matematica come la scienza delle strutture, per cui non sorprende il fatto di scoprire strutture matematiche più o meno ovunque. Ma se la Matematica è di fatto onnipresente, quando si affronta la narrativa così ossessionata dalle strutture di David Foster Wallace diventa necessario selezionare strutture significative, piuttosto che forme semplicemente casuali.
Wallace ha provato a usare la Matematica per creare qualcosa di nuovo nelle sue opere, tuttavia il suo non è stato un approccio sistematico. Sebbene ci siano all’interno della sua opera allusioni a forme matematiche, come in Verso Occidente dove c’è un movimento simile a quello immaginato da Zenone, in costante avvicinamento ma che non raggiunge mai il punto zero di destinazione, Wallace ha affermato di essere soltanto “un tizio con un interesse amatoriale medio-alto per la Matematica e i sistemi formali. Ha sempre detestato (con gli scarsi risultati che ne conseguono) qualsiasi corso di Matematica seguito nella sua vita, con una sola eccezione, peraltro estranea al suo curriculum universitario“.
Ciò nonostante, si vede in alcune sue interviste come la Matematica fosse per lui da una parte un artificio retorico e dall’altra una distinta espansione del suo già variegato lessico che aiutava a differenziare il lettore comune dal lettore con una conoscenza della Matematica sufficiente per riconoscere che i riferimenti alle funzioni iperboliche, alle trasformazioni di Fourier e post-Fourier, e altre discussioni dettagliate, non sempre avevano un significato reale.
Allo stesso tempo Wallace considerava la Matematica come una delle più grandi imprese culturali dell’umanità ed era interessato, a un livello più profondo, alla Matematica come a un linguaggio capace di descrivere e trasmettere idee belle e difficili, una specie di serbatoio capace di fornire dei principi narrativi, a volte nascosti, per le sue narrazioni.

Qui è disponibile la versione in PDF del testo integrale.

5 risposte a "David Foster Wallace, il genio di Infinite Jest"

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