Il latino nell’età della globalizzazione

“Le lingue non possono essere semplici, ma conviene che sieno miste con altre lingue” (Niccolò Machiavelli, Dialogo o Discorso intorno alla nostra Lingua (1514/1515).

da un testo di Zora Jačová
Università Comenius di Bratislava

Verbum Analecta Neolatina XXI, 2020/1–2

Introduzione

Lo studioso fiorentino afferma che tale processo di commistione rappresenta un elemento di forza, non di debolezza:

“ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sì potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro: perché quello ch’ella reca da altri lo tira a sé in modo che par suo”.

Prendendo le mosse da tali riflessioni, intendiamo dimostrare l’infondatezza della tesi secondo la quale il latino sia una lingua morta. Metteremo quindi l’accento sulla forza irradiante e funzione unificatrice esercitata nel tempo dal latino fornendo un imponente serbatoio linguistico, in particolare, nei confronti dell’inglese, sottoposto ad un processo di profonda contaminazione ad opera del latino.
A tale scopo, tracceremo una breve rassegna delle numerose espressioni del latino quotidiano che infarciscono non soltanto l’italiano comune ma anche le lingue europee non romanze,1 tra cui soprattutto l’inglese. Evidenti attestazioni della funzione universalizzante del latino2 nell’italiano si possono riscontrare, oltre che nel lessico quotidiano, nel linguaggio politico, nel lessico informatico, nella narrativa contemporanea, nei fumetti e, per finire, nei suggestivi aforismi in latino, presenti nei moderni tatuaggi dei giovani ad ogni latitudine.

Il latino e l’inglese

Il latino come “piattaforma di intercomprensione fra le lingue romanze, ha rappresentato costantemente un gigantesco serbatoio linguistico cui hanno attinto anche le lingue germaniche e slave, favorendo la comunicazione fra le culture” (Settis 2016). La presenza capillare del latino (sono ben 930 milioni i parlanti appartenenti alla famiglia linguistica romanza che comprende le varietà linguistiche derivate dal latino, non quello ecclesiastico ma quello che parliamo ogni giorno con le sue trasformazioni storiche3) va messa in relazione con la funzione unificante da esso storicamente svolta come lingua universale della cultura e della comunicazione, nonostante si registri la tendenza a ravvisare un declino storico del latino, in conseguenza dello sviluppo degli stati nazionali.
Le lingue classiche hanno aperto le fonti del sapere antico e il latino era la lingua cui si associava l’affermazione di una dimensione spirituale universalmente umana, al di là delle divisioni storiche che travagliavano l’Europa. È stato il latino a rappresentare il fondamento dell’unità culturale europea che non è venuta meno neppure nei periodi più travagliati di crisi nel Settecento e nel Novecento,4 segnato dal pregiudizio discriminatorio che attribuiva al latino il ruolo deleterio di lingua aristocratica classista. L’esigenza di “ripensare oggi il latino come lingua non parlata ma ‘vivente’ assimilandolo alle esigenze culturali del nostro tempo per preservarlo dall’oblio” (Serianni: 2016) si riflette oggi in un’inversione di tendenza, aperta a un moderno approccio nella didattica del latino, tradizionalmente normativa, privilegiando invece il lessico e sfruttando le nuove tecnologie digitali.

***

L’apertura dell’inglese all’influenza del latino non rappresenta un processo storico lineare e ininterrotto, ma è caratterizzato da fasi alterne. Anche in Inghilterra, infatti, prima che l’inglese diventasse la lingua più aperta alle influenze esterne, si temevano tradizionalmente contatti e possibili contaminazioni con altre lingue, come emerge dall’introduzione alla Grammatica Anglicana (1505) di Paul Greaves.
A dare forte impulso in Inghilterra alla nascita del modello di scuola umanistica5 contribuì il fatto che nella Res Publica Litterarum e negli studia humanitatis gli intellettuali europei trovavano la loro umanità più autentica, la libertà e la dignità dell’uomo.

