Partire per fuggire, partire per vivere

Dopo due libri, un film-documentario sull’emblema della fuga ascetica e della nostra ineluttabile distanza dal mondo, Nick Cave cavalca la pantera delle nevi.

Pangea
29 dicembre 2021

È del 1978 il libro di Peter Matthiessen The Snow Leopard: il viaggio in Nepal, viaggio inaugurato, come ogni impresa autentica, dal dolore per la morte della seconda moglie.  Una fuga, una ascesi (“la vita stessa è un rito religioso”), di cui la bestia, il fatidico leopardo delle nevi, è l’emblema. Fuggire inseguendo ciò che sfugge, predare l’invisibile. Già fondatore della “Paris Review”, affiliato alla Cia, scrittore di incerto successo, Matthiessen, seguace del viaggio come sfida, scrive un libro ‘di culto’, imitatissimo, premiato con un paio di National Book Award, continuamente ristampato anche in Italia.


Quarant’anni dopo, appare Il taccuino di viaggio di Sylvain Tesson, edito da Gallimard nel 2019 e tradotto da Sellerio: non ha velleità liturgiche, intimiste, semmai ‘sociali’, polemiche. La pantera delle nevi non è l’anomalo, il dio, la creatura simbolica ma la misura della nostra ineluttabile distanza dal mondo, condannati al pensare, la perdita: “Ieri è apparso l’uomo, un fungo multicentrico. La corteccia cerebrale lo ha dotato di un’attitudine inedita: portare al grado più alto la capacità di distruggere tutto quello che è altro da lui e al tempo stesso lamentarsi di esserne capace. Al dolore si è aggiunta la lucidità. L’orrore perfetto”.
Con una scrittura concentrata, minima, esatta, il suo messaggio è semplice, inattuale, antimoderno, romantico. Gli scrittori ‘fuori tempo’ affascinano, ed è intervistato di continuo, paladino di un’esistenza frugale, boschiva: e tutto, così, rischia il già detto. Il suo ultimo reportage in Siria, apparso il 23 dicembre su “Le Figaro”, attacca così: “Partire è vivere. Cristo ha rivolto un invito sublime: Vieni e seguimi. Matteo ha risposto senza chiedere nulla. C’è una poesia nel movimento, una gloria imperitura…

Di recente, Gallimard ha pubblicato una edizione di pregio de La Panthère des neiges, illustrata e con le fotografie di Vincent Munier, il naturalista e fotografo che ha portato Tesson nell’altipiano del Qiantang, in Tibet. La pubblicazione è uscita il 17 dicembre in concomitanza con un documentario – The Velvet Queen per il pubblico inglese, di una bellezza (spiando i trailer qua e là) fin troppo complice. Le immagini, cioè, sono immacolate, magniloquenti, ‘poetiche’: alla cruda redazione del silenzio, dell’odore mai neutro, si preferisce l’opera d’arte, l’assonanza, l’immagine mozzafiato. Così, c’è il fotografo che vede, uno che riprende, un altro che guarda: troppi sguardi, uno stuolo, una falconeria, per stanare l’invisibile, che quando accade è, ovviamente, ‘da cartolina’.


Detto questo, il culto cinematografico è sancito dalla musica di Nick Cave, che pare il distillato di un’icona, pozione verbale che penetra nell’ombelico, rilascia veleni. Insieme a Nick Cave, Warren Ellis, storico polistrumentista dei the Bad Seeds: “Le star, qui, sono gli animali in tutta la loro gloria selvaggia, come mai li ho visti, e l’uomo li riverisce, con meraviglia”, ha detto. Una sorta di litania, dal ritmo lento, plumbeo, che incalza: We are not alone, ripete Cave come un mantra, We don’t see them. “Questo mondo ha orecchie, le pietre hanno occhi. La natura ama nascondersi. Il mondo è un cespuglio pieno di occhi infuocati”. I was observed and unaware. Nella bella canzone che accompagna il documentario (il video è qui, in una versione che non compare nell’album) c’è una quiete sotto la desolazione. Forse non vogliamo altro che farci abbacinare dal bianco, e dal terrore di essere ciò che siamo: prede. Nel canto tutto trova il proprio ruolo, e la pantera trotta nel salotto di casa. Cos’altro possiamo fare se non stare sotto l’arco del suo assalto?



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