Contro la pubblicità: il libro sulla rivista Adbusters

Disattivare il cortocircuito mediale: potrebbe essere sintetizzato così lo spirito di Adbusters, la rivista canadese che dalla fine degli anni Ottanta contesta e ridicolizza i meccanismi della pubblicità.

di Francesco Ciaponi 
Artribune, 24 dicembre 2020

Immagine: Adbuster #118, Manifesto for World Revolution, marzo/aprile 2015.

L’ultima fatica di “Bifo” – Adbusters: Ironia e distopia dell’attivismo visuale – nome con cui Franco Berardi era già attivo in quell’avanguardia controculturale che fu il Movimento del Settantasette a Bologna, è pubblicata a quattro mani con Lorenza Pignatti. Libro agile e denso che intende gettar luce sull’esperienza e gli obiettivi teorici dell’omonima rivista canadese con cui l’autore collabora da anni.


La storia di Adbusters – fondata nel 1989 da un immigrato lituano, Kalle Lasn, e da un fotografo, Bill Schmalz, a Vancouver, Canada – merita una specifica descrizione visto l’impatto che ha avuto su molte delle culture alternative che sono nate negli ultimi trent’anni. Innanzitutto il titolo, Adbusters, che deriva dalla fusione di due termini: ad (da advertising) e busting (da to bust, ovvero rovinare). Si capisce dunque quale sia l’obiettivo della rivista, porre cioè l’accento sul tema dell’ecologia della mente criticando radicalmente la pubblicità e il sistema socio-culturale che vi è alla base.
Come spesso accade, già approfondendo il significato del titolo di un magazine si possono evidenziare le principali caratteristiche di una rivista. Adbusters infatti, come abbiamo visto, rimanda a forme di contestazione comunicativa contemporanee e nello specifico a ciò che viene chiamato polbusting, ovvero la manomissione dal basso della politica attraverso un’attività che prima prevede di assorbire il messaggio, decodificarlo svelandone l’ideologia e smascherandone la totale falsità e strumentalità per poi riproporlo mostrandone da una parte la fallacia e dall’altra ridicolizzandolo con sapienza e corrosiva provocazione.
Come fanno notare gli autori:

“Il nodo centrale del progetto è la tutela dell’ecosistema, l’analisi della tossicità dell’ambiente mediatico e gli effetti psicopatogeni che ne derivano. La malattia sociale è prima di tutto una malattia mentale, e questa malattia non è naturale, ma è causata dal contesto sociale e mediatico in cui viviamo”.

Nata come newsletter, durante tutti gli Anni Novanta esce come trimestrale per poi diventare un bimestrale distribuito in tutto il mondo che vede una prima fase di grande notorietà alla fine del secolo scorso, in occasione della contestazione del vertice del World Trade Organization WTO svoltosi a Seattle nel 1999.
In quell’occasione, la rivista torna a rivestire il ruolo della più classica editoria underground degli Anni Sessanta, un megafono che supporta, organizza e diffonde le idee contrarie alla globalizzazione.

Altro momento di forte espansione del progetto è nel 2011, in occasione dell’occupazione degli spazi del giardino di Zuccotti Park vicino a Wall Street, evento passato alla storia con il nome – lanciato proprio da Adbusters – di Occupy Wall Street e che nella rivista viene rappresentato con una copertina-poster di Arturo Di Modica dal titolo Charging Bull, in cui una ballerina sovrasta il famoso toro simbolo della Borsa e quindi, per traslazione, del sistema capitalista.

In entrambi i fenomeni di contestazione – quello del 1999 e quello del 2011 – Adbusters gioca un ruolo centrale e Berardi ne sottolinea la capacità di esserne parte integrante.
Seguendo il filo conduttore che da Dada porta alla Situazionismo, Adbusters utilizza l’arma del détournement che si insinua nello spazio fra immagine e parola e individua nella pubblicità il nemico contro cui scagliarsi, accusandola di rappresentare, come scrive sempre Berardi, “il punto di convergenza del valore economico e del valore immaginario, massima concentrazione del valore semiotico e economico della merce”.

Adbuster #127, Cool Fascismo, settembre/ottobre 2016.

La redazione del magazine è un crogiolo fluido e intercambiabile di attivisti, artisti, sociologi e filosofi, fra cui ricordiamo Jonathan Barnbrook, Morris Berman, Brendan Connell, Simon Critchley, David Graeber, Douglas Rushkoff, Matt Taibbi, Slavoj Žižek e molti altri. Molti di loro si definiscono culture jammer o media activist, in base alle differenti forme di rappresentazione della ribellione al sistema capitalista che utilizzano.


Completato da due interviste al fondatore Kalle Lasn, il libro ha il merito di disvelare molte delle attività controculturali dell’attuale panorama comunicativo riuscendo a non strappare mai il filo conduttore che lega le esperienze del passato, da Dada all’underground degli Anni Sessanta, dal Settantasette italiano fino ai contemporanei fenomeni come i meme e, appunto, l’adbusting.
Sempre attraverso le parole degli autori, risulta quindi chiaro il perché Adbusters concentri tutte le sue energie propulsive e ribelli contro la pubblicità, che…

parla, certo, senza imperativi visibili. I suoi imperativi non lavorano sulle forme coscienti del pensiero, ma sull’immaginario e la percezione di sé. La pubblicità non ha mai smesso di essere propaganda, non ha mai smesso di essere un esercizio dispotico dell’ideologia, non ha mai smesso di essere lavaggio del cervello e asservimento della mente a un’idea”.

Gli adbusters, e ancora di più i polbusters, non provengono dalle gallerie o dagli atelier artistici. Nell’effervescenza spontanea delle loro relazioni, come sostiene Derrick De Kerckhove nel suo Transpolitica, “la comunicazione e il gesto estetico equivalgono alla fondazione inconscia di nuovi rapporti di potere e di sapere, al di qua e al di là della politica, nell’ambito di un carnevale perpetuo dove la festa e il gioco, dispersi in ogni trama dell’abitare, sono la vita quotidiana”.

In definitiva, e in coerenza con il proprio percorso filosofico e umano, Berardi ci dimostra come, anche nel 2020, anche nell’epoca digitale, sia possibile, attraverso le pagine cartacee di una rivista, disattivare il cortocircuito mediale e tentare di riappropriarsi della nostra libertà di pensiero.

I commenti sono chiusi.

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: