Diffidare di chi vuol dividere i fenomeni in bianchi e neri

Nel 1953 Max Horkheimer inaugurò l’Anno Accademico a Francoforte con un discorso sul senso dello studio in un mondo “contraddittorio” piegato dalla materia.

di Bianca Cesari
Pangea, 27 maggio 2021

Il concetto di educazioneintesa come processo d’acquisizione della cultura – può portare alla mente tutto e niente, una totale uscita fuori di sé dell’individuo così come la sua totale introflessione verso un intimità che ormai si fa vuota e silenziosa, privata d’ogni principio creativoLa “con-creazione” è un concetto che si dovrebbe richiamare nel momento in cui si parla di Bildung (in tedesco, “educazione”, “cultura”). La Bildung qui, è un concetto goethianamente inteso; proprio di quel romanzo di formazione (di quel Wilhelm Meister) che vede nel “formarsi” un processo sempre aperto, che non giunge mai al fine, esente da totalizzazioni.

La Bildung così intesa, la Bildung goethiana, è il termine (la pratica, la vita) dal quale si dovette ripartire dal momento in cui conobbe quella che è stata – e, forse, è ancora – la sua più grande crisi: il nazionalsocialismo (antitesi di quella Bildung di cui qui si vuol parlare). Ma le parole che ebbe Max Horkheimer per le matricole della scuola di Francoforte nell’anno 1953 parlano, a dir il vero, in modo trasversale. Perché se Bildung è un processo sempre aperto, come sempre aperta è la natura umana – mai arrivata, mai definitoria -, si rende ancora (allora, come ora, come domani) necessario richiamarla nella sua accezione più autentica. Un richiamare che è in realtà un non-chiamare, o piuttosto uno star in silenzio, quando il silenzio – come in questi casi – è più appropriato. Perché, come Horkheimer spiega, in questo caso non si possono avanzare definizioni; farlo sarebbe tradire nella sua stessa essenza la Bildung e, a dir il vero, la stessa natura umana (che sfugge ai tentativi di incasellamento).

Infatti, la pretesa del concetto è pretesa di chiusura, per quanto il linguaggio possa darci illusione della realizzazione di questa pretesa, la realtà obbedisce (o meglio non obbedisce) a un’altra logica. Horkheimer si esprime in quella conferenza del 1953 coerentemente con quanto ha sostenuto, assieme al collega Theodor W. Adorno, nell’opera Dialettica dell’illuminismo (1947): la ragione domina la natura imponendole i suoi concetti, questo dominio mette in crisi il concetto stesso di cultura.


“È bene che coloro che tra voi cominciano oggi i loro studi universitari, riflettano un momento su ciò che da tali studi si attendono. Nella maggioranza dei casi in primo piano va il fine pratico di acquisire le conoscenze preliminari necessarie per determinate professioni, di ottenere diplomi accademici e statali al cui possesso oggi sono legate molte, troppe carriere.

A questi fattori si aggiunge tuttavia […] l’idea che lo studio universitario non dischiuda solo migliori possibilità economiche e sociali, non prometta solo una carriera, ma offra anche l’occasione per uno sviluppo più ricco delle attitudini umane, per una realizzazione più adeguata della propria vocazione. Il concetto, che si presenta spontaneamente non appena questa idea cerca di esprimersi, è quello di cultura (Bildung). Non vi aspettate che io lo definisca.

Vi sono ambiti nei quali ciò che conta sono anzitutto le definizioni chiare e precise, e non si deve certo sottovalutare il ruolo delle definizioni nella conoscenza. Ma se ci si propone di individuare il nucleo sostanziale che si annuncia nei concetti, si deve tentare di percepire la vita presente in essi, le loro tensioni e ambiguità, a rischio di imbattersi in contraddizioni, o addirittura di causare contraddizioni. Le definizioni possono essere non contraddittorie – la realtà invece, la realtà in cui viviamo e che vogliamo cogliere con i concetti, è contraddittoria. Un modo di conoscenza che di ciò non rendesse testimonianza, non renderebbe giustizia al suo oggetto.

Ciò vale anche per il concetto di cultura (Bildung). Non è solo il termine tedesco Bildung a evocare il “dare forma” a un materiale naturale (grezzo); ciò vale per la maggioranza dei termini che nelle diverse lingue designano questa sfera in generale. Cultura sarebbe dunque la trasformazione della natura informe, primitiva; l’uomo afferma il suo dominio su ciò che dentro e fuori di lui gli appare estraneo e minaccioso. Nella cultura la natura continua a sussistere in quanto tale, e tuttavia reca i segni del lavoro, della comunità umana, della ragione.

Kurt Schmidt, The Man at the Control Panel, scene design 1924.
Copyright: Bauhaus Archiv

L’attenersi ancora oggi a tale definizione tradizionale del concetto di cultura ci sembra impossibile per molti motivi. Gli ambiti di vita indipendenti dalla società si restringono sempre più. Non c’è più nulla di intatto. Si ha la sensazione che, né fuori né dentro, vi sia più un pezzetto di natura ancora da scoprire. In tutto ciò si annuncia una situazione in cui la natura viene non solo assorbita, ma distrutta dalla società, in cui non viene protetta ma negata, non viene coltivata come qualcosa di prezioso ma utilizzata come materiale. Il processo di formazione (Bildung) si è rovesciato in quello di rielaborazione (Verarbeitung).

La rielaborazione – in ciò sta la differenza fondamentale – non lascia tempo all’oggetto, il tempo viene ridotto. Ma il tempo significa amore; a ciò cui concedo tempo, concedo amore; la violenza è rapida. […]
L’annientamento della natura, la sua riduzione a puro materiale, conduce alla crisi della cultura (Krise Der Bildung).

Ma ora voglio finalmente formulare un’obiezione che avete certo sulle labbra. E cioè che ho trascurato la differenza tra cultura (Bildung) autentica e falsa, tra spirito e ratio, tra cultura (Kultur) e civiltà (Zivilization). 
La vera cultura, direte, è quella che non si esaurisce nel puro dominio sulla natura soggiogata e anzi la mantiene in vita conciliandosi con essa. La moderna conquista della natura da parte della società, e le relazioni tra gli uomini che ne derivano, sono invece civiltà (Zivilization), e basta. Potreste prendere la formazione estetica per cultura (Kultur), e vedere invece nell’intervento attivo nel mondo un processo di vile civiltà (Zivilization).

Nella cultura che acquisirete all’università rientrerà proprio il fatto di liberarvi di tali antitesi troppo facili, e di non pensare come se le cose più importanti fossero comunque già chiarite da tempo tra le persone tradizionali. Dovete invece diffidare di chi vuol dividere i fenomeni in bianchi e neri. Nel nostro caso, potrebbe darsi che una delle cause spirituali della crisi della cultura stia proprio nel tener fermo il concetto di cultura riferita all’Io isolato, nell’idolatria dell’Io autosufficiente, che forse ha costituito una necessaria fase di transizione, ma non è stata una norma interna.

Rifkin W. Kaloran‎, Think Big

[…] Non si viene formati da ciò che “si fa di se stessi”, ma unicamente nella dedizione a qualcosa, nel lavoro intellettuale come nella prassi consapevole di sé. Se l’esperienza estetica non è connessa con una vita che vuole qualcosa nel mondo e dal mondo, essa rimane vuota e cieca.

Chi non sa uscire da se stesso, chi non sa perdersi appieno in ciò che è altro, oggettivo, mantenendovisi al tempo stesso in virtù del suo lavoro, non è veramente colto, è la cosiddetta persona colta e incapace di farlo e recherà sempre i segni di una limitatezza e di un imbarazzo che smentiscono la sua pretesa di cultura. Non ha la cultura chi, dedicandosi alla propria attività, non riconosce il nesso che essa ha con il tutto, e non manifesta attivamente, in contrasto con lo spirito dei tempi, la medesima libertà dagli slogan, dai clichés e dai pregiudizi che si deve acquisire nella propria scienza nell’esercizio della professione accademica.

In occasione delle cerimonie di immatricolazione ciò è stato costantemente ribadito dei miei predecessori, io lo ripeto oggi, nella convinzione che il futuro di un mondo libero dipende più che mai dal fatto che tra gli studenti tedeschi ci siano sufficienti uomini e donne provvisti di coraggio civile, di capacità di resistenza e di indipendenza interiore, persone che – diversamente dalle masse manipolate – non reagiscono dappertutto in modo inconsapevole alle parole roboanti e agli appelli dei leader, ma possiedano intelligenza, capacità di pensiero, spirito – in un mondo governato dall’antispirito, se posso usare questo termine. Se come docenti possiamo contribuire a formarvi in questo modo, abbiamo assolto il compito specifico dell’università.”

Max Horkheimer

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