Aperta virtualmente una lettera sigillata da 300 anni

Ripiegata con una complessa tecnica per renderla inviolabile, è stata aperta virtualmente da un gruppo di ricercatori del MIT grazie a uno speciale scanner. Immagini affascinanti.

ANSA, 3 marzo 2021

[a seguire, un articolo strepitoso,
che però ho dovuto tagliare di brutto]

Immagini: COURTESY UNLOCKING HISTORY RESEARCH GROUP ARCHIVE
via Atlas Obscura


Il risultato della ricerca è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications da un gruppo internazionale di ricerca guidato dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Cambridge.
L’antico documento oggetto dello studio appartiene alla ‘collezione Brienne’, composta da 2.600 lettere mai recapitate, giunte a L’Aia da tutta Europa tra il 1680 e il 1706, e rimaste chiuse all’interno di un baule di proprietà di un lavoratore del servizio postale. A quell’epoca, dato che non era diffuso l’uso delle buste per assicurare che la lettera arrivasse inviolata al destinatario, si usava in alternativa una tecnica di ripiegamento del foglio (‘letterlocking‘) che rappresentava una sorta di crittografia fisica.

Una vera sfida per gli storici, costretti a sezionare i documenti per riuscire ad aprirli e leggerli. Per evitare un intervento così invasivo, i ricercatori del MIT hanno pensato di sfruttare uno scanner per la microtomografia (simile alla tac ma più potente) che i colleghi della Queen Mary University di Londra avevano sviluppato per studiare i minerali contenuti nei denti.
Applicata a una delle lettere dell’archivio, ha permesso di ricostruire il documento in 3D: grazie poi a una serie di algoritmi è stato possibile separare virtualmente i diversi strati del foglio e visualizzare le parole scritte sopra, rese intellegibili dai metalli contenuti nell’inchiostro. È così emerso che la lettera, datata 31 luglio 1697, era stata inviata da un tale Jacques Sennacques al cugino Pierre Le Pers, mercante francese a L’Aia, per chiedere una copia del certificato di morte di un certo Daniel Le Pers.

“Usare il dispiegamento virtuale per leggere una storia personale che non ha mai visto la luce del giorno, e non ha mai raggiunto il suo destinatario, è davvero straordinario”, commentano i ricercatori.


Decifrare il codice del Letterlocking

Una storia di stanze segrete, corrispondenza smarrita e alta tecnologia.

da un articolo di Abigail Cain
Atlas Obscura, 14 maggio 2021

Nell’Europa del XVII secolo, spesso le lettere passavano attraverso le cosiddette “Black Chambers” – stanze segrete attigue agli uffici postali, occupate da personale specializzato, dove la posta veniva aperta, copiata e risigillata prima di essere spedita al destinatario.

Nadine Akkerman, docente dell’Università di Leida, è un’esperta di spionaggio del XVI e XVII secolo, ma nella sua ricerca sulle Black Chamber si è imbattuta in un documento di Samuel Morland, capo di una squadra di spionaggio inglese dell’epoca, nel quale l’autore si vantava del suo talento nell’aprire e risigillare le lettere. Insieme a Jana Dambrogio e Daniel Starza Smith – studiosi della sicurezza di lettere e documenti di quel periodo – ha scoperto che la corrispondenza del Seicento veniva ripiegata con una tecnica da loro chiamata “letterlocking.” 

La tecnica di chiusura era già diffusa all’inizio del Cinquecento, ma poco sicura.

Quando Morland parlava di risigillare le lettere, si riferiva alla ricostruzione della complicata sequenza di operazioni eseguite dal mittente per sigillarle. Akkerman la definisce “un’arte“, quasi del tutto dimenticata. Dambrogio, attualmente conservatrice presso le MIT Libraries, fece questa scoperta nel 2000 durante una ricerca negli Archivi Segreti Vaticani e, da allora, ha iniziato a riflettere sulla possibilità di accedere a lettere sigillate senza rovinare le prove della tecnica utilizzata. La questione si fece più urgente soprattutto dopo il ritrovamento, nel 2014, di un baule del ‘600 contenente 2.600 lettere sigillate, appartenente a una coppia di impiegati postali dell’Aia.

