Come un tassista sessantenne rubò una tela di Goya

La commedia “The Duke” racconta un famoso fatto di cronaca: nel 1961 Kempton Butnon trafugò dalla National Gallery un quadro da 140.000 sterline, che restituì qualche anno dopo. Fu condannato solo per non aver riportato la cornice.

da un articolo di Alessandro Cavaggioni
Linkiesta, 5 settembre 2020

Nel primo film di James Bond c’è una scena che potreste non avere capito. Ci troviamo nel nascondiglio sottomarino del Dr. No. Gli spazi sono ricchi e impreziositi di oggetti rubati ai più famosi musei del mondo. 007 si sofferma su un quadro che ritrae il Duca di Wellington dipinto da Francisco Goya. «Dunque eccolo» afferma sorpreso. A questo punto, nelle sale inglesi del 1962, scoppiava la risata. Il perché lo racconta il nuovo film di Rogert Michell, “The Duke”, sul primo e ancora ultimo furto subito dalla National Gallery. A fornire materiale per una piacevole commedia è il più insospettabile dei ladri: quanto di più lontano da un cattivone in stile James Bond. Infatti, nel 1965 si scoprì che il quadro era rimasto nascosto nell’armadio di un autista in pensione, Kempton Bunton, nel film interpretato da Jim Broadbent. 
L’uomo non era interessato a Wellingnton. In “The Duke” scopriamo che considerava il quadro «bruttino» e il duca «un uomo che trattava gli uomini come cani e ha votato contro il suffragio universale». Ragioni per cui oggi si potrebbe eliminare un dipinto. Ma l’intento di Bunton non aveva a che vedere con le odierne battaglie del politicamente corretto. Voleva solo attirare l’attenzione. 

Helen Mirren, Jim Broadbent e il ritratto di Goya del Duke of Wellington, da‘The Duke’, di Roger Michell.
via The Atlantic

Tutto ha inizio nel 1961. Il Duca di Leeds vende all’asta il ritratto di Goya. Il valore è 140.000 sterline, spese senza remore da un collezionista americano. Ma il governo inglese non ci sta. «Il quadro è un tesoro nazionale». Entra in asta e acquisisce il dipinto. Mai sulla stampa inglese si era parlato tanto di Goya o di qualsiasi altro quadro. Almeno non fino a che, nella notte del 21 agosto, il Duca scompare nel nulla. Si scatena il panico. Il caso diventa di primaria importanza. «Saranno stati gli italiani» ripete la polizia inglese nel film di Michell. La battuta non è fuori posto. All’epoca si credette che il gesto potesse essere stato commesso in onore dei 50 anni dall’altra «rapina del secolo»: la Gioconda trafugata al Louvre. La pista sembra convincere le autorità, che si mettono all’inseguimento di Giovanni Pilisi, dandy italiano e supposto membro del gruppo di criminali dell’alta borghesia. Le ricerche non portano a niente. 

Intanto, alla National Gallery si registra il più alto numero di visite. Il vuoto del Duca diventa un’opera a sé. La cultura inglese si perde in dibattiti sempre più arditi. Per alcuni il ladro è un genio. «Ha agito per noi», si diceva, «vuole mettere in discussione i prezzi dell’arte». Di certo, quest’uomo sa quello che fa. Poi, 4 anni dopo, il quadro riappare. Ritrovato alla stazione di New Street, a Birmingham. A darne notizia è il Daily Mirror, che negli anni riceve a intervalli regolari alcune note di riscatto. Pochi giorni dopo appare anche il ladro. In un solo attimo crolla ogni identikit. Dal più assurdo al più semplice. 

Bunton è l’incognita che nessuno aveva calcolato: un uomo eccentrico, ma non folle. Il suo unico precedente penale dà una svolta alla storia. Nel 1960 Bunton è rimasto in carcere per 69 giorni dopo essersi rifiutato di pagare il canone della tv. La reputava una battaglia di civiltà. Perché la televisione «è la cura moderna alla solitudine». Ma c’è chi non può permettersela. «Persone che hanno combattuto per questo paese». Il Goya al centro dell’attenzione è quindi un pretesto, e la rapina «un imbroglio onesto per il bene». Nonostante l’inconsueta battaglia di Bunton, ci vorranno anni prima che il governo inglese elimini il canone agli ultrasettantacinquenni. 

Bunton ne esce un po’ Robin Hood e un po’ Don Chisciotte. Un «sognatore convinto di essere un idealista» lo definisce Michell in “The Duke”. Ma come ha fatto a rubare il quadro? «Con una scala». Entrato alle 5.50 del mattino dalla finestra del bagno della National Gallery ha trovato le guardie addormentate. Come in un film. Quello che Michell decide di proporre con una vena ironica, messa a punto su un brillante finale ambientato in tribunale. Perché sì, ovviamente Bunton è finito in aula. Il risultato dell’udienza rende però la storia ancora più assurda. A tal punto che nel film di Michell sembra non bastare la nota di apertura che promette «una storia tratta da fatti realmente accaduti». 

La giuria decreta che non è un crimine rimuovere un’opera d’arte in modo non permanente. Così, Bunton viene assolto per aver rubato il Goya, per aver chiesto un riscatto e per molestia pubblica. È colpevole tuttavia di aver rubato la cornice del quadro. L’ha persa, dunque è un furto
Ma per numerosi giornali inglesi la vicenda non finisce qui. Bunton potrebbe non essere il vero ladro. La versione alternativa non esclude il pensionato, ma aggiunge personaggi e complica ulteriormente i fatti. Bunton, nella follia posata di Jim Broadbent, ci mette in guardia: «i giornali sono perfetti per il fuoco, ma non sperare di trovarci la verità».


Una storia puramente inglese, quintessenziale ed eccentrica, che mi ha immediatamente attratto e con un personaggio che mi ha portato alla mente quelli raccontati dai film della Ealing degli anni Cinquanta e Sessanta: un piccolo uomo della working class che ha la possibilità di far sentire la sua voce al potere”.
Roger Michell, regista di The Duke

Kempton è un uomo un po’ grezzo, che in casa non fa nulla per aiutare la moglie, irresponsabile nei confronti della famiglia, che viene continuamente licenziato dai suoi lavori perché non sa tenere la bocca chiusa di fronte a ciò che non gli piace. È anche gentile, e si oppone alle ingiustizie anche quando a rimetterci è lui”. “L’equilibrio tra i suoi pregi e i suoi difetti sono quello che lo rende interessante, ed è un personaggio che mi auguro possiate trovare reale e non solo frutto di una finzione cinematografica”. 
Jim Broadbent, interprete del personaggio di Kempton.

da Margherita Bordino, Artribune, 10 settembre 2020


Secondo quanto riportato su Apollo, The International art Magazine lo scorso 11 febbraio, il film doveva uscire nelle sale nel 2021, esattamente sessant’anni dopo il furto dell’opera, ma la proiezione è stata rimandata (al prossimo 25 febbraio nel Regno Unito) per consentire ai cinema di riorganizzare i posti disponibili per gli spettatori dopo la pandemia.
La questione sul finanziamento dei musei pubblici e delle acquisizioni non è propriamente nuova, dichiara l’autrice dell’articolo Sophie Barling, né quelli per la BBC. Tuttavia, nel ritardare l’uscita del film, i registi non avevano elementi per fare previsioni sull’attualità della guerra del protagonista al canone TV. Kempton Bunton, prosegue, è un personaggio che rappresenta la complessa relazione che in molti hanno con il canale televisivo: qui c’è un uomo che tiene molto a seguirlo, che invia progetti per la TV scritti da lui nella speranza che vengano prodotti e che, come è naturale sospettare, sarebbe molto deluso da un fallimento, ma anche qualcuno che vede nel pagamento del canone un sistema ingiusto. Come reagirebbe Bunton di fronte alle promesse di abolirlo per distrarre l’attenzione dai comportamenti del Primo Ministro, contrari alle regole valide per il resto delle persone durante la pandemia, è un’altra storia, ma sicuramente meno godibile di quella raccontata dal film.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: