Ottant’anni fa: Pearl Harbor

«A date which will live in infamy». Così il presidente Franklin Delano Roosevelt definì l’attacco giapponese sferrato all’alba del 7 dicembre 1941, che causò l’entrata in guerra degli Stati Uniti.

da un articolo di Matteo Pretelli
Rivista Il Mulino, 7 dicembre 2021

Immagine: esplosione del cacciatorpediniere statunitense Shaw durante l’attacco giapponese a Pearl Harbor. Everett Collection / Shutterstock.

Un’incursione improvvisa ma programmata da tempo, nelle parole di Roosevelt, avvenuta in una fase in cui erano ancora in corso colloqui per mantenere la pace fra i due Paesi.
L’inquilino della Casa Bianca sottolineò come non importasse quanto tempo ci sarebbe voluto: gli Stati Uniti avrebbero riportato una vittoria assoluta grazie alla determinazione del proprio popolo e delle proprie Forze Armate. E così fu effettivamente, seppur dopo quasi 4 anni di duri combattimenti e grazie alla decisione di ricorrere a due bombe atomiche per porre fine al conflitto nel Pacifico, nell’agosto 1945.
[…]
A distanza di ottant’anni, gli eventi del 7 dicembre 1941 sembrano indicare almeno tre eredità che hanno attraversato gli Stati Uniti postbellici.

In primo luogo Pearl Harbor come «monito», ovvero l’idea che fosse necessario rimanere vigili per difendere un Paese il cui territorio in precedenza non era mai stato aggredito (se si esclude l’invasione inglese nella guerra del 1812-1814). Da qui l’esigenza, dopo il conflitto, di dotarsi di strutture per prevenire nuove sorprese e garantire la sicurezza nazionale.
Organi consultivi presidenziali come il National Security Council, o agenzie come la Central Intelligence Agency e la National Security Agency vennero pertanto pensate nell’ottica di una scrupolosa raccolta e analisi delle informazioni, anche al fine di affrontare l’incipiente minaccia sovietica.
Gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 rinnovarono, però, la paura per la «vulnerabilità» del territorio nazionale, spingendo a nuovi ripensamenti. La memoria dell’attacco giapponese condizionò il dibattito pubblico, tanto che George W. Bush parlò degli attentati come di una «infamia» o della «Pearl Harbor del XXI secolo».
Di nuovo si favorì una ridefinizione dell’assetto di sicurezza nazionale con la creazione del Department of Homeland Security, mentre le celebrazioni alle Hawaii del 7 dicembre 2001 assunsero un altissimo valore simbolico, al punto che, sull’onda di un rinnovato e diffuso patriottismo, vi parteciparono molti familiari dei morti negli attacchi di New York e Washington, ma anche tanti poliziotti e pompieri che avevano prestato soccorso.

Pearl Harbor ricorda poi le «fragilità» della democrazia statunitense, come dimostrato dal trattamento riservato alla minoranza giapponese durante la guerra.
[…]
I pregiudizi razziali e la paura di un nemico considerato «brutale» portarono alla decisione di internare in massa circa 120 mila giapponesi americani, incluse le seconde generazioni che si sentivano in realtà più legate alla cultura locale che a quella giapponese. Paradossalmente furono risparmiati i nipponici residenti alle Hawaii, i quali costituivano la spina dorsale dell’economia dell’arcipelago.
[…] solo in seguito alle rivendicazioni di un movimento di attivisti di origine giapponese, nel 1988 il presidente Ronald Reagan firmò il Civil Liberties Act, legge che pose ufficialmente le scuse per le politiche di internamento promosse dal governo americano negli anni della guerra, stabilendo anche un risarcimento di 20000 dollari per ogni internato di origine giapponese ancora in vita.
[…]

Infine, Pearl Harbor è stato, e in parte continua ad esserlo, un episodio la cui memoria ha causato molte tensioni fra Stati Uniti e Giappone, sebbene le due nazioni siano fedeli alleate dagli anni Cinquanta del Novecento. Le rispettive posizioni sono rimaste a lungo inconciliabili rispetto alle reciproche richieste di porre delle scuse per l’attacco e per l’utilizzo delle atomiche nordamericane sul Giappone, Paese in cui si è perpetuata spesso l’immagine del popolo come «vittima» dell’olocausto nucleare.
[…]
Nel 1991, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’attacco, propositi di riconciliazione della memoria vennero nuovamente frustrati dalla ferma volontà delle due parti di non riconoscere le proprie responsabilità, al punto che il presidente George H. W. Bush giunse ad annullare un viaggio ufficiale in Asia.
Nel 1994 fu invece l’imperatore giapponese Akihito che, nel corso di un tour negli Stati Uniti, rinunciò a una visita al memoriale alle Hawaii per timore dei malumori nel suo Paese.
[…]

Una riconciliazione della memoria fece un grande passo in avanti nel 2016 grazie a Barack Obama e al primo ministro giapponese Shinzo Abe. Alla visita del presidente democratico a Hiroshima il leader nipponico fece seguire la sua in dicembre a Pearl Harbor, dove rese omaggio ai caduti statunitensi. Tuttavia, nonostante i toni concilianti e amichevoli, i due decisero di non porre alcuna scusa ufficiale per le azioni belliche compiute dal proprio paese a spese dell’altro.

***

Nota
I commenti (spero che lo siano comunque) saranno “moderati”.
In questo periodo, malgrado abbia ripreso a pubblicare spesso, temo di non poterli seguire con la dovuta tempestività (ho mia madre in ospedale dal giorno di Natale…), perciò… portate pazienza!
Grazie
FA minore

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