Lavorare stanca: a volte, troppo

Burnout: disagio della modernità o condizione umana?

da un articolo di Jill Lepore
The New Yorker, 17 maggio 2021

Illustrazione: Tamara Shopsin

Almeno per quanto riguarda il termine, nasce nel 1973, ma si diffonde negli anni ’80. Nel 1990, quando Robert Fagles dell’Università di Princeton pubblicò una nuova traduzione in inglese dell’Iliade, fece dire ad Achille, durante un’accesa discussione con Agamennone, che non voleva che la gente lo ritenesse “a worthless, burnt-out coward”. Questa espressione, ovviamente, non si trovava nel greco originale di Omero. Tuttavia, l’idea che chi combatteva nella guerra di Troia, nel XII o XIII secolo a.C., soffrisse di burnout è una buona indicazione sull’universalità del disturbo: quelli che ne parlano, o ne scrivono, tendono a sostenere che esiste ovunque ed è sempre esistito, anche se è in continuo peggioramento.

Una storia del burnout, pubblicata da uno psicoterapeuta svizzero, inizia col solito allarme sulla crescente gravità e la preoccupazione diffusa. Poi insiste affermando di averne trovato tracce nell’Antico Testamento. Mosè ne soffriva (Numeri, 11:14:”Io non posso, da solo, portare tutto questo popolo; è un peso troppo grave per me.”). Ne soffriva Elia (1, Re, 19:4: “Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri.”).

Quando si soffre di burnout, ci si sente esauriti come una pila che non si può ricaricare. La sindrome provoca spossatezza, cinismo e perdita di efficacia. In tutto il mondo, tre persone su cinque dichiarano di soffrirne. Uno studio statunitense del 2020 parla addirittura di tre su quattro. Nel suo Nel suo libro “Can’t Even: How Millennials Became the Burnout Generation,” la ex reporter di BuzzFeed News Anne Helen Petersen afferma che il disturbo riguarda un’intera generazione. La Terra stessa ne è colpita. Arianna Juffington ha recentemente dichiarato che il burnout delle persone sta continuando a consumare il pianeta.

Si parla moltissimo di questo tema sui mezzi di comunicazione tradizionali, su Internet e nelle maggiori testate giornalistiche, tra le quali Forbes, The GuardianNature e New Scientist.
Il New York Times ha chiesto l’opinione dei lettori…

A tutti può capitare di sedersi all’ombra di un ginepro, in lacrime, e sussurrare “Ora basta!”.


Stress da lavoro, il burnout riconosciuto dall’Oms come una sindromeStress da lavoro, il burnout riconosciuto dall’Oms come una sindrome (Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2019)

Lo stress da lavoro o da non lavoro è una sindrome e non una condizione medica. Lo ha specificato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) dopo aver inserito il burnout nell’elenco delle malattie per la prima volta.
«Il burnout – si legge sul sito dell’agenzia speciale dell’Onu per la salute – è incluso nell’11esima revisione dell’International Classification of Diseases (ICD-11) come un fenomeno occupazionale (stress da lavoro). Non è classificata come una condizione medica».
Viene rettificata dunque una prima informazione al riguardo, che parlava di “malattia”. Oms ha anche fornito direttive ai medici per diagnosticare tale condizione. Si può essere affetti da burnout (letteralmente «esaurimento», «crollo») di fronte a sintomi come mancanza di energia o spossamento, aumento dell’isolamento dal lavoro o sensazioni di negatività e cinismo legati al lavoro, diminuzione dell’efficacia professionale.
L’Oms ha anche specificato che prima di diagnosticare qualcuno di burnout occorre anche escludere altri disturbi che presentano sintomi simili come il disturbo dell’adattamento, l’ansia o la depressione. Inoltre il burnout è una condizione che si riferisce solo ad un contesto lavorativo e non può essere estesa anche ad altre aree della vita.


3 risposte a "Lavorare stanca: a volte, troppo"

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  1. A volte penso di soffrirne anch’io, ma dato che da anni sono soggetto a stati d’ansia che mi generano i problemi più svariati, tendo a pensare che il mio “burn-out” non sia null’altro che un’altra forma con cui il mio “IT” si manifesta.

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