La prima crisi europea del latino e del modello di scuola umanistica, nonché il suo declino come lingua universale del sapere, coincide con la crisi della civiltà in tutta Europa e con l’avvento dell’illuminismo,6 culminando nella rivoluzione francese che spazzò via le strutture scolastiche di stampo umanistico dell’ancien régime e istituì le nuove scuole centrali, dove per la prima volta si mise in pratica la concezione basata sulla superiorità delle lingue moderne sulle lingue antiche e delle scienze sulle lettere.
Dopo la crisi ai tempi dell’illuminismo e la rinascita del latino nell’Ottocento, non solo in Inghilterra ma nell’intera Europa, la seconda più grave crisi del latino è legata ai radicali sommovimenti sociali e ideologici, avvenuti nel corso del Novecento.
Ciononostante, il latino ha continuato a rappresentare, dopo una fase di crisi nel corso del Novecento, non soltanto per l’italiano, un forte elemento di attrazione e fattore catalizzatore,7 nonché un vero e proprio mare magnum di risorse lessicali cui hanno attinto nel tempo anche lingue non romanze per creare le terminologie tecnico-specialistiche, attraverso un massiccio afflusso di nuovi latinismi.

Dopo l’italiano, è stato l’inglese, come afferma De Mauro, la lingua che ha sfruttato più di tutte l’immenso bacino di risorse lessicali del latino (il 25% dei lessemi esogeni nell’inglese è di derivazione latina) per la coniazione di vocaboli nuovi, tanto da essere definita “la più latinizzata e neolatinizzata lingua del mondo non neolatino” (De Mauro 2005: 144).
La travolgente avanzata dell’inglese che ne ha fatto oggi una lingua veicolare planetaria, espugnando ogni spazio di globalizzazione linguistica, appare in gran parte riconducibile al processo di profonda ibridazione – non solo a livello lessicale – subito dall’inglese nel tempo,8 annacquando i propri originari connotati germanici in un prolungato bagno romanzo che, se da un lato ha indebolito l’originaria struttura germanica dell’inglese, dall’altro ha costituito un formidabile strumento di conquista di una lingua che dalla seconda metà del ’900 esercita un dominio incontrastato in alcuni settori specifici della nostra civiltà tecnologica.
“Se dovessimo trattare la cosa nei termini allarmistici tanto consueti quando si parla dell’italglese, o itangliano che dir si voglia, dovremmo considerare l’inglese il classico esempio della lingua infiacchita dalle aggressioni esterne. Invece, proprio questa profonda ibridazione ha molto contribuito a fare di questa lingua lo straordinario strumento di conquista che oggi è divenuto” (Bertinetto 2003: 321).

***

Anglo-latinismi. L’inglesorum

A favorire nel tempo l’afflusso lessicale di latinismi9 sono state anzitutto le lingue specialistiche e la lingua speciale della Chiesa (latinismi medievali e scientifici) soprattutto in età umanistico-rinascimentale.
A partire dal periodo post – rinascimentale è intervenuta l’intermediazione delle principali lingue europee di cultura, culminata nel Settecento. Si parla in questo caso di franco-latinismi e anglo-latinismi con frequenti slittamenti semantici (vedi il vocabolo liberale, in latino ‘generoso’, mentre oggi assume il valore semantico specifico di ‘fede politica’).
Fra i vocaboli di provenienza francese o inglese, appartenenti al lessico politico, figurano: comitato, costituente, Consiglio di Stato, conservatore, maggioranza, opposizione, radicale, petizione. Altri franco-latinismi riguardano l’economia (conto corrente, monopolio, concorrenza, esportare, importare). 
Gli anglo-latinismi, definibili come veri e propri prestiti linguistici che risultano presenti nell’italiano spesso in forma non adattata e si riferiscono al linguaggio informatico, aziendale e finanziario, sono a volte traducibili con sinonimi italiani: account ‘profilo di un utente’; advisor ‘consulente economico’; agreement ‘accordo’, ‘gradimento’. Vanno inoltre ricordati i franco-latinismi e anglo-latinismi di uso comune che si riferiscono alla vita politica e sociale, penetrati nel Settecento (adepto, immorale, imparziale) e nell’Ottocento (acquario, criterium, selezione) mentre risale al 1920 il termine economico inflazione.

Il processo di diffusione a tutto campo dell’inglese dopo la metà del Novecento, associato a un massiccio intensificarsi nella società globale a un livello di crescita esponenziale delle possibilità di comunicazione e dei contatti tre le lingue europee, ha contribuito a recuperare una gran quantità di latinismi, spesse volte percepiti come ‘stranierismi’ da utenti che non conoscano il latino. La progressiva perdita di familiarità e una crescente disaffezione verso il latino da parte di numerosi utenti italiani è all’origine della lettura storpiata degli anglo-latinismi,10 con frequenti incertezze e oscillazioni di pronuncia che sono alla base del cosiddetto ‘inglesorum’,11 cioè la tendenza a scimmiottare la pronuncia inglese: fan (abbreviazione del vocabolo latino fanaticus/ispirato), detective story, fiction cult, trans, relax, sequel, summit, market, city, snob, status symbol, super hanno come base parole latine, restituite però all’italiano, filtrate dalla pronuncia inglese “producendo anche una serie di obbrobri, per cui parole o locuzioni latine vengono pronunciate secondo le regole dell’inglese” (Setti 2015).
Un esempio tipico è la locuzione sine die, pronunciata talvolta all’inglese ‘sain dai’ che ha suscitato una certa ilarità nel mondo dei media o ancora i vocaboli latini plus ‘plas’12 e iter, spesso traslato con la bizzarra pronuncia ‘àiter’, veicolato dall’inglese nei significati moderni attuali. Persino il lessico dell’informatica e del mondo digitale, dove si registra lo schiacciante predominio dell’inglese, è intriso di latinismi travestiti da anglismi com’è il caso della parola computer (da ‘computare’), video (da ‘vĭdēre’), audio (da ‘audire’), ecc.

Il latino, insieme con il greco, che rappresenta un importante collante della comunicazione internazionale nelle terminologie scientifiche, fornisce la base per coniare numerosi neologismi della tecnica e della scienza. Un chiaro esempio d’internazionalizzazione sono i vocaboli navigazione (dal latino ‘navigatio’) e navigare che, per effetto di uno slittamento semantico, hanno assunto in italiano e nelle altre lingue romanze la moderna accezione di ‘navigare, navigazione in rete’. Un esempio di latinismo, veicolato nell’italiano dall’inglese, è il vocabolo digit nel significato di ‘cifra che si conta con le dita’ (dal latino ‘digitus’/dito) che ha generato la proficua serie di derivati pienamente italiani: digitare, digitalizzare e digitalizzazione. Si tratta qui di un esempio di ‘latinismo moderno’ (latino di ritorno), cioè di latinismi penetrati nell’inglese in tempi recenti e reintrodotti nell’italiano con significati riadattati al contesto comunicativo contemporaneo13 “quale parte integrante dell’imponente processo di trasferimento del retaggio culturale dell’umanità (translatio culturae) sotto forma di migrazione lessicale” (Setti 2015).

Tra i latinismi moderni di maggior uso, anche quelli pervenuti nella veste fonetica originaria ma con significato spesso modificato e per lo più percepiti dall’utente comune come latinismi diretti (ultimatum, forum, memorandum, sponsor, iter, referendum, curriculum, solarium), vanno menzionati, in particolare, quelli che registrano nell’utente comune forti oscillazioni sul piano fono-morfologico. Alludiamo qui, in particolare, ai vocaboli tutor, summit, mass media, audit (con le variante auditing, auditorium), alla parola non plus ultra, al prefisso super- (assai utilizzato nel linguaggio pubblicitario), al prefissoide di formazione moderna iper (di origine greca) e al vocabolo junior, scambiati spesso per anglicismi.
Tutor o summit sono chiari esempi di questo singolare fenomeno di scambio triangolare (latino, inglese, italiano). Entrambe le parole vengono pronunciate a volte nei media, non senza una punta di compiacimento, all’anglosassone: ‘tiutor’ e ‘sammit’. Il vocabolo tutor, attestato nella variante italiana ‘tutore’ fin dal 1300, è penetrato nell’italiano come latinismo non adattato tramite l’inglese che ha veicolato però soltanto il significato specifico di ‘insegnante che negli studi universitari segue e guida uno o più studenti in seminari, dottorati o altre attività di ricerca’.
Lo stesso discorso vale anche nel caso dell’anglo-latinismo mass media, mutuato dall’inglese, con la coesistenza nell’italiano delle due possibili pronunce (latina e inglese), diffuso in altre lingue europee soprattutto nella forma abbreviata media.
Del cospicuo contingente di anglo-latinismi che sono alla base di neologismi fa parte anche il vocabolo audit (nel significato inglese di ‘revisione della correttezza dei dati di bilancio’) e auditor (‘revisore dei conti’) che vengono registrati in numerosi dizionari italiani come anglicismi, nonostante abbiano come base il verbo latino audīre da cui deriva auditing14. 

