Lavoro da remoto: punti di vista

È un fenomeno in crescita: molti temono di contagiarsi; altri pensano che potrebbero avere un maggior potere di negoziazione; il pendolarismo per cinque giorni a settimana è faticoso; infine, il lavoro da remoto potrebbe essere più efficiente.

The Economist
20 ottobre 2021

Molti lavoratori continuano a trascorrere fuori dall’ufficio la maggior parte del tempo per cui vengono pagati. Anche se un gran numero di persone non ha altra scelta che il lavoro in presenza, in America il 40% delle ore lavorative si svolgono ancora da casa. A metà ottobre, gli uffici del Paese erano riempiti per poco più di un terzo, secondo i dati di Kastle Systems, un’azienda che si occupa di sicurezza. Da Torino a Tokyo, le aree commerciali delle città sono diventate più tranquille, rispetto al tempo pre-covid, di quelle residenziali.

Secondo un rapporto mensile degli economisti Jose Maria Barrero, Nick Bloom e Steven Davis, i dirigenti si aspettano che in un mondo post-pandemico una media di 1,3 giorni lavorativi svolti da casa — un quarto in più di quanto si aspettavano a gennaio, e il numero potrebbe aumentare in futuro. I lavoratori sperano di lavorare dal tavolo della cucina per quasi la metà del tempo.

Alcuni fattori spiegano il perché di questa tendenza. Molte persone temono ancora di contrarre la covid-19, quindi cercano di evitare gli spazi pubblici. Un’altra possibilità è che i lavoratori abbiano maggior potere di negoziazione. Di fronte a una carenza di manodopera, un dirigente deve avere un bel coraggio a chiedere alla gente di fare il pendolare cinque giorni a settimana (il tempo pieno in presenza equivale, per i lavoratori, a un taglio del 5% sullo stipendio). Ma c’è anche la possibilità che il lavoro svolto prevalentemente da remoto sia più efficiente rispetto a quello in presenza come prima scelta.

C’è stata un’esplosione di ricerche economiche sul lavoro da casa, ma non tutti i risultati sono positivi rispetto all’impatto sulla produttività: ci sono “costi più alti per la comunicazione e il coordinamento“. Ad esempio, i dirigenti che prima erano abituati alle “porte aperte” potrebbero aver avuto maggiori difficoltà a comunicare con precisione ciò di cui avevano bisogno quando tutti lavoravano da remoto.

Molti studi, tuttavia, giungono a risultati più positivi. Solo il 15% degli “smart workers” pensano di essere meno efficienti rispetto a quando lavoravano in ufficio prima della pandemia. Secondo una ricerca canadese, più della metà dei “nuovi” lavoratori da remoto riferisce di aver completato circa lo stesso carico di lavoro all’ora rispetto a prima, mentre un terzo sostiene di averne svolto di più.

Gli economisti fanno fatica a capire il fenomeno in termini di produttività. Una possibilità è che i lavoratori possono concentrarsi più facilmente sugli obiettivi rispetto a quanto avveniva in presenza, dove c’erano sempre più distrazioni. Inoltre, il pendolarismo è faticoso. Anche la tecnologia gioca la sua parte: chi lavora a distanza deve per forza fare affidamento su strumenti come Slack e Microsoft Teams. Questo consente ai dirigenti un più efficace lavoro di coordinamento, in alternativa alle istruzioni comunicate a voce in ufficio, che potevano essere dimenticate o mal interpretate. Richieste esplicite di lavoro a distanza sono in rapido aumento, con investimenti nel settore privato che in America crescono del 14% ogni anno.

Tuttavia la popolarità del lavoro a distanza come prima scelta pone degli interrogativi: se è così meraviglioso, perché sono così scarse le prove di un cambiamento verso il lavoro “totalmente a distanza”, con le aziende che chiudono del tutto? Quelle che hanno scelto di farlo sono in netta minoranza e il numero di persone che si sono trasferite nelle “capitali del lavoro a distanza” resta basso.

Forse è solo questione di tempo prima che tutti quelli che possono farlo scelgano il lavoro a distanza. Una nuova ricerca su Nature Human Behaviour, tuttavia, ipotizza che le imprese abbiano buone ragioni per mantenere aperti gli uffici. Lo studio analizza le comunicazioni (video-chiamate e messaggi istantanei inclusi) di 60.000 impiegati di Microsoft nel periodo 2019-20 e mostra come il lavoro a distanza renda la collaborazione tra le persone più “statica e segmentata”: le interazioni avvengono con i contatti più prossimi e sono meno frequenti con quelli ai margini del proprio network, che possono offrire nuove prospettive e idee, con probabili effetti in termini di innovazione. In conclusione, i gruppi che lavorano totalmente a distanza potrebbero dare buoni risultati nel breve termine, ma andare in sofferenza col decrescere dell’innovazione.

Dunque, come collaborare al meglio in un mondo “a distanza”? Molte aziende ritengono sufficiente la presenza in ufficio per qualche giorno a settimana, poiché è utile per incontrarsi e scambiarsi idee. Altre, sulla scorta di prove più evidenti, sostengono che i manager debbano riunire le persone allo scopo preciso di discutere nuove idee. In ogni caso, dovranno sperimentare come abituarsi a un nuovo modo di lavorare, e l’esatta organizzazione può variare a seconda del tipo di lavoro. Sembra chiaro, però, che gli uffici avranno ancora un ruolo dopo la pandemia, anche se prevalentemente vuoti.


Questo articolo (qui la versione originale e completa) è apparso nella sezione Finance & economics section dell’edizione stampata con il titolo “The pyjama revolution”.


Nota
I commenti (spero che lo siano comunque) saranno “moderati”.
In questo periodo, malgrado abbia ripreso a pubblicare spesso, temo di non poterli seguire con la dovuta tempestività (ho mia madre in ospedale dal giorno di Natale…), perciò… portate pazienza!
Grazie
FA minore

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