Anglicismi: l’Académie française

Una commissione è stata incaricata di esaminare gli anglicismi nella comunicazione istituzionale: indeboliscono la lingua e sviluppano un linguaggio tecnocratico riservato a una piccola parte di popolazione privilegiata e istruita.

da un articolo di Antoine Oury
Actualitté, 15 febbraio 2022

Diretta da Gabriel de Broglie, cancelliere onorario dell’Istituto, la commissione che si occupa della comunicazione usata nei ministeri, ma anche e nelle imprese pubbliche e private inaugura il primo rapporto — non esaustivo, sia chiaro — sui diversi anglicismi e prestiti dalla lingua inglese.
Questo tipo di scelte in materia di comunicazione, spesso motivate da una volontà di internazionalizzazione o da un desiderio di modernizzazione, non sono prive di conseguenze.

Foto: Joseph Bamat.

Tanto per cominciare, le convenzioni sulla scrittura di termini in prestito dall’inglese: l’ortografia, che è il marcatore del plurale, delle maiuscole, degli accenti e perfino dei margini tipografici, è piuttosto aleatoria, e a volte complica la pronuncia dei nomi utilizzati.
Quel che più conta è che la sintassi francese si trova strapazzata dall’adozione della struttura sintetica dell’inglese, a spese di quella, analitica, del francese: «Questo si traduce, in particolare, nella sparizione delle preposizioni (une application mobile ; un coach produit ; le Manager Travaux), dato l’ordine abituale delle parole francesi», nota la commissione.

In allerta rispetto a una «evoluzione preoccupante», la commissione dell’Académie riconosce che le parole straniere possono colmare alcune lacune della lingua francese, ma ricorda che numerosi anglicismi sono utilizzati «al posto di termini o espressioni francesi esistenti, con la conseguenza inevitabile della cancellazione progressiva degli equivalenti francesi». Il rischio è quello «di una riduzione a un comune denominatore artificiale, robotizzato, uniforme».

La comunicazione istituzionale pervasa di anglicismi induce anche «una crescente discriminazione tra le persone»: «Infatti, la volontà di raggiungere un ‘obiettivo’, paradossalmente indifferenziato, parte da un’illusione: si raggiunge in realtà solo una frangia ridotta, privilegiata, istruita della popolazione, che padroneggia le lingue straniere, l’inglese in particolare, in grado di apprendere veramente il linguaggio in voga […]», spiega la commissione.
La costruzione di una lingua per le élites, praticata sempre più dagli eletti, potrebbe «alimentare la diffidenza che si è sviluppata negli ultimi anni nei confronti di diverse autorità dell’amministrazione, della politica o dell’economia». 

Disegno di Morvandiau (foto ActuaLitté, CC BY SA 2.0)

La commissione dell’Académie teme anche una doppia frattura linguistica: da una parte sociale, tra le élites e un pubblico meno abituato a certe strategie di comunicazione, e dall’altra generazionale, poiché i più giovani e con maggiori competenze digitali sono più ricettivi a questi messaggi.
Nelle conclusioni, la commissione raccomanda alle istituzioni e altri enti di tener conto, nella loro comunicazione, «della realtà sociale del paese» e di marcare la propria identità abbandonando «espressioni abituali e neutre, concepite e formulate nelle vaste risorse esistenti del francese».
«Non si tratto di opporsi all’evoluzione della lingua, al suo arricchimento grazie al contatto con altre lingue», assicura, ma di «permettere alla lingua francese di partecipare a una globalizzazione riuscita: un paletto sociale che vada oltre la lingua, ma di cui sia un fondamento importante».


Il rapporto completo si trova alla fine dell’articolo.

5 risposte a "Anglicismi: l’Académie française"

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