La tendenza uniformante “in direzione di una semplificazione del trattamento fonomorfologico di alcuni latinismi mediati dall’inglese, vale a dire dell’estensione dell’invariabilità al singolare, coinvolge anche alcuni latinismi di uso assai comune, penetrati per via diretta per tradizione colta o interrotta e mantenuti nella loro forma originaria” (Setti 2013). È questo il caso ad es. di curriculum che entra nell’italiano per la prima volta nel 1892, sotto forma di locuzione invariabile curriculum vitae, mentre, sotto la forma singola di curriculum, trova la sua prima attestazione nel 1941. Il vocabolo, originariamente di genere neutro in latino, viene assimilato al genere maschile, prevalendo sulle varianti italianizzate curricolo, curricoli. Uguale trattamento morfologico, con il plurale invariabile, presentano anche i latinismi accolti per via indiretta ma in una veste fonetica facilmente riconducibile al latino e scambiati quindi per latinismi diretti (ultimatum, quorum, forum, memorandum). Il vocabolo referendum ricorre esclusivamente nella forma invariabile, mentre invece solarium registra molte occorrenze in rete nella forma plurale solaria.

***

Associazione Italiana di Cultura Classica, col patrocino dell’UNESCO e del Ministero dei Beni Culturali.

Conclusioni

Sulla base di quanto abbiamo finora detto, riteniamo di avere dimostrato l’inconsistenza dello stereotipo secondo cui il latino nell’era tecnologica sarebbe l’opaca traccia di una lingua morta, del tutto remota dalla vita di ogni giorno.
Pesa certo non poco oggi sull’italiano lo studio e la conoscenza sempre più rarefatta di una lingua come il latino, giudicata in Italia, pregiudizialmente, sterile e ingombrante, il che finisce per ridurre di molto l’utilizzazione di una certa parte del lessico dell’italiano, derivato non per via diretta dalla lingua madre, ma dalla tradizione scritta del latino. Per un recupero funzionale del latino occorre pertanto promuovere un approccio metodologico innovativo, graduato e diversificato per il suo apprendimento.
Respingendo le tesi denigratorie dei detrattori del latino, abbiamo messo l’accento sulla sua funzione vitale e globalizzante nell’era tecnologica in molteplici ambiti linguistici d’uso sia nell’italiano che in lingue non romanze, con il proliferare di iniziative a favore del recupero del latino. Su tale funzione viene ad innestarsi la potente spinta propulsiva dell’inglese (l’angloamericano) che, dal secondo dopoguerra, ha assimilato un gran numero di termini latini veicolandoli nell’italiano e in altre lingue europee, specie nella comunicazione scientifica e tecnologica, riplasmandone spesso il valore semantico.


[…]

I capitoli sull’inglesorum dei politici, sul latino nella narrativa contemporanea, la bibliografia e le note si trovano qui, dove è disponibile l’analisi completa,


