Paul Celan, la Quabbalah e la traduzione

La Bibbia non è tanto il libro che celebra il Nome, ma un manuale che fa accedere ai nomi.

Pangea, 5 gennaio 2011

Dio assegna i nomi e li ingoia. Sbagliare i nomi – come ripetere a contrario una formula magica – significa corrompere il creato; ignorare i nomi è vivere come spettri, senza palpebra.

Il grande cabbalista Abraham Abulafia (1240-1291) ha sperimentato una mistica della combinazione delle lettere e delle parole ebraiche, capaci di schiudere mondi altrimenti inaccessibili alla mente comune. “Abulafia ha decisamente preso la strada dell’interiorità, e l’ha percorsa fino in fondo, come ben pochi dopo di lui nel mondo ebraico. Ma questa strada si trova al limite tra mistica e magia”, scrive Gershom Scholem nel suo studio sulle Grandi correnti della mistica ebraica.

Paul Celan percorre, in qualche modo, l’arte di Abulafia, esasperandone i conflitti. Tutta la sua opera in versi, infatti, procede per sottrazioni e ecolalie; anche i maestri che sceglie di tradurre – Cioran, Ungaretti, Mandel’stam, ad esempio – sono minatori del bianco, artefici di scavi e di escoriazioni.
“Il mondo, giunto a noi/ nell’ora vuota”, come scrive il poeta, e va inscritto nel silenzio: i versi sono cavi, calchi, residui di una pietra nell’acqua.
Anche volando tra i titoli che Celan assegna ai suoi versi, premendo l’orecchio su quelle parole cardinali – sabbia, soglia, grata, respiro, filamenti, luce coatta, neve – si ode il tintinnio di un vocabolo d’altro mondo. Un allarme, esatto al fraintendere. D’altronde, Celan amava i Salmi, che raffinano il pianto in versi, formulano il grido in un canto di cui non si è lettori ma seguaci, al crisma del ritmo. 


Su Paul Celan traduttore, Federico Dal Bo ha scritto uno studio affascinante e molto informato, Qabbalah e traduzione (Orthotes, 2019). 
L’ho interrogato. Avevo letto da poco quella poesia, “Tenendo nel pugno la frase al silicio”, in cui ogni parola, detta, contraddetta, contraffatta, si riduce infine in “quell’unico alito”. Facile fare di Celan un profeta, la sua poesia si presta a vagabondaggi ermeneutici; piuttosto, disciplina a inghiottire e a radicare in verbo il sospiro.

(d.b.)

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