Svanire, Ghirri

Luigi Ghirri ha allontanato ogni tentazione di tecnicismo e ogni marchio di «autorialità» individuale, ma oggi, con ogni probabilità, è il fotografo più riconoscibile in assoluto.

elaborazione di un articolo
di Andrea Cortellessa
Antinomie, 5 settembre 2021

Articolo originale e completo su Quodlibet

Immagine: Luigi Ghirri, Ostiglia, centrale elettrica, 1987.

Pieno giorno, campo medio. La luce è variabile: il cielo si sta rannuvolando e in fondo alla strada le ombre sono meno definite, fra poco questa luce verrà meno. Al centro dell’immagine, di profilo, cammina una bambina in gonna rosa e calzettoni bianchi. Oltre a lei, solo un ciclista vaga in lontananza. Davanti alla bambina fa angolo una chiesuola senza pretese, schiacciata a una casa dalla verandina probabilmente abusiva. In basso si allunga l’ombra di un lampione, ma il punctum sono le tre gigantesche ciminiere, a strisce orizzontali bianche e rosse, che scandiscono la fuga prospettica sullo sfondo, come colonne che sorreggano il cielo incombente sulla scena. Il titolo, «Ostiglia, centrale elettrica»; la data, 1987.

Immagine: Niente di antico sotto il sole. Scritti e interviste (introduzione di Francesco Zanot, Quodlibet). La prima edizione, qui rivista e integrata, risale al ’97 ed era da tempo introvabile.

Un occhio «tecnico» mostrerebbe che la foto è incorniciata al suo interno da un sistema di ascisse e ordinate (al ritmo verticale delle ciminiere risponde l’ombra del lampione; in orizzontale un cavo collega i due lati della strada e un’altra ombra lineare interseca la camminata della bambina): quelle che nelle Lezioni di fotografia, pubblicate postume nel 2010, Ghirri chiama «quinte» o «inquadrature naturali». […]

È un esempio perfetto del paradosso di Ghirri: il quale ha distolto da sé ogni tentazione di tecnicismo e ogni marchio di «autorialità» individuale (quella che definisce «fotografia creativa» ossia, traduco, d’avanguardia) ma che oggi, con ogni probabilità, è il fotografo più riconoscibile in assoluto.

Un altro paradosso è questo libro. Il suo autore non era certo un «intellettuale»: le sue letture sono tanto voraci quanto disordinate, le sue citazioni ripetitive e spesso di seconda mano, i suoi scritti superano di rado le due o tre pagine. Ma proprio questi testi mostrano come al suo sguardo corrispondesse un pensiero. Lo dice lui stesso, vezzoso, citando Giordano Bruno: «pensare è speculare per immagini». Una frase alla quale resterà sempre fedele, anche quando abiurerà l’impianto concettuale dei primi lavori e passerà «dalla fotografia di ricerca alla ricerca della fotografia» (un po’ alla maniera del proverbiale Picasso che non cercava, ma trovava).
Secondo Ghirri quello del «fotografo intellettuale» è un «malinteso», perché le sue sono «fotografie naturali»…
Lo stesso anno però, a un altro interlocutore sin troppo disposto alla semplificazione, dice severo che «la fotografia è conoscenza e affetto; ma nel senso di una categoria della scienza».

Non vuole essere «uno specialista», Ghirri. Aspira a un linguaggio che sia tanto semplice quanto accurato, come quello delle canzoni di Bob Dylan o dei dipinti di Bruegel (forse i due artisti che ammira di più), immagini che siano «abitabili»…, perfettamente quotidiane e insieme cariche di «mistero».
Divide in due versanti il suo percorso la scoperta, attorno al ’75, di Walker Evans: il linguaggio straight dei «classici» americani interviene a correggere l’agudeza degli esordi… Ma il fatto è che non la esautora mai del tutto.
Questa formazione di compromesso salva Ghirri dalla tentazione «identitaria» e dal «colore locale»… la sua ricerca è improntata, all’estremo opposto, a una minuziosa spersonalizzazione. Quando riassume la tradizione iconografica italiana liquida sprezzante ogni «strapaese»… Anche la negazione del «momento decisivo» di Cartier-Bresson mira a emendare ogni aneddotismo in favore di uno «stare al mondo»… che non è il suo ma, idealmente, quello di tutti (le sue topiche figure di spalle sono, propriamente, everymen).

Al di là delle apparenze casual, cioè della loro matrice per lo più occasionale, come le sue foto, le pagine di Ghirri sono portatrici del suo pensiero. Non importa se gli echi evidenti di Benjamin (la «distruzione dell’esperienza»), Lévi-Strauss (la «fine dei viaggi», guardando le immagini della Terra dalla Luna, come nello Sguardo dal di fuori di Alberto Boatto) o soprattutto Heidegger (l’«immagine del mondo») derivino da letture dirette: la densità di pensiero, proprio perché mai ostentata, fa di ogni episodio una piccola – e spesso non così piccola – illuminazione.
Anzi è sintomatico che il suo pensiero più poetico derivi da una citazione malintesa, quella di una frase di Cézanne: «tutto sta scomparendo, bisogna far presto se si vuole vedere ancora qualcosa». In realtà nelle sue lettere il pittore spesso lamenta l’impermanenza della luce, che non gli permette di lavorare en plein air con continuità.
Invece Ghirri, che la prende da un film di Wenders, intende la «scomparsa delle cose» in senso gnoseologico, per non dire ontologico. Poco tempo dopo infatti,… Celati gli fa eco parlando del «lutto per ciò che svanisce».
Tre anni dopo, svanito era Ghirri stesso. […]

***

Nota
I commenti (spero che lo siano comunque) saranno “moderati”.
In questo periodo, malgrado abbia ripreso a pubblicare spesso, temo di non poterli seguire con la dovuta tempestività (ho mia madre in ospedale dal giorno di Natale…), perciò… portate pazienza!
Grazie
FA minore

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