Come ci vedono gli artisti orientali

Si parla spesso di orientalismo nell’arte occidentale, ma esiste anche un occidentalismo nell’arte orientale: ecco come gli artisti cinesi e giapponesi vedono noi e la nostra storia dell’arte.

da un articolo di Vittoria Coen
Finestre sull’Arte, 22 dicembre 2020

Immagine: Shi Xinning (*), Duchamp Retrospective Exhibition in China, 2000-2001.

I grandi viaggi degli esploratori occidentali e le conseguenti colonizzazioni nelle aree geografiche più remote e sconosciute, hanno, in definitiva, aperto la strada a quello che chiamiamo ancora oggi orientalismo o esotismo.
Nato dai commerci e dagli scambi tra nazioni, legato soprattutto alle importazioni di stoffe preziose, manufatti, spezie, l’orientalismo rappresenta sia un anello importante nelle relazioni tra paesi dominanti e civiltà per molto tempo rimaste sconosciute, sia un’occasione di mescolanze e variazioni negli stili e nella cultura, soprattutto per quelle realtà altamente evolute come, ad esempio, Cina e Giappone.

[…] Nell’arte il fenomeno è ampiamente sviluppato e descritto, ad esempio, nel “rovinismo” (i ruderi italiani e quelli orientali delle prime scoperte archeologiche), la passione per il paesaggio con ponti e templi, o la visione dell’Oriente in una grande artista come Delacroix.

La moda e la musica non sono certo esenti da citazioni e suggestioni, dalla Marcia turca di Mozart, ai pantaloni “alla turca” di Paul Poiret, il geniale sarto francese.

Più complesso è, invece, parlare del suo opposto: L’Orientalismo, il saggio di Edward Said, scrittore americano di origine palestinese, cerca di approfondire il rapporto tra Europa e Oriente.
Non si può non citare, però, L’impero dei segni, un avvincente racconto di viaggio in Giappone, scritto da Roland Barthes, una immersione nella realtà di una nazione che oscilla tra antico e moderno, indissolubilmente legata alle proprie tradizioni.

Come, dunque, l’Oriente guarda all’Occidente?

Chen Zhen, Cristal Landscape of Inner Body, 2000.

L’occasione di una mostra dell’artista cinese Chen Zhen all’Hangar Bicocca di Milano può offrire lo spunto, l’occasione, per qualche riflessione.
La sua lunga esperienza di vita e lavoro a Parigi, per esempio, le frequentazioni a New York e a Londra, offrono il destro a quest’analisi. La relazione storica tra natura e cultura, mondo contemplativo e società dei consumi di massa, fanno parte della sensibilità di quest’artista che, tra i primi, ha dimostrato la convivenza tra i due mondi. Le sue installazioni esprimono un ricco ventaglio di spunti in una lunga sequenza di opere, per lo più installazioni.
Ready made di oggetti e di parti di oggetti in disuso, immersi nell’acqua, tra cui vecchi libri di saggi e romanzi, come relitti “dormienti” della civiltà, popolano il suo mondo. Tra vecchie calcolatrici e pallottolieri, polverose automobili, scrivanie rotte, sedie, sgabelli e bottiglie, appaiono come in un “day after” poetico e sospeso nel tempo e nello spazio, con evidenti reminiscenze duchampiane, in un’atmosfera che l’artista stesso definisce “trans intercontinentale”, tra passato e recenti esperienze, tra Oriente e Occidente.
[…] L’ architettura della poetica di Chen Zhen si ritrova nelle esperienze occidentali, europee e non, degli anni Sessanta e Settanta, nella rivoluzione culturale che attraversa l’Occidente e che si vivifica nei materiali di scarto e, in generale, poveri.

Molti anni prima, nel secondo dopoguerra, un gruppo di artisti giapponesi era stato individuato dal critico francese Michel Tapié. Era il Gruppo Gutai, che conduceva una ricerca a trecentosessanta gradi, tra performance, installazioni e pittura, una ricerca che coincideva, in molti casi, con quella degli artisti europei ed extraeuropei. Informale, o Espressionismo astratto, o Action Painting, una delle prime forme di globalizzazione culturale che fece incontrare positivamente l’Oriente con l’Occidente.

La prima “ondata” di un gruppo, non un movimento, di artisti cinesi, visti in una lontana edizione della Biennale di Venezia, curata da Harald Szeemann, li proponeva nelle sculture e nei dipinti di una generazione di giovani che sono stati oggetto di attenzione da parte di galleristi e Istituzioni varie.

[…] Shi Xinning (*) rappresenta una tipica scena agiografica di Mao insieme con il suo ristretto staff e con dietro il tempio impacchettato da Christo, Chiristo’s Temple of Heaven, o quella di Mao intento a osservare la celebre opera di Duchamp dell’orinatoio nel quadro Duchamp retrospective exhibition, per non parlare della spudorata citazione del quadro di Eric FischlBirthday Boy, del 1983in The decatence and Emptiness of Capitalism 2, di Wang Xingwei, o di altre citazioni della storia dell’arte, di Zhou Tiehai, nelle quali i protagonisti hanno la testa di un cammello. Ma perché una testa di cammello? La risposta dell’artista: i cinesi chiamano gli occidentali “nasi lunghi”, mentre noi occidentali parliamo di loro che hanno gli “occhi a mandorla”.

Insomma, una rivisitazione pop della storia dell’arte occidentale.

Ai Weiwei, Hanging Man (Duchamp), 1985.

Ben diverso è lo sguardo estetico di un artista come Ai Weiwei, artista, designer, architetto, attivista, che opera a New York per gran parte della sua carriera e che realizza tra le prime opere un profilo del volto di Duchamp ricavato da un attaccapanni, Profile of Marcel Duchamp, del 1985.

[…] L’artista iraniana Shirin Fakhim, nella serie Teheran Prostitutes, crea otto bambole a grandezza naturale, di cui una in “attesa del cliente”, con stivali sadomaso e il logo del coniglietto di Playboy sullo slip.

Più che di scultura si tratta dell’oggetto inteso come installazione, quella che, durante gli anni Sessanta, pose all’attenzione mondiale, la figura di un artista tra i più interessanti della storia recente: il coreano Nam June Paik che spazia tra pittura, collage, installazione, appunto, performance e molto altro. Celebri i suoi Buddha che guardano un televisore, con continui rapporti dialettici tra due culture, e con una forte inclinazione per l’utilizzo di quelle che erano, allora, le nuove tecnologie, per non parlare dei suoi omaggi al tedesco Joseph Beuys.

Nam June Paik, Omaggio a Joseph Beuys, 1989.

Non si può non dimenticare il viaggio epico in bicicletta che l’artista giapponese Hidetoshi Nagasawa compì e che lo portò a incontrare l’Occidente, Italia compresa, fedele a quel minimalismo e all’uso di materiali naturali tanto cari agli esponenti dell’Arte Povera.

Si possono confrontare un’artista come Cindy Sherman e le sue metamorfosi in personaggi della storia e della contemporaneità, secondo un trasformismo ideologico e controcorrente, con il travestitismo del giapponese Yasumasa Morimura, molto noto soprattutto durante gli anni ottanta/novanta, che interpreta, trasformando se stesso, figure simboli come Marilyn Monroe, Marcel Duchamp in abiti femminili, e cita opere d’arte del passato, per lo più autoritratti (pensiamo a quello di Van Gogh o di Frida Kahlo) secondo una logica di mimetismo impressionantemente fedele.

Hidetoshi Nagasawa, Sette anelli, 2015.

Questi alcuni esempi, tra i più evidenti, di quel nomadismo culturale che incontra, nelle arti visive, un intreccio interessante e straniante, e che pone al centro una sensibilità concettuale e, perché no, profondamente oscillante tra Pop e spiritualità.

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