Una nuova geografia della città (updated)

Nelle nostre città, il riferimento non è più il quartiere storicamente abitato, ma le zone abitualmente frequentate, che diventano un potente marcatore sociale e un forte elemento di identificazione.

elaborazione di un articolo
di Vincenzo Rosito
Rivista il Mulino, 24 gennaio 2022

Immagine di copertina: Philip Cleminson

(aggiornamento, in coda)

Agli inizi del Novecento la toponomastica istituzionale e amministrativa faceva ancora ampiamente ricorso a unità dal forte colore popolare, quali rione, quartiere o sestiere. Recentemente l’organizzazione funzionale e logistica dell’urbano sta imponendo una marcata suddivisione in «zone» anche per le città italiane.
I processi di gentrification, così come li abbiamo conosciuti nelle trasformazioni urbanistiche italiane degli ultimi decenni, hanno prodotto un uso indiscriminato di zone monofunzionali e un’evidente segmentazione del continuum urbano. La zona eletta o praticata dal singolo individuo diventa un potente marcatore sociale e un elemento di identificazione talvolta più significativo della residenza o del domicilio.
L’urbano diventa l’ambito di investimento più aggiornato e vantaggioso per le operazioni del capitalismo logistico ed estrattivo. Da un lato la logistica si attesta quale razionalità non esclusivamente organizzatrice, ma produttrice di spazio. Dall’altro l’estrattivismo manifesta l’atteggiamento piratesco del biopotere finanziario in grado di succhiare ricchezze materiali e immateriali dai territori urbani, senza reali disponibilità e progetti di investimento economico.

Immagine: fonte

La città è il tessuto più permeabile e sensibile alle manovre della razionalità estrattiva.
Anche istituzioni tipicamente urbane quali le università hanno affinato procedure di estrazione indiscriminata di saperi e risorse intellettuali. Si può parlare di estrazione accademica della conoscenza per tutti quei casi in cui lo sforzo intellettuale dei subordinati (studenti, ricercatori, docenti precari) viene catturato, ossia estratto e capitalizzato da una struttura autoriproduttiva, sempre più incapace di un riconoscimento adeguatamente remunerato sia del lavoro individuale che dell’impresa collettiva.

L’estrattivismo, quale tendenza alla cattura di beni materiali, immateriali e cooperativi, non fa altro che ripresentare, sotto una veste apparentemente rinnovata, l’essenza della logica padronale. Il padrone, osserva Frédéric Lordon, «è questa capacità di predazione […]: il dirigente dell’Ong che si appropria del risultato dell’attività dei suoi attivisti; il barone universitario dell’attività dei suoi assistenti; l’artista dei suoi aiutanti, e questo ben al di fuori dell’impresa capitalistica, alla ricerca di oggetti che non hanno niente a che vedere con il profitto monetario».
Il padrone è in grado di esercitare autorità sul servo non tanto in virtù di un diritto proprietario sulla vita di questo, quanto in funzione della capacità di estrarre e catturare forze vitali indipendenti rispetto alla sua azione, predare cioè beni e risorse preesistenti rispetto alle forme di investimento economico o affettivo. L’estrattore (di risorse umane, finanziarie o pulsionali) è un padrone capace di intercettare e prendere ricchezze prima ancora che possano entrare nel gioco (economico o domestico) dello scambio e del mutuo riconoscimento,. L’estrattore è interessato a suggere le primizie del lavoro comune, condizionando in questo modo le pratiche e le imprese collaborative.           

Immagine: istruzioneblog.com

La logistica, d’altro canto, può essere considerata una particolare forma organizzativa della realtà, finalizzata a produrre ambienti e soggettività che hanno la forma di zone.
La razionalità logistica pertanto non si limita a trasformare i luoghi dell’abitare o l’organizzazione dei servizi, ma produce autentici presidi spaziali per favorire la circolazione di merci e persone e non può fare a meno di zone-deposito, luoghi in cui le merci vengono riunite e stoccate per raggiungere nel minor tempo possibile il maggior numero di individui, ottimizzando in questo modo risorse e capitali. Presupposto e scopo della razionalità logistica è il controllo delle aree di smistamento, ossia la creazione di zone franche, l’istituzione di luoghi di eccezionalità giuridica o amministrativa (free-trade zone).

