L’arte per Santiago Sierra

L’artista (Madrid, 1966) è noto per i suoi interventi forti e scioccanti: la sua visione del mondo è durissima e l’arte è un “veleno rapido e un balsamo lento”. Non ama parlare molto del suo lavoro: considera ogni forma di esplicitazione quasi un tradimento nei confronti dell’arte.

da un articolo di Stella Cattaneo
Finestre sull’Arte, 3 luglio 2021

Immagine: Santiago Sierra, 111 construcciones hechas con 10 módulos y 10 trabajadores (2004, fotografia analogica; Centro de Artes Visuales Fundación Helga de Alvear)

Sierra, dopo essersi laureato in Belle Arti a Madrid e aver proseguito la sua formazione ad Amburgo, lavora a livello internazionale e soprattutto tra Spagna, Messico (1995-2006) e Italia (2007-2010). Le tematiche che affronta si legano in maniera chiara ed esplicita ai meccanismi economici e sociali e alle politiche di sfruttamento ed emarginazione messe in atto a livello globale. Il linguaggio utilizzato da Sierra, tra azioni e documentazione delle stesse, rimanda invece inequivocabilmente a certe tendenze degli anni Sessanta e Settanta, sia nell’aspetto minimalista di alcuni lavori (ad esempio 111 construcciones hechas con 10 módulos y 10 trabajadores, 2004, o 7 formas de 60x60x600 cm construidas para ser sostenidas en perpendicular a la pared, 2010), sia nell’ambito di opere ambientali o scultoree che fanno ricorso all’utilizzo della parola, riportando la mente ai lavori dell’artista concettuale Joseph Kosuth.

Santiago Sierra, Palabra Destruida (2010-2012)

Una parte molto rilevante dell’opera di Sierra si lega alla parola. Lo vediamo bene in Palabra Destruida (2010-2012), per la quale l’artista fa costruire dieci lettere monumentali in dieci diversi paesi, utilizzando materiali caratteristici, fino a costruire la parola “Kapitalism”. La stessa viene poi scenograficamente distrutta e presentata come una video-installazione con dieci canali affiancati.
Un altro esempio è il No Global Tour (2009-2017), ovvero il viaggio tra diverse nazioni delle due lettere N e O realizzate in legno in grande formato (3 metri di altezza e 4 di larghezza) a simboleggiare in modo piuttosto esplicito la “negazione di ogni affermazione”, come l’ha definita Mauro Zanchi, a mo’ di universale “icona dell’opposizione” (Mauro Zanchi, Santiago Sierra. Complici dello sfruttamento, “Doppiozero”, 14 ottobre 2019).
L’affermazione perentoria del No Global Tour si inserisce anche in un’opera molto particolare ed esplicativa rispetto alla posizione dell’artista nei confronti dei poteri precostituiti. Nel 2010, infatti, Sierra rifiuta con una lettera, diventata poi opera d’arte in vendita (La venta de la renuncia, 2011), la vincita in denaro associata a un premio di arti plastiche a lui destinato. Indirizzando le sue parole a Ángeles González-Sinde, allora Ministro della Cultura in Spagna, Sierra afferma che l’accettazione della somma di denaro avrebbe costituito per lui una pesante rinuncia alla sua libertà di artista nonché un’effettiva sua connivenza con lo stato: “Lo stato non siamo tutti noi. Siete voi e i vostri amici. Non consideratemi quindi uno di loro, perché sono un artista serio. No signori, No Global Tour. Salute e libertà!”.

Santiago Sierra, No (2009; legno dipinto, 264 x 470 x 225 cm)

A questo punto è bene specificare il modus operandi dell’artista che, per la realizzazione dei suoi progetti, si avvale di lavoratori retribuiti a cui vengono affidate specifiche mansioni, in un rapporto lavorativo che nuovamente mette in gioco rapporti di subordinazione. Particolarmente disturbante è l’utilizzo di collaboratori, spesso provenienti da minoranze o da fasce di popolazione emarginate, pagati per compiere azioni in qualche caso umilianti. Questa situazione genera poi ulteriori cortocircuiti laddove questi incontrano e interagiscono con l’elitario mondo dell’arte e i suoi spazi.

Accanto all’utilizzo della parola e all’impiego di corpi e di persone, Sierra ricorre in diverse occasioni alla collaborazione degli animali, come nel progetto Los perros atenienses (in memoriam kanelos y Lukanikos) (2015) che coinvolgeva alcuni cani randagi a cui veniva fatta indossare una pettorina con la scritta “No tengo dinero”, o in Cerdos devorando la península ibérica (2012) dove i maiali divoravano del mangime disposto a formare in quel caso la sagoma della penisola iberica, in altri casi quella di altre zone geografiche, tra cui la stessa Italia.
In queste azioni la dimensione simbolica del lavoro di Sierra assume una valenza ancora più forte.

Santiago Sierra, Los perros atenienses (in memoriam kanelos y Lukanikos, (2015)

All’interno di un lavoro prolifico, problematico e a cui possiamo assegnare diverse letture, le parole dell’artista intervengono a chiarire almeno un aspetto: “il lieto fine invalida qualsiasi proposta”, il suo lavoro “pone problemi irrisolti, aperti al pensiero in libertà” (Zanchi, 2019).
[…]

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