“Siamo in lotta contro il linguaggio”

Di Ludwig Wittgenstein affascina il vagabondaggio… Si fa speleologia, in Wittgenstein, certi di scoprire universi.

Pangea, 26 maggio 2021

Morto nel 1951, si è scavato tra gli scritti di LW come in una miniera di responsi, da rapsodi: nel 1977, per Suhrkamp, Georg Henrik von Wright fa una cernita delle “annotazioni” appuntate dal filosofo, costruendo una raccolta affascinante e ambigua. Lo dichiara il curatore: “È inevitabile che un libro come questo cada in mano anche a lettori che non conoscono l’opera filosofica di Wittgenstein e neppure la conosceranno. Non è detto che ciò sia dannoso o di nessuna utilità. È mio convincimento, tuttavia, che queste annotazioni si possano capire e apprezzare soltanto sullo sfondo della filosofia di Wittgenstein…”.

Privilegio dell’aforisma: lo si legge per il gusto di sfracellare fraintendimenti. Una frase “Noi lottiamo contro il linguaggio. Siamo in lotta contro il linguaggio” (1931) è evocativa, magnetica, ininfluente; la vedremmo bene tatuata sul dorso di un libro di René Char.
L’aforisma è sintesi che mira al silenzio, eco che diffida di ogni attesa, concetto in agguato (“Mostro ai miei allievi ritagli di un paesaggio smisurato, dove per loro è impossibile orientarsi”, 1946). Parola, cioè, come di un cervo sulla soglia del bosco, che vuole essere inseguita; che a volte va presa tra i denti solo perché è bella.
Questo Wittgenstein ‘da passeggio’ uscì per Adelphi nel 1980, come Pensieri diversi, e oggi ritorna tale e quale nella collana “Gli Adelphi”. Nella postfazione all’edizione italiana Michele Ranchetti ci ricorda “alcune scelte” che hanno costellato la vita di Wittgenstein: “partecipare come volontario alla prima guerra mondiale”, “insegnare per cinque anni in piccoli paesi dell’Austria meridionale”, “cedere ai fratelli tutte le sue ricchezze, ereditate alla morte del padre”, “frequenti fughe nella solitudine”, “la dedizione totale alla composizione di un unico libro”. Come a dire che l’uomo che pensa e quello che vive sono uno, che i pensieri qui raccolti sono spirali d’ossa, il pitone nello stomaco.

***

Se sentiamo parlare un cinese, siamo portati a prendere le sue parole per un gorgoglio inarticolato. Chi capisce il cinese vi riconoscerà invece il linguaggio. Così, spesso io non so riconoscere l’uomo nell’uomo.

Tutte le mattine dobbiamo di nuovo farci largo tra i morti detriti per poter giungere al vivo, caldo nucleo.

Il mio ideale è una certa freddezza. Un tempio che faccia da sfondo alle passioni senza interloquire.

Non si può condurre gli uomini al bene; si può condurli solo da qualche parte. Il bene è al di fuori dello spazio dei fatti.

Si vuole tappare con la paglia il vuoto che si è aperto nell’organismo dell’opera d’arte, ma per tranquillizzarsi la coscienza si usa la paglia migliore.

Come se il fulmine oggi fosse diventato più comune o meno degno di suscitare stupore di duemila anni fa. Per stupirsi, l’uomo – e forse i popoli – deve risvegliarsi. La scienza è un mezzo per addormentarlo di nuovo.

In questo mondo (il mio) non vi è tragicità e quindi neppure tutte le infinite cose che producono la tragicità (come frutto). Tutto è, per così dire, solubile nell’etere del mondo; non vi sono durezze. Vale a dire, la durezza e il conflitto non danno luogo a qualcosa di splendido, bensì a un errore.

L’inesprimibile (ciò che mi appare pieno di mistero e che non sono in grado di esprimere) costituisce forse lo sfondo sul quale ciò che ho potuto esprimere acquista significato.

Io penso effettivamente con la penna, perché la mia testa spesso non sa nulla di ciò che la mia mano scrive.

In arte è difficile dire qualcosa che sia altrettanto buono del non dire niente.

Pendono dal mio pensiero, come da quello di ogni essere umano, i resti disseccati dei miei precedenti (estinti) pensieri.

Se fai un sacrificio e poi ne meni vanto, sarai dannato con il tuo sacrificio.

Non posso inginocchiarmi per pregare perché ho, per così dire, le ginocchia rigide. Avrei paura della dissoluzione (della mia dissoluzione) se mi ammorbidissi.

Dove gli altri proseguono, là io mi fermo.

Per l’uomo quel che è eterno, importante, è spesso coperto da un velo impenetrabile. L’uomo sa che là sotto c’è qualcosa, ma non lo vede. Il velo riflette la luce del giorno.

Ludwig Wittgenstein

*I brani sono tratti da: Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi 1980; 2021

2 risposte a "“Siamo in lotta contro il linguaggio”"

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  1. In alcuni stralci di mi ha ricordato mi ha ricordato Byron. Meno Post Romantico ma più inquietante. Ma la mia conoscenza di Filosofia è pari a zero, quindi…

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