Chi diavolo sei tu? L’editor

L’editor deve esercitare una certa influenza, non per il proprio interesse, non necessariamente per quello dell’autore, ma per quello del libro. A volte si spinge un po’ troppo in là col suo lavoro, ma un autore può guadagnarci in qualità.

da un articolo di Karl Ove Knausgaard (*)
The Paris Review, 5 gennaio 2021

Immagine: © BILLIONPHOTOS.COM / ADOBE STOCK.

Il lavoro di un editor letterario si svolge all’ombra del nome dell’autore. Alcuni sono riusciti a uscirne e a diventare famosi, come quello di Hemingway e Fitzgerald (Maxwell Perkins), o Ezra Pound che ha ritradotto “The Waste Land” di T. S. Eliot, o ancora quello di Raymond Carver (Gordon Lish): di lui è stato detto che il “suo” Carver era migliore del “Carver di Carver”…

Per capire cosa succede in questa zona d’ombra, potremmo chiederci: come sarebbero stati i libri senza i loro editor? Nel mio caso, la risposta è semplice: non ci sarebbero stati libri. Io non sarei stato uno scrittore.
Non intendo dire che il mio editor scrive i libri al posto mio, ma che i suoi pensieri, stimoli e intuizioni devono necessariamente entrare nella scrittura, perché sono specificamente rivolti al mio lavoro.
Quando lavora sul libro di un altro autore, gli offre qualcosa di specifico per il suo lavoro.
Il lavoro dell’editor è perciò idealmente aperto e indefinito, dipende dalle esigenze, dalle aspettative, dal talento e dall’integrità del singolo scrittore, e si basa soprattutto sulla fiducia e su qualità personali e umane, più che sulla competenza letteraria professionale.

Ricordo che, quando ero giovane, lavoravo per una rivista letteraria e fui incaricato di occuparmi del contribuito di un noto poeta che avevamo ricevuto. Lessi la poesia e risposi con alcuni commenti, suggerimenti su piccole modifiche e indagando sulla possibilità di sviluppare ulteriormente il testo nella stessa direzione.
La reazione che ricevetti può essere sintetizzata in una singola domanda: “Ma tu chi sei?“. In realtà poteva anche essere letta così: “Chi diavolo sei tu?”. Ne fui molto contrariato, perché i miei commenti erano stati molto cauti e, credevo, giustificati. Questo era il mio modo di lavorare, ma forse era necessario essere più professionali con un poeta di tale esperienza e importanza?

Ma la reazione non riguardava la poesia in sé, quanto un anonimo editor che voleva cambiarla, come se ci fosse qualcosa di sbagliato, credendosi in diritto di “aggiustarla”. Sono del parere che i miei commenti fossero pertinenti, ma quando si tratta della scrittura non c’è nulla di oggettivo: c’è la persona che scrive e quella che legge. Se ci fossimo incontrati, se avessimo avuto l’occasione di farci un’idea l’uno dell’altro, delle rispettive preferenze letterarie, penso che le mie osservazioni non sarebbero state interpretate come un attacco e, forse, sarebbero state accolte, anche se non nel modo che avevo previsto.

Spesso, quando c’è di mezzo la scrittura creativa, la situazione è come minimo complicata. Chiunque conosca un po’ la professione dello scrittore sa che è un groviglio di nevrosi, intoppi, blocchi, fragilità, idiosincrasie, alcolismo, narcisismo, depressione, psicosi, iperattività, manie, ego ipertrofici, bassa autostima compulsioni, doveri, impulsività, confusione e procrastinazione. Lavorare con la scrittura in questo contesto significa che un concetto come la qualità è uno standard molto debole, soprattutto se intesa come una norma oggettiva. Nell’editing letterario, la qualità è un’entità dinamica che varia a seconda del singolo scrittore e del singolo editor.

[…] Ora siamo lontani dalla classica figura dell’editor di 65 anni in tweed, chino sul manoscritto, con la matita in mano, e ci avviciniamo al mio editor, la cui matita non appare mai prima che sia stata fissata una data di pubblicazione e che sia stata fatta la correzione delle bozze sulla versione finale. Quale sia il suo lavoro fino a quel momento non posso dirlo con certezza, a parte il fatto che parliamo molto in tutte le fasi della scrittura, ancor prima che una singola parola sia stata scritta, quando esiste solo una vaga idea sul romanzo, ancora da esplorare, e fino a quando il libro è stato pubblicato e i vari modi in cui è stato accolto .

Sebbene tutto questo sia andato avanti per diciassette anni, durante i quali ho pubblicato otto romanzi e partecipato a innumerevoli conversazioni telefoniche, non sono ancora in grado di dire “questo è quello che fa”, “questo è il suo modo di lavorare”, “questo è quello che pensa”. Certo, questo ha a che fare con la mia incapacità di vedere realmente gli altri, col fatto che sono così preso da me stesso che non riesco ad andare oltre, ma non è l’unico motivo. Riguarda anche il suo modo di lavorare, che non è ‘distanza’, non è la famosa visione dall’esterno, ma è vicinanza, la visione dall’interno, che è più difficile da vedere e definire.

Cosa mi dà il mio editor? Suggerimenti su libri che dovrei leggere? La comprensione di quello che sto facendo? Ispirazione? Tutte cose importanti ma non significative. Ciò ce è significativo è un sentimento, qualcosa di vago ed elusivo, che forse può essere espresso con la parola fiducia. Ho fiducia assoluta in lui. Ogni cosa che scrivo, anche un breve articolo di giornale, lui lo deve leggere prima che io lo possa pubblicare. Mi affido completamente e allo stesso tempo lo do per scontato. Non è una funzione, non è qualcosa che possa essere fatto da chiunque, perché non si tratta del ruolo dell’editor: si tratta di lui, della persona che è. Questo, per me, è il ruolo dell’editor.

Tradotto dal norvegese da Martin Aitken


Tratto dal libro di Karl Ove Knausgaard’s In the Land of the Cyclops, trad. Martin Aitken, Archipelago Books.

(*) Karl Ove Knausgaard è nato in Norvegia nel 1968. Il suo primo romanzo, Out of the World, ha vinto il Premio Norvegese della Critica nel 2004, e il secondo, A Time for Everything, è stato finalista al premio Nordic Council.

Martin Aitken è un affermato traduttore di numerosi romanzi dal danese e dal norvegese, tra i quali quelli di Karl Ove Knausgaard, Ida Jessen, Peter Høeg, Jussi Adler-Olsen e Pia Juul. Nel 2012 gli è stato conferito il premio dell’American-Scandinavian Foundation’s Nadia Christensen per la traduzione, Nel 2019 ha vinto il PEN Translation Prize.

I commenti sono chiusi.

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: