Lavoro: sperimentazioni sulla settimana corta

Nel 2022 il ramo UK della Canon inizierà a sperimentare la settimana lavorativa di quattro giorni a parità di stipendio, nell’ambito di un progetto pilota cui collaborano le università di Cambridge e Oxford, il Boston College, la 4 Day Week Global e il think tank Autonomy.

Valigia Blu, 20 gennaio 2022

Immagine: via Pixabay.com

Finora sono sei le aziende che hanno aderito al progetto, che dovrebbe partire dal prossimo giugno, anche se i ricercatori sperano di attirare tra le 20 e le 30 aziende in totale, spiega il Guardian.
Il presidente di Canon Medical Research Europe, Ken Sutherland, ha detto:

«Riconosciamo che i modelli di lavoro e l’attenzione che tutti dedichiamo al nostro equilibrio tra lavoro e vita privata sono cambiati sostanzialmente durante la pandemia. In qualità di datore di lavoro attento, cerchiamo sempre di adattare le nostre pratiche di lavoro per garantire che i dipendenti trovino il tempo passato con noi significativo, appagante e produttivo. Per questo motivo, non vediamo l’ora di provare una settimana di quattro giorni per vedere se può funzionare per noi».

Immagine: Alvaro Dominguez, The Atlantic.

Altri progetti pilota sono in corso o in programma in altri paesi, come ad esempio in Irlanda, Stati Uniti, Scozia. Anche in Spagna, scrive El Pais, il 2022 sarà l’anno in cui la giornata lavorativa di quattro giorni inizierà a essere testata, dopo che il governo ha accettato di avviare un programma sperimentale, su richiesta del partito di sinistra Más País, che prevede, per le aziende interessate, la sperimentazione di una settimana lavorativa di quattro giorni senza riduzione dello stipendio.
L’efficacia di questa misura, continua il quotidiano spagnolo, genera dubbi e polemiche: “La grande incognita è se, oltre a migliorare la qualità della vita delle persone e i loro livelli di stress, avrebbe anche evidenti vantaggi per le aziende”.
Per Olaya Martín, dottore in diritto del lavoro e della previdenza sociale che lavora come professore in un’università privata di Madrid, in base a diverse ricerche e studi effettuati finora, il miglioramento della produttività collegato a questa misura sarebbe uno dei principali vantaggi per i datori di lavoro. Inoltre, a livello sociale, un altro possibile vantaggio sarebbe la riduzione dei tassi di disoccupazione.
Restano però ancora diversi dubbi, ad esempio su come una settimana lavorativa più corta influirà sugli stipendi dei dipendenti, sul loro diritto alla disconnessione digitale o su come le aziende riusciranno a coprire le eventuali spese di assunzioni extra.

Fonti:
The Guardian
El Pais


Qui l’approfondimento (di novembre) su una settimana lavorativa più corta e sul confronto intorno a questa differente modalità di vivere il rapporto vita e lavoro.

***

elaborazione di un articolo
di Andrea Zitelli, 18 novembre 2021

La pandemia che ci ha travolti ci spinge oggi anche a ripensare la nostra relazione con il lavoro. La proposta di una riduzione della settimana lavorativa così da avere più tempo per sé rientra in questo nuovo “approccio”. 