Senza neanche accorgercene stiamo passando alla città delle zone speciali. Questo significa che, dietro la superficie di un sistema urbano che garantisce mobilità e connessioni sempre più efficienti, si nasconde una nuova geografia degli spazi di eccezione: zone della produzione e del consumo con una progressiva sospensione delle garanzie lavorative, salariali o previdenziali.
Sotto la spinta della razionalità logistica, la città parcellizzata diventa cioè un’aggregazione di segmenti, un accumulo di stock residenziali al cui interno si accalcano rappresentazioni indipendenti, incapaci di alleanze dal basso o di un’autentica «progettazione minore».
L’istituzione di zone speciali, monofunzionali e indipendenti non si limita a parcellizzare la vita, ma spezza le vibrazioni urbane che sono in grado di alimentare incontri, unioni e federazioni all’interno di una grande città.

La critica della razionalità logistica è il risvolto complementare del lavoro politico e sociale intorno alle nuove forme del comune. La rinnovata centralità dell’urbano e delle istituzioni comunali non può fare a meno delle pratiche che stanno già ricomponendo il lessico sociale e la geografia delle nuove comunità urbane. Il comune diventa pertanto l’avamposto di numerose forme di resistenza collettiva contro l’avanzata della razionalità gestionale. Stefano Harney, coautore con Fred Moten di Undercommons. Pianificazione fuggitiva e studio nero (trad. it. Tamu, 2021), afferma che è impossibile pensare nei termini di una «gestione» del comune. Sembra infatti che l’azione stessa di «gestire» (movenza trasversale sia alla razionalità logistica che alle retoriche della governance) sia, per il soggetto che la compie, una dichiarazione di sottrazione rispetto ai processi autenticamente coinvolgenti e accomunanti. Scrive infatti Harney che pare che «la prima cosa che fa la gestione sia immaginare che quello che è informale o che sta già succedendo richieda qualche azione che possa organizzarlo, piuttosto che prendervi parte».


Aggiornamento e approfondimento del 25 gennaio 2022, su preziosa indicazione di un attento collega blogger.

***

Città, capitalismo, architettura nel libro di Serge Latouche e Marcello Faletra

Il termine “riqualificazione”, specie se applicato alla città, può anche celare dinamiche fortemente capitaliste e di controllo sociale. Serge Latouche e Marcello Faletra approfondiscono il concetto nel saggio “Hyperpolis”.

elaborazione di un articolo
di Raffaella Ganci
Artribune, 20 febbraio 2020

Edito da Meltemi, il saggio scritto da Serge Latouche, teorico della decrescita, e Marcello Faletra, esperto di critica d’arte ed estetica affronta il punto nodale il capitalismo estetico, “vettore di controllo sociale attraverso la cultura, di cui le architetture-spettacolo sono il veicolo”. La città eccedente, l’Hyperpolis, dissimula l’intrinseca vocazione alla colonizzazione ammantandosi di false promesse: bellezza, crescita e sviluppo dello spazio pubblico. Al limite dell’insopportabile è l’uso reiterato e mistificatorio del concetto di bellezza che, mai quanto nel contemporaneo, precede stucchevoli siparietti ipocriti il cui unico scopo è l’abbindolare laddove crescita e sviluppo tendono al controllo politico ed economico, alla ‘disinfestazione’ sociale e alla desoggettivizzazione del territorio.

IL PUNTO DI VISTA DI LATOUCHE

Per Latouche la trasformazione del territorio in oggetto-merce passa attraverso il corpo stesso dei cittadini, rivelando una crisi di civiltà che, provocata dal produttivismo, difficilmente può risolversi con le logiche di un greenwashing mascherato da ecosostenibilità. La decrescita, progetto sociale e politico omnicomprensivo, è indicata come l’unica via percorribile per evitare il disastro.
L’utopia radicale delle “otto R” (Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare) rimane una dichiarazione d’intenti che non intacca, come invece accade in altri scritti, l’ossimoro ‘sviluppo sostenibile’. Il lettore potrebbe trovarsi spaesato quando si auspica la città relazionale e al contempo si cita Yona Friedman:

[…] vivere nelle città in cui viviamo, ma organizzarci con meno spostamenti vivendo all’interno del nostro villaggio urbano, lasciando in disparte gli altri villaggi urbani, che non frequenteremo più perché troppo lontani”. (L’architettura di sopravvivenza. Una filosofia della povertà); e ancora quando si fa riferimento a “una riconversione, ma anche una sorta di deindustrializzazione. Il risultato di questa deindustrializzazione, realizzata grazie ad attrezzature sofisticate ma di facile utilizzo, sarebbe la prova che è possibile produrre diversamente. Anche se la quota di autoproduzioni non è totale, dovrebbe puntare il più possibile a esserlo”.

Pur trovando citati alcuni esempi virtuosi, si rimane perplessi, chiedendosi quali siano i tempi, i modi, gli strumenti per la realizzazione di questa società felice.

IL PUNTO DI VISTA DI MARCELLO FALETRA

Marcello Faletra affronta l’urbanistica e l’architettura come psicopatologie che nello spazio urbano inducono esclusione, esercitano controllo, celebrano ideologie.
Spatial justice e Hyperpolis sono incompatibili secondo l’autore. Hyperpolis è un prodotto politico votato al consumo, al mercato, al capitalismo, e pertanto meccanismo di esclusione sociale. La costruzione di costosi moduli scenografici può cambiare l’assetto sociale ed economico di un territorio, producendo effetti collaterali di percezione illusoria della realtà.
Quartieri popolari o periferici, zone extracittadine, sottoposti a ‘riqualificazione’ architettonica confezionano spazi capitalistici d’interdizione: “L’architettura come emblema e l’urbanistica come distribuzione delle differenze sociali”. Il sistema sociale verticistico si materializza in manufatto, marca la soglia innescando forze centrifughe e centripete: allontana ed esclude, blocca e rinchiude. Il risultato è in entrambi i casi l’atomizzazione della comunicazione sociale.
Faletra cita Las Vegas, avamposto del postmodernismo, e la nuova stazione TAV di Afragola quali facce di una stessa medaglia, “gesto narcisistico affermativo che fa a meno degli abitanti” reputandoli superflui.
Las Vegas rutilante e brandizzata, accecante e psicagogica, realizza la disneyficazione architettonica lungo lo Strip. La stazione di Afragola, progetto di Zaha Hadid inaugurato nel giugno 2017, rimarrà un capolavoro fine a stesso sino a quando, per raggiungere i suoi spazi avveniristici, si dovranno percorrere stradine “al ritmo del carro da buoi”. Quello che doveva essere un importante snodo ferroviario per la Campania in realtà “nella sua seduzione avveniristica è una specie al di là dell’architettura” e dello scopo per il quale è stato concepito.

L’ambiguità dello spazio estetico capitalista, che celebra se stesso e la propria grandezza a scapito dei corpi che lo abitano, è il tema centrale di questo libro che decostruisce i miti partoriti dal potere. Si osserva la città attraverso uno specchio infranto, si colgono nei frammenti le dissonanze, il dissidio e il disagio, resi invisibili dalla cortina di un kósmos confezionato ad arte.

11 risposte a "Una nuova geografia della città (updated)"

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    1. Ma non l’ho detto io, è un articolo (che tra l’altro nella versione originale è insopportabilmente prolisso, arzigogolato e autocompiacente) che ho cercato di sintetizzare al massimo eliminando molte frasi fastidiose. Comunque, grazie, ora vado a documentarmi sul libro che mi hai consigliato.

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      1. Credo che “sposi bene” dal punto di vista del Pil (per farla breve), ma il tema della città mi attrae molto di più quando è affrontato in modo più ampio e complesso, come negli altri articoli che ho pubblicato via via nel blog. Oppure quando se ne considera – malgrado gli inutili sbrodolamenti – un aspetto particolare che, in questo caso, era la questione della trasformazione in “zone multifunzionali”. Tuttavia, ho trovato un articolo che parla proprio del libro che mi hai indicato e, quindi, penso che aggiornerò l’articolo. Poi ti avviso 😉

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