Unorthodox: una storia, un linguaggio e l’identità di Netflix

Una miniserie Netflix che mostra usanze, rituali e passaggi obbligati all’interno di una comunità di ebrei ultra-ortodossi a New York.

da un articolo di Alessio Altieri
Esquire, 18 aprile 2020

Immagine: Netflix

La storia è ispirata a quella vera di Deborah Feldman, da lei stessa raccontata nel bestseller autobiografico Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots.

Feldman è cresciuta proprio a Williamsburg, tirata su dai nonni, perché la madre aveva abbandonato la comunità hasidica, e il padre non era mentalmente in grado di crescere una figlia.
A diciassette anni le venne imposto il matrimonio, e a diciannove divenne madre.
Feldman lasciò il marito, prese suo figlio con sé e iniziò il suo percorso di inserimento in quello che per tutta la vita aveva considerato il mondo esterno, non senza problemi, ma con voglia di raccontare quanto aveva vissuto, prima attraverso un blog, e poi nel già citato libro.

In quattro puntate, la miniserie mostra con cura documentaristica usanze, rituali e passaggi obbligati all’interno di questa comunità, con la prospettiva di Esty, una giovane donna che sta raggiungendo l’età da matrimonio.
La protagonista Esther Shapiro inventa completamente la vita fuori dalla comunità dopo l’evasione, ma riprende pedissequamente l’esperienza di Feldman per quanto riguarda la vita pre-fuga: Etsy ha lo stesso contesto familiare di Deborah, la stessa attitudine a sentirsi diversa, a “farsi delle domande”, a sentirsi imprigionata.
La serie parte proprio con la fuga di Etsy a Berlino (dove anche Feldman ora vive) ed è tutta un palleggio tra presente berlinese e passato hasidico, una continua giustapposizione di situazioni, quelle di estrema costrizione di Williamsburg, e i primi assaggi di dolorosa e agognata libertà in Germania.

Netflix ha rilasciato anche un interessante making of di venti minuti, Unorthodox: dietro le quinte, in cui emergono diversi particolari significativi.
Per esempio, quanto sia culturalmente rilevante fare una serie Netflix in yiddish, quanto rappresentare un mondo che ci tiene a essere così impenetrabile come quello hasidico, possa concretamente contribuire nella creazione di un immaginario e quindi di una coscienza, di uno spirito critico.

Dal dietro le quinte si capisce anche che sebbene la serie sia ambientata ai giorni nostri, il contesto hasidico è così distante e complesso, così zeppo di norme e codici, che per girare la serie è stato prodotto uno sforzo pari a quello che sarebbe servito per un film d’epoca, con ricostruzioni, ricerca difficoltosa di vestiti (gli hasidici, per distinguersi, si vestono come gli antenati, e alcuni indumenti si trovano solo all’interno della loro comunità), una cura del linguaggio (*) che ha necessitato di un consulente.

Unorthodox è soprattutto una serie che nella più mainstream delle piattaforme streaming documenta qualcosa di incredibile che avviene ogni giorno. E, va da sé, non c’è niente di nuovo nel sapere che nel mondo succedano delle cose assurde, che i soprusi siano la regola, che l’azzeramento dei diritti che consideriamo minimi possa rappresentare un canone.
Quello che questa volta ci fa più effetto è che succeda al centro del mondo, a New York, che a Brooklyn esistano delle scuole dove, nei libri di testo per i bambini, i volti delle donne sono oscurati.

E allora Unorthodox ci fa anche chiedere quale sia l’identità di Netflix, se quella dall’anima teen di YouTredici o La casa di carta, o quella profondissima di Better Call Saul o Bojack Horseman, o tutto il mare magnum che questi due estremi contengono. Con questa serie ci ha dato un altro tassello di un’America lontana, altrettanto circoscritto, ma rivelatorio.

Immagine: Netflix.

Unorthodox potrebbe essere la serie del lancio definitivo di Shira Haas, la venticinquenne attrice israeliana, che possiede un’intensità rara e in patria, tra riconoscimenti e candidature, è già una star.
Qui però si mostra a un pubblico molto più ampio nel ruolo di assoluta protagonista (è possibile vederla, sempre su Netflix, nella serie israeliana Shtisel).

(*) Unorthodox. Traduzione, adattamento, cultura

4 novembre 2020: evento a cura di AIDAC, in collaborazione con FeST – Festival delle serie tvUn e con il Laboratorio Formentini per l’editoria, per approfondire le tematiche della serie, a partire dal suo linguaggio.

[…] Particolarità della serie è la presenza di più lingue – inglese, yiddish, tedesco – che condiziona la realizzazione della versione italiana doppiata: un difficile adattamento dei dialoghi italiani, dai problemi di traduzione alla sua capacità di farsi veicolo di una cultura finora poco rappresentata in tv.

Partecipanti:
Toni Biocca (dialoghista – Vicepresidente di AIDAC – Associazione Italiana Dialoghisti e Adattatori Cinetelevisivi)
Miriam Camerini (regista teatrale, attrice, cantante e studiosa di ebraismo), Maurizio Fiorentini (dialoghista – attore doppiatore, dialoghista di Unorthodox)
Marina Pierri (Direttrice artistica di FeST – Festival delle serie tv).

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