Carcere: strutture materiali, personale e formazione

Riferendosi ai fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, la ministra Cartabia si è soffermata anche su aspetti più generali del sistema penitenziario italiano e sulla cultura della detenzione.

da Il Dubbio, 21 luglio 2021

Immagine: Gabi Ben Avraham.

Brani estratti dal discorso pronunciato
nel corso dell’informativa urgente alla Camera

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Il carcere è specchio della nostra società ed è un pezzo di Repubblica che non possiamo rimuovere dal nostro sguardo e dalle nostre coscienze. Le violenze e le umiliazioni inflitte […] recano una ferita gravissima alla dignità della persona. La dignità della persona è la pietra angolare della nostra convivenza civile, come chiede la Costituzione, nata dalla storia di un popolo che ha conosciuto il disprezzo del valore della persona. E pertanto per questo la Costituzione si pone a scudo e a difesa di tutti, specie di chi si trova in posizione di maggiore vulnerabilità.

Occorre indagare sugli episodi critici, ma anche andare alla ricerca delle cause più profonde e creare condizioni materiali e normative per evitare ogni ulteriore forma di violenza.

I mali del carcere, perché non si ripetano più episodi di violenza, richiedono una strategia che operi a più livelli, a mio parere almeno tre: strutture materiali, personale e formazione.

Sarebbe molto più semplice e molto più tranquillizzante per le nostre coscienze accontentarci di dire “c’è sempre qualche elemento che si comporta male in ogni realtà sociale”. Ma qui non basta, dobbiamo evitare dobbiamo rimediare al fatto che lungo molti anni le condizioni delle carceri italiane sono così peggiorate che il lavoro e le condizioni di vita di chi è detenuto diventano insopportabili.

Le strutture materiali, dunque, non sono un aspetto secondario, perché vivere e lavorare in un ambiente degradato è causa di enorme fatica per la polizia, per l’amministrazione e sicuramente porta disagi inutili anche ai detenuti creando ambienti invivibili anche dal punto della tensione sociale.

Per offrire risposte immediate e indifferibili alle domande di vita di tutti i giorni all’interno dei 190 istituti penitenziari, però, occorre far fronte anche al problema gravissimo della diminuzione di personale che si è verificata nel corso degli anni.
Spesso è richiesta la capacità di affrontare situazioni complesse e diversificate, e la carenza non riguarda solo la polizia, riguarda gli educatori, riguarda l’organico dei dirigenti. Mancano direttori nelle carceri italiane, ne mancano tanti, e tutto il personale dell’esecuzione penale interna. Le scoperture sono significative per tutte le categorie, i concorsi sono ricominciati, erano stati bloccati dalla pandemia, li abbiamo sbloccati immediatamente.
Quindi un po’ di sollievo arriverà a breve, ma non sarà sufficiente, dobbiamo investire di più per il benessere di tutti e per le richieste imperiose di chi lavora in carcere in condizioni già difficili.

Ma c’è un punto sul quale vorrei si attirasse l’attenzione in maniera particolare, ed è un punto che mi sta particolarmente a cuore. È quello della formazione. Non solo della formazione in entrata di chi si accinge a svolgere un compito che io ritengo tra i più delicati, tra i più difficili, tra i più significativi, perché nelle mani dell’amministrazione penitenziaria e della polizia passa la possibilità che la pena sia un’occasione di risocializzazione, di rieducazione come ci chiede la Costituzione. La formazione è la priorità e la richiesta principale che viene innanzitutto dagli stessi operatori del carcere.

È un mondo complesso, è una galassia, non è neanche semplicemente un pianeta carcere, perciò non basta l’improvvisazione, non bastano le doti personali. Abbiamo convocato un gruppo di lavoro impegnato secondo un approccio multidisciplinare ad elaborare un modello di formazione innovativo, che sviluppi conoscenze teorico-pratiche indispensabili ma anche tecnico-operative.

E soprattutto bisogna lavorare sulla cultura della detenzione.

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