[…] Come si vede nella mappa, esistono molte differenze tra i paesi: “Le settimane di lavoro più lunghe, sopra le 40, sono state riscontrate in Polonia, nella penisola balcanica e in Turchia. Al contrario, quelle più brevi, inferiori a 35 ore, sono state osservate in Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia e Svizzera”.
Allargando lo sguardo ai dati dei circa 40 paesi OCSEsi vede che nel 2020 la media delle ore lavorate settimanalmente dai lavoratori dipendenti è stata di 37 ore (anche qui esistono nette differenze tra i vari paesi).
Come si legge in un recente studio condotto dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) sull’impatto delle ore di lavoro sulla salute dei lavoratori, “dopo che l’orario di lavoro medio è diminuito costantemente nella seconda metà del XX secolo nella maggior parte dei paesi, questa tendenza generale è cessata e ha iniziato a invertirsi in alcuni paesi durante il XXI secolo…”. 
L’ILO ha sottolineato anche che “uno studio condotto in 15 paesi da parte del National Bureau of Economic Research ha mostrato che durante la pandemia di COVID-19 il numero di ore di lavoro è aumentato di circa il 10% a causa del lavoro da remoto che ha reso più difficile la demarcazione tra i tempi di lavoro e quelli dedicati alla vita privata e al riposo. Inoltre, dopo il primo periodo di confinamento alcune regioni o paesi hanno congelato l’applicazione della legislazione sociale in materia di orari di lavoro chiedendo di lavorare di più per ammortizzare il ritardo dovuto all’interruzione delle attività produttive…”.
Secondo Jonathan Malesic, autore del libro ‘The end of burnout’ che uscirà negli Stati Uniti nel 2022, “è in discussione la struttura etica del lavoro“: si è aperto “lo spazio per ripensare il modo in cui il lavoro si combina a una vita soddisfacente” e capire che il lavoro “non è solo uno strumento per guadagnarsi da vivere: è il modo in cui si conquista la dignità e il diritto ad affermarsi nella società e a goderne i benefici”. 

Questa estate diversi media hanno raccontato del “successo travolgente” della sperimentazione condotta in Islanda di una settimana lavorativa ridotta. Il periodo di prova, in cui i lavoratori sono stati pagati lo stesso importo per orari più brevi, si è svolto tra il 2015 e il 2019 e ha coinvolto più di 2500 lavoratori, pari all’1% della popolazione lavoratrice, racconta la BBC.
I risultati dello studio hanno mostrato che passando da una settimana lavorativa di 40 ore a una di 35 o 36 ore, nella maggior parte dei luoghi di lavoro coinvolti… la produttività è rimasta la stessa o, in alcuni casi, è anche aumentata. I lavoratori hanno dichiarato di sentirsi meno stressati, che la loro salute e l’equilibrio tra lavoro e vita privata sono migliorati e di aver avuto più tempo da trascorrere con le loro famiglie e per dedicarsi a hobby o faccende domestiche. 
[…] I ricercatori del think tank britannico Autonomy e dell’Associazione per la democrazia sostenibile (ALDA) hanno condotto l’indagine . Will Stronge, direttore della ricerca di Autonomy, ha detto che lo studio mostra che il più grande tentativo al mondo di una settimana lavorativa più corta nel settore pubblico è stato sotto tutti i punti di vista un successo travolgente. E ha aggiunto che l’Islanda ha fatto un grande passo avanti, fornendo un grande esempio di vita reale.
[…]

Il Belgio vince la mia papera d’oro con la domandina impertinente

Il Belgio, invece, potrebbe passare a una settimana lavorativa di quattro giorni, un po’ particolare: secondo quanto dichiarato da un portavoce del Ministero belga dell’Economia e del Lavoro a POLITICO a inizio ottobre, «L’idea è quella di dare a un lavoratore più flessibilità per organizzare la propria settimana lavorativa». Ma il numero di ore lavorative rimarrebbe lo stesso, quindi per ottenere un giorno libero in più i dipendenti dovrebbero lavorare circa 9,5 ore al giorno, ipotizzando un carico di lavoro a tempo pieno tra le 38 e le 40 ore settimanali. Per questo motivo questa tipologia di proposta è stata criticata dal sindacato socialista. L’idea avanzata in Belgio è stata anche contestata da Stronge del think tank britannico Autonomy che ha condotto lo studio in Islanda, il quale, sostanzialmente, ha detto che si tratta solo di ore compresse, non di una vera settimana lavorativa più corta…., e che i lavoratori probabilmente non otterranno i benefici sulla salute e il benessere che una riduzione effettiva delle ore di lavoro può dare e che eventuali aumenti di produttività saranno minimi

Lo scorso marzo, in Spagna, il governo ha accettato di avviare un progetto pilota, su richiesta del partito di sinistra Más País, che prevede per le aziende interessate la sperimentazione di una settimana lavorativa di quattro giorni senza una riduzione dello stipendio. «Abbiamo una vita stressante che consiste nell’andare da casa al lavoro, dal lavoro a casa e fare la spesa durante il fine settimana» ha dichiarato Iñigo Errejón deputato di Más País: «Con la settimana lavorativa di 32 ore, ci stiamo lanciando nel vero dibattito dei nostri tempi». Secondo recenti notizie, sarebbero stato stanziati 10 milioni di euro nel 2022 per l’avvio del progetto e a beneficiarne potrebbero essere tra le 170 e le 200 aziende, a seconda della loro dimensione (tra i 6 e 250 dipendenti). 

Altre iniziative che prevedono un ripensamento dell’orario di lavoro settimanale sono state avviate o sono in discussione in Svezia, Scozia, Nuova Zelanda, Giappone e Germania (dove comunque è attiva una delle settimane lavorative medie più brevi d’Europa). Come racconta Deutsche Welle: “Nel 2020 il più grande sindacato del paese, l’IG Metall, ha chiesto settimane lavorative più brevi, sostenendo che avrebbe aiutato a mantenere i posti di lavoro ed evitato i licenziamenti. Il leader del sindacato ha affermato l’anno scorso che era nell’interesse delle aziende ridurre l’orario di lavoro invece di ridurre il numero di dipendenti, garantendo il mantenimento degli specialisti e risparmiando sui costi di licenziamento. Tuttavia, è ancora da vedere se tale misura sarà attuata o discussa”. 
Anche diverse aziende stanno analizzando la prospettiva di una settimana lavorativa con meno ore lavorative. Lo scorso giugno, la piattaforma Kickstarter ha annunciato l’avvio, a partire dal 2022, di un progetto pilota che prevede una settimana lavorativa di quattro giorni, senza alcun taglio della paga, che porterebbe anche dei vantaggi per le aziende, scrive Forbes. Una riduzione delle ore lavorative pone però anche delle sfide in termini di organizzazionespiega l’Economist, ricordando i casi Microsoft e Shake Shack che negli ultimi anni hanno sperimentato settimane di quattro giorni lavorativi in alcune parti delle loro attività:

“Per cominciare, i modelli di lavoro devono essere ripensati per garantire che i lavoratori utilizzino il loro tempo ridotto in modo efficiente. Per la sua prova nel 2019, Microsoft Japan ha ridotto il numero di riunioni e ha incoraggiato una maggiore collaborazione online. Le vendite per dipendente sono aumentate del 40% rispetto all’anno precedente”.

[…]
Discussioni sull’opportunità di sistematizzare una riduzione delle ore settimanali lavorative sono in atto anche negli Stati Uniti. Finora, la settimana lavorativa di quattro giorni è stata per lo più adottata dalle imprese più piccole, in particolare della conoscenza informatica e tecnologica, più aperte alla sperimentazione. Ma il concetto è ancora in gran parte estraneo nel Paese. Una coalizione di imprenditori e sostenitori dell’idea hanno lanciato una campagna per sollecitare la partecipazione delle aziende, testare la settimana lavorativa di quattro giorni e collaborare con ricercatori per valutare i risultati. L’aspettativa (basata su sperimentazioni precedenti) è che il progetto possa attrarre e trattenere i talenti, ridurre il burnout (ndr, cioè uno stato di esaurimento dovuto a stress lavorativo), promuovere l’efficienza e la creatività e persino ridurre le emissioni di carbonio, eliminando un giorno di pendolarismo per coloro che non possono lavorare a casa”. 
Per Mark Takano, membro del Congresso statunitense, dopo la pandemia i lavoratori statunitensi “sono pronti per una nuova normalità, ed è esattamente ciò che può fornire una settimana lavorativa di 32 ore”. Per questo motivo Takano ha presentato una disegno di legge che, come spiega sul Guardian, non limita il numero di ore che una persona può lavorare; dà diritto ai dipendenti di iniziare a guadagnare il 50% in più all’ora dopo 32 ore di lavoro, con conseguente aumento della retribuzione del 10%.
La proposta di Takano ha incontrato obiezioni e dubbi. Brent Orrell, senior fellow presso l’American Enterprise Institute (un think tank di area liberista) ha dichiarato che negli U.S.A. ci sono 153 milioni di lavoratori: una popolazione diversificata con tipologie di lavoro, competenze ed esigenze di programmazione molto diverse. Quindi, ha aggiunto, bisogna essere pazienti e consentire ai lavoratori e alle aziende di negoziare tra loro la strada verso condizioni in cui un numero maggiore di lavoratori possa godere della possibilità di una settimana lavorativa più breve, senza le conseguenze indesiderate che un mandato federale quasi certamente comporterebbe”.
Takano riconosce che il suo progetto è audace e difficile, ma specifica anche che gli Stati Uniti “hanno precedenti storici per dimostrare che il cambiamento che stiamo cercando è completamente ragionevole e raggiungibile”.
Nel 1908, un cotonificio del New England fu tra i primi a istituire una settimana lavorativa di cinque giorni, in modo che i lavoratori ebrei non dovessero lavorare di sabato dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato. Nel 1926, Henry Ford seguì l’esempio e nel 1929 gli Amalgamated Clothing Workers of America divennero il primo sindacato a veder accettata la richiesta della settimana lavorativa di cinque giorni. Infine, nel 1940, il Fair Labor Standards Act imponeva una settimana lavorativa massima di 40 ore, che entrò ufficialmente in vigore a livello nazionale.
Processi storici che si possono riscontrare anche in Europa: “Nel 1870, i lavoratori in Belgio, Francia, Germania e Paesi Bassi lavoravano in media più di 60 ore settimanali. (…) Il numero medio di ore lavorate a settimana nell’Europa occidentale è diminuito considerevolmente nel secolo successivo e nei primi anni ’80 era intorno alle 42-44 ore. Nel 2019 i dipendenti a tempo pieno hanno lavorato in media per 39-42 ore settimanali”, si legge su un’analisi nel sito Oxera (società di consulenza economica e finanziaria). 

Come abbiamo visto finora, dunque, decisori pubblici e aziende private hanno iniziato a considerare in maniera concreta la possibilità di questa “nuova” modalità di lavoro. Questo è successo perché, dice a Quartz Andrew Barnes – imprenditore e tra i fondatori di 4 Day Week Global in Nuova Zelanda, una comunità no profit che sostiene nel mondo l’idea di una settimana lavorativa di 4 giorni –, le persone, durante pandemia, hanno iniziato a ripensare al modo di lavorare e a capire «che forse quello in cui abbiamo lavorato negli ultimi cento anni non è più giusto per il ventunesimo secolo». In questo processo, continua Barnes, ha giocato un ruolo cruciale anche il grande esperimento del lavoro da remoto messo in atto in tutto il mondo per contrastare la diffusione dell’epidemia del nuovo coronavirus Sars-CoV-2, poiché l’idea di una settimana lavorativa di quattro giorni è sembrata più accettabile.
Per questi motivi, Juliet B. Schor, professoressa di sociologia al Boston College e autrice del libro ‘The Overworked American: The Unexpected Decline of Leisure’crede che in un mondo post-pandemia la diffusione della settimana lavorativa di quattro giorni aumenterà enormemente e che il cambiamento inizierà con i lavoratori della classe media, molti dei quali avevano stipendi regolari durante la crisi, ma hanno dovuto destreggiarsi nell’ultimo anno e mezzo tra il lavoro e la cura dei bambini o degli anziani. 

“Per chi fosse ancora vivo”, continua qui.

Leggi anche >> Storia, rischi e sfide della rivoluzione “smart working”

18 risposte a "Lavoro: sperimentazioni sulla settimana corta"

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            1. Non so se mi sono spiegata bene. Alludevo alla proposta belga dei quattro giorni lavorativi ma con lo stesso numero di ore settimanali. Sembra una barzelletta. Ma neanche un po’ di vergogna? L’articolo prende qua e là da molte fonti straniere diverse, tante cose non suonavano e le ho dovute togliere o verificare e ritradurre…

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              1. Tuttavia, Valigia Blu è un sito (con tanto di Newsletter e pagina FB) che si dà molto da fare.
                Gli articoli sono troppo lunghi e quindi mi devo dar da fare anche io per tagliare qua e là, oltre che – appunto – per ritradurre cose che suonano un po’ strampalate. Pensavo di essere io quella che lavora tanto su quelli che poi risultano facili articoletti, ma loro strafanno: basterebbero poche fonti fidate e se non hai chi possa tradurre decentemente, parafrasa a senso!!!

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