“L’improvvisazione è un mistero, come le piramidi.”

Stéphane Grappelli è unanimemente considerato come il più grande violinista jazz. Uno dei pochi musicisti franco-europei che rientrano di diritto nel nel gruppo di testa delle grandi vedettes americane.

di Frank Ténot (*)
elaborazione del testo introduttivo a
“i grandi del JAZZ”, Fabbri Editori, 1980

Suo padre, professore di filosofia, lo portava tutte le domeniche ai concerti Colonne e gli fece studiare al Conservatorio della città solfeggio, piano, violino, armonia e persino danza con Isadora Duncan. Nel 1920, dopo avergli regalato un violino, i genitori si ritirarono in provincia e Grappelli, adolescente, cercò lavoro per guadagnarsi da vivere. Primo premio di solfeggio del Conservatorio di Parigi, sbarca il lunario accompagnando nei cinema i film muti.

“Suonavo il ragtime, ma anche Mozart, che è un’ottima scuola per il ‘tempo’”.

I primi dischi arrivati sul Vecchio Continente appassionavano artisti e intellettuali: poeti surrealisti, dadaisti e altri “anarchici” che, volendo distruggere un passato che consideravano borghese e volgare, avevano scelto come alleati i pionieri dello hot jazz. La musica tradizionale va in pezzi sotto gli assalti della Tromba di Armstrong.

Il trombettista Philippe Brun (Parigi 1908 – 1994) fece assumere Grappelli da Gregor, che dirigeva un’orchestra brillante in cui egli suonò il piano, poi il violino. “Sulla scena facevamo soprattutto i pagliacci per far divertire il pubblico, ma ogni tanto improvvisavamo un pezzo hot”.
Nel 1932, Stéphane Grappelli fu assunto alla Croix du Sud, famoso cabaret di Montparnasse, dove incontrò Django Reinhardt. Come ha scritto Charles Delaunay,

“Quando unisce il suo destino a Django Reinhardt, Stéphane è anche lui un essere sradicato, che conduce un’esistenza quasi nomade, e questo è forse il solo punto in comune tra i due musicisti. Per il resto, le loro nature presentano una tale divergenza di caratteri che solo un’eccezionale comunione musicale potrà mantenere per anni questa straordinaria collaborazione”.

Ebbero infatti, improvvisando al Claridge, ritrovo dell’alta società degli Champs Elysées, l’idea di un’orchestra interamente composta di strumenti a corde. Con loro c’era Joseph, il fratello di Django, e Luis Viola, contrabbassista e anche suonatore di fisarmonica. In seguito, si aggiunse un altro chitarrista. Questa piccola orchestra nacque nel 1934, “senza tamburi né trombe”, secondo la formula di Stéphane, e divenne famosissima in Europa come Quintet du Hot Club de France.

Nel 1938 i musicisti del quintetto trascorsero nove mesi in Gran Bretagna, dove ritornarono nel 1939. In settembre scoppiò la guerra e Django tornò immediatamente in Francia, mentre Stéphane rimase, si unì al musicista Arthur Young per suonare allo Hatchett’s e fu uno degli animatori dei locali notturni londinesi.
Nel 1946, dopo la fine della guerra, Django raggiunse Grappellì e il quintetto venne ricostituito. Un concerto dato a Parigi il 18 novembre 1947 consacra la riunificazione dei due amici, che partecipano al festival di Nizza nel 1848, in cui si esibisce anche Louis Armstrong.
Seguì poco tempo dopo una tournée in Italia, ma la separazione divenne inevitabile. Infatti, mentre nel quintetto di prima della guerra Django e Stéphane erano praticamente in una posizione di parità, durante l’occupazione Django era diventato in Francia una grandissima vedette ed era difficile per Stéphane accettare un ruolo di secondo piano.
Tuttavia, nel 1953 Norman Granz era riuscito a ingaggiarli insieme per partecipare a una tournée nel quadro del Jazz at the Philarmonic. Ma il destino volle diversamente: Django morì a 43 anni per emorragia cerebrale.

Stéphane apprese la notizia a Firenze durante le cerimonie di un Maggio Musicale e ne rimase profondamente colpito. Lui, che da cinque anni soffriva per la fine della collaborazione col suo vecchio amico, si trovò tutto in volta solo e libero. Fu l’inizio di una nuova carriera che, in pochi anni, lo portò in primissimo piano sulla scena del jazz e in ogni caso al primo posto tra i violinisti. Diventa “il” violinista jazz, quello il cui talento è citato come modello sommo.

Alle origini, il jazz era sotto l’influenza degli stili di New Orleans; poi ci furono l’era dello Swing, il “middle jazz”, i grandi improvvisatori, le grandi orchestre, il be bop, il funky, il rock e il free. E le numerosissime incisioni che Stéphane ha realizzato insieme a partner molto differenti come età e stile provano che egli ha saputo appropriarsi di tutte le formule, dal dixieland alla disco-music.
Questa fantastica capacità di integrarsi in contesti molto differenti non toglie nulla alla sua personalità originale. Grappelli è sempre se stesso, riconoscibile tra mille e non si abbassa mai a copiare o ad assecondare i suoi partner.
Quello che lo appassiona è l’arte dell’improvvisazione, la creazione di una melodia nuova:

“L’improvvisazione è un mistero, come le piramidi. Si possono scrivere molti libri su questo argomento, ma nessuno sa che cosa accade realmente… Io improvviso sugli accordi dei miei accompagnatori. Quando gli accordi sono fecondi, mi sento perfettamente a mio agio”.

Il musicista che lo colpì maggiormente fu il pianista Art Tatum. Stéphane fu conquistato dalla ricchezza dei suoi assolo, dal suo senso dell’armonia, dai suoi arabeschi inesauribili, dalla facilità con la quale allineava le note a partire da qualunque tema e inventava continuamente opere originali. Più tardi si entusiasmò per un pianista di un’altra generazione, Oscar Peterson. L’ammirazione che ebbe per questi due musicisti spiega perché ama adoperare la tastiera, pur non possedendone la tecnica sufficiente.
In effetti, se c’è un musicista che possiede alla perfezione il violino, questo è proprio Stéphane. Egli dà molta importanza anche alla qualità dello strumento. Gli piacciono gli strumenti antichi e predilige soprattutto un violino che gli ha regalato Michael Warlop (1911 – 1947), violinista classico e jazz.

È indubbiamente la conoscenza delle opere dei grandi maestri neri degli anni Trenta, soprattutto Louis Armstrong, Benny Carter, Coleman Hawkins, Johnny Hodges e Sidney Bechet, a convincere Stépane che bisognava assolutamente che la tecnica fosse messa al servizio delle idee.
All’epoca in cui ascolta i loro dischi, assiste ai loro concerti e anche suona con alcuni di loro, questi eroi del jazz sono all’apice delle loro possibilità. Essi tracciano una via maestra, in cui l’improvvisazione ha un posto essenziale. Creano una musica spontanea, calda, lirica e appassionata, che esalta le sonorità, abbellisce il materiale tematico, esprime con commozione tutte le passioni umane: la gioia, la malinconia, la tristezza, pur senza trascurare l’umorismo. Lo stile di Grappelli si iscrive in questa linea con, in più, una finezza latina, un tocco europeo che è il segno della sua originalità.

All’inizio degli anni Cinquanta, stranamente, la stella di Grappelli si appanna. Accade più raramente che venga invitato a incidere e quasi solo per registrare musica da ballo o di intrattenimento. Ma a partire dal 1960 la sua attività di registrazione ritorna a essere abbondantissima e il suo stile è chiamato a confrontarsi con partner validissimi.

Durante la su carriera, Grappelli ha sempre prediletto la forma del quintetto o del quartetto, quella che gli permette di esprimere le sue idee in tutta libertà, di improvvisare senza costrizioni: è sempre in forma, sempre all’altezza, sempre a un livello altissimo e talvolta geniale. L’uomo è simile alla sua musica: distinto, amabile, cortese, arguto. Grappelli è però rimasto modesto e equilibrato.


Tra le sue numerosissime collaborazioni (Duke Ellington, Oscar Peterson, Earl Hines, Joe Venuti, Barney Kessel, Gary Burton, Michel Petrucciani e David Grisman), la più sorprendente è forse quella con i Pink Floyd: nel 2011, la riedizione dell’album Wish You Were Here (Immersion Box Set) contiene una versione inedita del brano omonimo, con il violino di Grappelli protagonista in larga parte del brano.



(*) Frank Ténot (1925 – 2004) è stato un press agent, patafisico e critico jazz. È ricordato per l’importante trasmissione radio e rivista Salut les copains.
Opere:
Dictionnaire du jazz, 1967;
Radio privées, radio pirati, 1977;
Jazz encyclopoche, 1977; Le Jazz ,198;
Boris Vian Jazz à Saint-Germain, 1993;
Je voulais en savoir davantage,1997;
Francamente: Chroniques de Jazz, de 1944 à 2004.

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