Ma più stupefacente è la scoperta di 577 lettere mai aperte, mandate tra il 1689 e il 1706. La ricerca mirava, sin dall’inizio, alla conservazione sia del contenuto che della forma di ogni lettera, e il problema venne risolto con un’apparecchio a raggi X realizzato alla scuola odontoiatrica della Queen Mary University di Londra dai ricercatori David Mills e Graham Davis per rilevare le più piccole variazioni nella composizione di un dente o di un osso.

Una sezione trasversale di 11 lettere. Le aree chiare indicano la presenza di inchiostri metallizzati, quelli che hanno permesso ai ricercatori di ricostruire i testi senza aprire le lettere.

Questo scanner, spiega Mills, era progettato per determinare con precisione i materiali che compongono un oggetto. La maggior parte degli inchiostri usati per quelle lettere contenevano metallo, specialmente ferro, che viene rilevato dallo scanner e, con grande cautela, può servire a ricostruire il testo delle lettere.
Certo, ottenere dettagli a questo livello richiede tempo. Il processo dura tre giorni e trasforma la lettera fisica in una grande massa di dati. Successivamente, una complessa serie di algoritmi li rende leggibili.

L’apertura virtuale della lettera sigillata DB-1538. 

Altri ricercatori hanno affrontato problemi simili con rotoli di pergamena o documenti che non potevano essere aperti senza distruggerne i contenuti, come numerosi rotoli del Mar Morto e papiri deteriorati di Ercolano, ma in questi casi sono stati necessari software specifici. Nel caso di queste lettere, invece, era necessario qualcosa che si adattasse a centinaia di tipi diversi di chiusura, in quanto le tecniche usate erano davvero molte e potrebbero esservi migliaia esemplari in altri archivi del mondo.

La lettera DB-1627 è ancora sigillata e non aperta, tuttavia questo non ha impedito ai ricercatori di leggerne il testo.

Alla fine, il team di ricercatori è riuscito ad aprire virtualmente molte lettere sigillate provenienti dalla Brienne Collection, ma c’è un altro aspetto – meno tecnologico e tuttavia essenziale – di cui tener conto e che riguarda lo sviluppo di un linguaggio condiviso che consenta ai ricercatori di raccogliere dati su scala molto più vasta. Fino a quel momento, i ricercatori avevano realizzato una sorta di “tavola periodica dei sigilli”, che richiese anni di sperimentazioni con vari modelli e l’analisi attenta di migliaia di lettere negli archivi e nelle librerie di tutto il mondo. Il risultato portò a 12 formati – che descrivono l’aspetto esterno della lettera – e 64 categorie che indicano la combinazione di piegature, tagli, buchi, adesivi e altri metodi usati per creare un sigillo particolare.

Nomi e categorie dei vari materiali e tecniche usate per le chiusure delle lettere.

Il tipo di sigillo più complicato e sicuro, quello usato dalla regina Maria di Scozia, è costituito da una striscia di carta che è stata solo parzialmente tagliata dalla lettera originale .

In ogni caso, il sistema tiene anche conto della possibilità di chiusure realizzate con una combinazione di alcune (o di tutte) le tecniche.

Nella stessa Brienne Collection, ne sono già emerse diverse. Per esempio, c’è una netta distinzione tra le lettere di fine ‘500 e inizio ‘600, che sono state confrontate con quelle del ‘700 e nelle quali è stato osservato un passaggio verso categorie più somiglianti alla busta moderna. Ma questo insieme di dati si riferisce ancora all’Europa e a un periodo di tempo limitato.

La prossima sfida per i ricercatori riguarda metodi e metadati diffusi nel mondo.
È per questa ragione che ci sono voluti molti anni per la pubblicazione della ricerca.
Per Dambrogio, bisogna aspettare che il settore si espanda per garantire una migliore accessibilità a questa disciplina e agli strumenti usati.

Nel frattempo, i ricercatori pubblicheranno un libro con MIT Press, che svilupperà ulteriormente la loro recente ricerca; una collega di Dambrogio al MIT.
Ayako Letizia, sta studiando le tecniche usate dai samurai del ‘500.
Infine, c’è da analizzare una collezione vastissima di posta non consegnata sequestrata dalle navi durante battaglie marittime tra il XVII e il XIX secolo.

Una ricercatrice del gruppo mostra una lettera sigillata.


6 risposte a "Aperta virtualmente una lettera sigillata da 300 anni"

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