Latinismi di uso corrente

Forniamo ora un elenco in ordine alfabetico delle espressioni latine di uso corrente in vari ambiti d’uso non solo nell’italiano ma anche in lingue non romanze, con frequenti modifiche semantiche, spesso per influsso dell’inglese, dal quale è stato mediato il contesto d’uso, come ad es. nell’informatica (video, digitare, audio): agenda: dal verbo latino agere, indica le cose che si devono fare (usato oggi soprattutto in luogo di diario o programma politico); ad hoc: fatto appositamente per una certa occasione; alias: pseudonimo, nome alternativo; ad maiora (semper): presente anche sotto la forma ad meliora et maiora semper: ‘per le cose migliori e più grandi’; alter ego: ‘un altro me’, ossia una persona di fiducia (modo di dire usato molto dagli autori classici per indicare una persona così fedele, da essere considerata come un altro sé); a priori, locuz. lat. mediev. (da ciò che logicamente è prima); a posteriòri, locuz. lat. mediev. (da ciò che è posteriore); casus belli, locuz. lat. ‘caso di guerra’ usata in italiano come s. m. (evento o circostanza che provoca, o può offrire il pretesto per provocare, la guerra fra due stati); condicio sine qua non: ‘una condizione assolutamente necessaria’; curriculum (vitae): lett. ‘il corso della vita’; errata corrige: ‘correggi le cose sbagliate’, ossia l’elenco delle sviste e errori contenuti in un testo e le relative correzioni; ex novo: daccapo, di sana pianta; de facto: di fatto; facsimile: dal composto latino fac (imperativo del verbo fare) e simile, significa ‘copia esatta di qualcosa’ (ad es. facsimile di firma in banca); forma mentis: ‘forma della mente’, per indicare un’attitudine mentale; extra: ‘al di fuori’ (qualcosa che non è compreso o è fuori dal comune); et caetera/eccetera (abbr. ecc.) deriva da et cetera (lett. e le altre cose); gratis: forma contratta di gratiis (caso ablativo di gratia); habitat: ‘il luogo in cui determinate condizioni ambientali permettono a una specie di sopravvivere’ (dalla terza persona singolare del presente del verbo habitare); honoris causa: ‘titolo onorifico conferito per alti meriti’; idem: ‘la stessa cosa’, ‘allo stesso modo’; modus operandi: ‘modo di comportarsi’; (in) primis: ‘per prima cosa’; in secundis: ‘per seconda cosa’; hic et nunc: ‘qui e ora’; in extremis: ‘in punto di morte’ (oggi nel senso di ‘cosa fatta all’ultimo momento’) si usa specialmente nel calcio (“intervento della difesa in extremis”); in flagranti: ‘mentre brucia ancora’ (dal latino flagrans-antis, part. pres. di flagrare/ardere); lapsus (linguae): ‘errore’ (dal verbo deponente labor, labi. lapsus sum = scivolare, cadere, confondersi); legenda: ‘cose che devono essere lette’ (dal gerundivo del verbo lego, legere); mens sana in corpore sano: ‘mente sana in corpo sano’ (Giovenale, Sat. X, 356); non plus ultra: ‘non più avanti’, ossia il massimo grado di perfezione; nota bene (abbreviato N.B.); placebo: ‘placèbo’ s. m. invariabile (verbo lat., 1a pers. sing. del fut. indic. di placere ‘piacere’, quindi ‘io piacerò’); prosit: ‘che sia di giovamento’ (nei brindisi); pro capite: ‘per ciascuno’; pro forma: ‘per pura formalità’; promemoria: ‘per ricordarsene’ (dalla locuzione latina pro memoria); opera omnia: ‘raccolta completa delle opere di un autore’; statu(s) quo: ‘uno stato di equilibrio in un dato momento’ (con ellissi dell’espressione latina in statu quo ante)tertium non datur: ‘una terza cosa non è data’ultimatum: ’ultimo avvertimento’ (da ultimus); vademecum: ‘vai, vieni con me’ (forma sostantivata), manualetto di istruzioni; video: ‘schermo’ (dalla 1.pers.sing. del verbo latino vidēre/vedere); veto: ‘parere contrario in una sede autorevole’ (dalla 1a pers. sing. dell’indic. pres. del verbo lat. vetare ‘vietare’).


NOTE

  1. Evidenti tracce del latino sono presenti anche in una lingua appartenente al gruppo linguistico ugro-finnico come l’ungherese che “ha preso in prestito dal latino (lingua liturgica dell’Ungheria cristiana medievale, nonché un importante veicolo di cultura secolare) numerose espressioni relative alla religione e alla organizzazione religiosa, alla legge, ai nomi delle piante e degli animali e molte moderne espressioni scientifiche e culturali” (Palagiano 2006: 133).↩︎
  2. Il latino è la lingua ufficiale del Vaticano. Nonostante l’abolizione dell’obbligo che il messale avvenga in latino, introdotta da Paolo VI nel 1967 (dopo il Concilio Vaticano II che ha segnato la svolta della modernizzazione della Chiesa Cattolica) il latino è ancora oggi la lingua universale della liturgia e in latino sono i principali documenti ufficiali della Curia e dei messali negli incontri internazionali. Il latino è anche una delle opzioni linguistiche sul menu dello sportello bancomat della Banca Vaticana. Inserita la carta, dopo la schermata di benvenuto in latino con la scritta Inserito scidulam quaeso ut faciundam cognoscas rationem, si può scegliere tra deductio ex pecunia (prelievo), rationum aexequatio (saldo), negotium argentarium (lista movimenti) cui segue infine retrahe scidulam depositam (ritiro della carta).↩︎
  3. La seconda lingua più parlata al mondo come lingua materna dopo il cinese mandarino è lo spagnolo con 500 milioni di parlanti, “se vi aggiungiamo il portoghese (230 milioni), il francese (100), l’italiano (65) e il romeno (35), si arriva a 930 milioni di parlanti varietà linguistiche derivate dal latino, senza contare le lingue neolatine minori come il ladino” (Settis 2016).↩︎
  4. Nel ’900 il latino registrò un lento declino che sfociò nel Sessantotto francese, quando esso venne percepito come un ostacolo alla democratizzazione della scuola e della società. Come ai tempi dell’illuminismo settecentesco, le correnti ideologiche più radicali del marxismo e del liberalismo hanno teorizzato il primato dei valori dell’economia sui valori della persona, incarnati dall’umanesimo latino, vedendo quindi nel latino un nemico da abbattere. “Il declino del latino nel Regno Unito nella seconda metà del Novecento, attribuibile soprattutto a ragioni pragmatiche e agli effetti della drastica politica di risparmio del governo Thatcher, causò l’abolizione dell’obbligo della sua conoscenza per l’accesso alle più prestigiose università (a Cambridge nel 1960, a Oxford nello stesso anno e nel 1978 per le altre facoltà). Oggi, il peso del latino nel sistema educativo inglese si è ridotto in una misura mai verificatasi nel passato all’università” (Oniga 2005: 75).↩︎
  5. “In Inghilterra il nuovo modello di scuola umanistica fu precisamente quello fondato nel 1509 presso la cattedrale di Saint-Paul dal sacerdote John Colet, il famoso professore di Oxford, amico e corrispondente di Erasmo. La peculiarità di questa scuola, destinata a segnare per sempre il classicismo inglese, era l’orientamento formale: la lettura dei testi classici era cioè preceduta da un solido insegnamento linguistico-grammaticale” (Oniga 2005: 70).↩︎
  6. Nel secolo XVIII, che vide la prima rivoluzione industriale in Inghilterra e il rapido declino del latino come lingua della cultura e della scienza, gli apporti di termini latini nell’inglese risultano assai modesti (automatic, edit, execute, exponent, graphic, operation, force unit e vector). Una forte ripresa si ha nel XIX secolo, con l’impetuosa avanzata del progresso tecnologico (code, decode, duplex, format, menu, motor, normal, phase, program, serial, terminal, transfer).↩︎
  7. Oniga, reagendo alla tendenza a considerare come dato più significativo degli ultimi cinque secoli in Europa l’arretramento progressivo del latino, in conseguenza dello sviluppo degli stati nazionali, afferma: “Al contrario, lo studio recente di Françoise Waquet (1998/2004), dedicato alla storia del latino nell’età moderna, adottando precisamente la prospettiva storiografica della lunga durata (nella gloriosa tradizione che va da Fernand Braudel a Jacques Le Goff), ha messo in luce un’altra realtà: se l’oggetto di studio è l’universo intellettuale, e non quello politico, in questi cinque secoli il dato di gran lunga più significativo è proprio il perdurare in Europa di una dimensione fortemente unitaria, grazie appunto alla funzione universalizzante, svolta nel tempo dal latino” (Oniga 2005: 70).↩︎
