Sulla Giornata della Grammatica

Più americana che britannica, fu inaugurata nel 2008 da Martha Brockenbrough della Society for the Promotion of Good Grammar.

da (e solo “da”), un articolo
di Jeremy Butterfield
The Guardian, 4 marzo 2016

Foto: Lucien Aigner/Corbis

Allora, cosa dovremmo festeggiare? Prima di andare in giro travestiti da nome proprio, vediamo di cosa si tratta.

I sostenitori di questa ricorrenza pensano che la grammatica stia andando in malora.
I linguisti, la pensano diversamente.
Tra i due “schieramenti” ci sono molte incomprensioni e ostilità, per lo più dovute a diverse interpretazioni del termine.

I linguisti la definiscono “il complesso del sistema e della struttura di una lingua o delle lingue in generale, che solitamente consistono in sintassi e morfologia”.
Tutti gli altri la interpretano come “un insieme di nozioni prescrittive sull’uso della lingua inglese”.
In questo senso, diventa una specie di bidone della spazzatura in cui le persone gettano ogni uso della lingua rispetto al quale sono contrari.

Nel suo senso più tecnico la grammatica include soprattutto le regole sulla combinazione delle parole per formare le frasi, flessioni e desinenze, locuzioni avverbiali e cose del genere.
Gli autori delle vere grammatiche non classificano semplici sviste ortografiche come errori. Infatti, la definizione linguistica e tecnica della grammatica esclude qualsiasi cosa che provochi un rialzo della pressione sanguigna.

Cosa c’è da sapere sulla grammatica

Essere contrari ai sostantivi “verbali” non ha nulla a che vedere con la grammatica. Per essere gentili, si tratta di una scelta stilistica. Per essere severi, è un pregiudizio paranoico.

L’errore di ortografia non è grammatica, è mediocrità. Ma chi è che non ne ha mai fatto uno?

Certi modi di dire non sono sbagliati dal punto di vista grammaticale: sono “non standard”, il che non è la stessa cosa.

Le parole o le espressioni nuove non sono né buone né cattive. Amate o detestate, non hanno a che vedere con la grammatica, così come le parole che stanno cambiando significato.

Il fastidio che si può provare per certe pronunce, può essere sgradevole. Ma finisce lì.

La disapprovazione di certi aspetti della “grammatica” si è sviluppata nel corso dei secoli per molte ragioni, soprattutto per sottolineare differenze di status.
Una citazione del 1892 sulla scomparse della acca è un esempio di queste demarcazioni: …

“Un giovane molto fine, ma decisamente un signor nessuno, tant’è che trascurava le acca e così via…” (Rolf Boldrewood, Nevermore, 1892.)

Tuttavia, come dice Terry Eagleto: “L’abbandono dell’acca può essere una deviazione a Knightsbridge, mentre è normale in certe parti del Lancashire.” (How to Read a Poem, 2007.)

Il tono derisoriamente prescrittivista appare nel titolo del libro “Ti giudico quando non sai usare la grammatica” (I Judge You When You Use Poor Grammar), che deriva dal nome di un gruppo Facebook. La maggior parte degli errori stigmatizzati dai suoi membri sull’ortografia riguardano problemi ortografici o le scelte delle parole.

[…]

Nel 1862, quando dominava la grammatica prescrittiva, Thoreau scrisse:
“Quando lessi alcune delle regole per parlare e scrivere correttamente in inglese… penso – ogni matto può inventare una regola… e tutti i matti ci faranno caso”.

Amen! Interpretando la “grammatica” come il sistema della nostra lingua nel suo complesso, celebriamo l’ingenuità dei cervelli umani e animali che l’hanno elaborate, e i tantissimi modi in cui ci arricchisce. Ma festeggiamo anche il fatto che ognuno conosce la grammatica della propria lingua, anche se non riesce a tradurne le sue regole autentiche.

Jeremy Butterfield è autore – tra l’altro – di “Dump Squid – The English Language Laid Bare” (2010), in cui esplora la lingua inglese usando esempi divertenti tratti dall’Oxford English Corpus, la banca-dati più completa con oltre 2 miliardi di parole, di “Oxford A-Z of English Usage” (2013, seconda edizione) e del Fowler’s Dictionary of Modern English Usage (2015, quarta edizione).

7 risposte a "Sulla Giornata della Grammatica"

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  1. Non esagerare. Credo che tu scriva di getto e forse non ti rileggi, eppure nei tuoi post non dà fastidio. I contenuti e il divertimento/l’attenzione che suscitano fanno passare il resto in secondo piano. I messaggi comunque sono sempre chiari.

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  2. Hai ragione, ma secondo me – e sono convinta, per esperienza personale, che il linguaggio serva proprio per pensare, quindi sono ancora più estremista – i meccanismi dei vari social & Co. non hanno tutta la responsabilità. È un discorso lungo e complicato, analizzato e approfondito da prestigiosi linguisti del passato e del presente. Nel mio (molto) piccolo, avendo studiato materie linguistiche ho scoperto… un mondo. Posso dirti solo una cosa, che può sembrare una stupidaggine ma è una vera e propria “legge” (in economia, scienze sociali e comportamentali e, appunto, il linguaggio), la cosiddetta del “minimo sforzo, massimo risultato” (più o meno). Quindi la lingua cambia, perché – mi pare di avertelo già scritto – “è viva e vive nei parlanti”. Non mi piacciono le posizioni troppo puriste e radicali, ma ognuno può fare le sue scelte. Io tollero (non sempre), ma resisto! 🙂

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  3. La società si sta sgrammaticando.
    Il parlare comune si sta sgrammaticando.
    Anche il nostro modo di pensare, perché la meccanica di Twitter, WhatsAPp & Co. tende ad una semplificazione del linguaggio, alla perdita delle sfumature ed all’oblio delle regole grammaticali.

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  4. Io ho sempre pensato che per infrangere le regole (nello scrivere o nella fotografia, per fare due esempi con cui ho a che fare talvolta) devi prima sapere anche solo vagamente l’esistenza delle stesse, mentre se sbagli senza criterio, perché non sai, è solo pigrizia mentale… e quindi banale errore.

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