  8. Tra i vocaboli inglesi più diffusi di derivazione latina Beccaria segnala in particolare: street da ‘strata’, wall da ‘vallum’, cheese da ‘caseus’, wine da ‘vinum’, kitchen da ‘coquina’, dish da ‘discus’, mentre cook (ted. Koch) e to cook (ted. kochen) sono prestiti dal lat. volg. ‘cocus’, lat. ‘coquus’, ‘coquere’. Tra i toponimi di largo uso ricordiamo ibridi germano-latinismi: l’aeroporto di Gatwick, composto di gat (da goat ‘capra’) e wick, da ‘vicus’ ‘villaggio’ o ‘fattoria’ (Cowick, Chiswick, Honeywick); infine, il suffisso toponimico chester (la città di Leicester) dal latino ‘castrum’. (Beccaria 2008: 183)↩︎
  9. Nell’italiano, delle circa 35.000 parole di etimo latino (GRADIT) quelle ereditarie sono appena 4574 (pari al 14% del totale), quelle attinte dal latino in epoche diverse oltre 30.000, pari all’86% (De Mauro: 2005). “Questa consistenza numerica dei latinismi (e non delle parole ereditarie) contribuisce notevolmente a fare dell’italiano, anche nella percezione dei parlanti stranieri, la più vicina al latino delle lingue neolatine, a conferma dello speciale statuto che riveste il latino per l’italiano, rispetto alle altre lingue europee, influenzate in varia misura dal latino” (Tesi 2010).↩︎
  10. Un fenomeno significativo, legato ai prestiti, è l’allotropia, basata su doppioni lessicali (in inglese doublets) cioè “stati o esiti fonetici diversi di una medesima base etimologica. Così dal lat. ‘solĭdu(m)’ abbiamo l’italiano soldo e il latinismo solido; dal lat. ‘mědiu(m)’ l’italiano mezzo e i latinismi medio e medium; e così via”. (Tesi 2010). Nel caso dell’inglese, doublets sono le parole double, doublet e doublette che risalgono tutte al latino duplus ma sono entrate nella lingua per vie diverse e in tempi diversi (double dal francese antico nel XIII secolo, doublet dal francese antico ma nel secolo successivo e doublette molto più recentemente, ancora dal francese ma passando attraverso il tedesco).↩︎
  11. La parola macedonia inglesorum (inglese + latinorum) coniata dal giornalista Stella (2004) indica “la lingua inglese usata con ostentazione, per enfatizzare e rendere volutamente incomprensibili concetti o fenomeni ai quali ci si potrebbe riferire in modo più sobrio e schietto” (Treccani 2008). Il vocabolo è modellato a scopo scherzoso sulla base della desinenza -òrum del genitivo latino plurale nel vocabolo latinorum che riecheggia la celebre frase pronunciata da Renzo nei Promessi Sposi, per indicare un discorso intenzionalmente oscuro e sibillino.↩︎
  12. Il vocabolo plus (in luogo dell’equivalente italiano più) si presenta sia in forma staccata con il significato di vantaggio (‘un plus di sicurezza’) o come aggettivo, generando i composti pluslavoro, plusvalenza e plusvalore. Lo si trova nella locuzione latina non plus ultra (‘non più oltre’) e come elemento finale della locuzione francese rien ne va plus (‘niente va più’), formula usata dal croupier nel gioco della roulette.↩︎
  13. L’inglese ha accorpato molte voci latine anche nella loro forma originaria (bonus, stadium, focus, campus) modificandole però semanticamente. Il vocabolo campus (dal lat. campus ‘campo’), adoperato in italiano al maschile, viene usato con il significato di “impianto plurifunzionale e, più spesso, per influsso dell’inglese, nell’accezione di “area o città universitaria”; il sostantivo maschile bonus (forma sost. dell’agg.lat. bonus-a-um ‘buono’) ha assunto il significato moderno di ‘abbuono’, ‘riduzione’, ‘sconto’ oppure “di compenso aggiuntivo che un’azienda elargisce ai dipendenti”. Il francese ha assimilato il latinismo deficit ‘manca’ (pres.indic. del verbo lat. deficere) diffuso nel linguaggio economico-aziendale con il significato di ‘passivo’ ma esteso pure ad altri ambiti d’uso, con il significato di ‘mancanza o carenza’. Il tedesco ha accolto il vocabolo album (dalla locuzione latina album amicorum, dove album è l’agg. neutro sostantivato da cui ‘albo’) usato nel sec. 18° in Germania per indicare un libro rilegato in cui si raccoglievano autografi di conoscenti (http://www.treccani.it/vocabolario).↩︎
  14. Vanno ricordati anche i moderni derivati anglo latinismi audit, audience (“indice di ascolto televisivo”) e il derivato auditel (“sistema di rilevazione dell’indice di ascolto”). Un significato diverso presenta il derivato italiano audizione come prova di ascolto di una trasmissione o provino di un cantante o attore.

©2020 PPKE BTK


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