Rojava: un enigma geopolitico

Un “groviglio” non indifferente. Un enigma geopolitico sospeso tra mille buone ragioni e qualche “effetto collaterale” magari indesiderato.

elaborazione di un articolo di Gianni Sartori
Centro Studi Dialogo, 21 dicembre 2020

[…]
Per districarci, orientarci, capirne qualcosa… abbiamo scandagliato la mappa realizzata da Norma Santi e Salvo Vaccaro: “La sfida anarchica nel Rojava”, pubblicato da “La Biblioteca Franco Serantini”. Un documento sull’esperimento sociale – audace e avventuroso, ma non avventuristico – intrapreso dai curdi e dagli altri popoli presenti nella regione considerata (il Rojava ovviamente, ma si parla anche del Bakur e dei Monti Qandil).

[…] Perché mai eventi di tale portata (“…il popolo in armi, il ruolo di spicco delle donne, l’autogoverno…”) vengono a manifestarsi in coincidenza con tempi duri e condizioni difficili, se non addirittura disperate (“…durante una guerra, in una situazione estremamente critica per la sopravvivenza)?
Ma del resto lo stesso – più o meno – avvenne anche in Ucraina nel ’21 e in Catalunya nel ’36.
I precedenti sono – relativamente – noti: accordi segreti Sykes-Picot del 1916, Trattato di Sèvres del 1920, Trattato di Losanna del 1923, Trattato di Residenza Forzata imposto dalla Turchia nel 1930, le numerose – una trentina – rivolte tra il 1920 e il 1940, l’insurrezione di Dersim nel 1938, la repressione turca degli anni Ottanta e Novanta…

Arrivando ai nostri giorni, […], nel gennaio 2013 si presenta l’opportunità storica per i cantoni di Jazira, Efrin e Kobane di proclamare la loro autonomia. Tra le macerie della guerra civile, i curdi avevano cercato e individuato la “loro strada attraverso l’autogoverno”. Un esempio di possibile convivenza pacifica tra curdi, arabi, aramaici, armeni, turcomanni, ceceni

Immagine: Pandonian, via Wikipedia.


[…]
Particolarmente incisivo l’intervento della sociologa curda, ricercatrice al Dipartimento di Sociologia di Cambridge, Dilar Dirik, in quanto – se interpretato correttamente e compiutamente – incide, penetra e scava nelle coscienze estirpandovi processi mentali consolidati, introiettati (sia dalle possibili vittime che dai potenziali carnefici). Spiega, in sintesi, cosa sia la Jineologia,“scienza e paradigma delle donne”.
Constatato e verificato che “il sistema educativo, la meccanicizzazione dei nostri pensieri e del loro flusso, sono strutturati per generare oppressione, patriarcato (…)” il movimento delle donne curde crede si debba “formulare un nuovo paradigma di lotta orientato non solamente contro qualcosa – ad esempio capitalismo e Stato – ma anche a costruire qualcosa, un’alternativa”. Per questo servono strumenti con lo stesso meccanismo della scienza, ma nello stesso tempo “contrari a come l’attuale scienza sociale lavora”. Non potendo, secondo Dilar Dirik “usarne la stessa epistemologia e le stesse categorizzazioni”.
Da cui l’esigenza di un “nuovo linguaggio” che non sia inaccessibile, astratto, di un “nuovo femminismo che possa essere coinvolgente e avere un impatto sulla vita, ad esempio, di mia nonna, della mia vicina, della donna che muore di fame per strada o che ha dieci figli”. Niente a che vedere con l’Accademia, insomma. Accademia che attualmente sarebbe in parte concepita “per tenere sotto controllo i pensieri di sinistra e radicali”. Invece con la Jineologia “noi vogliamo rendere visibile un nuovo approccio alla scienza, un nuovo paradigma su come la scienza sociale può funzionare”. Perché la scienza non può limitarsi a decifrare la società, ma dovrebbe “analizzare veramente la complessità della società stessa e i meccanismi che la rendono così com’è”.

[…] Senza la pretesa di possedere “una nuova scienza rivoluzionaria”, ma piuttosto di imparare ad utilizzare un “nuovo modo di interpretare la scienza, di dare valore alla conoscenza, di riarticolarla cercando di sovvertire il meccanismo gerarchico che le unisce al potere (…) rendere il flusso di conoscenza più organico e orizzontale”.
Concetti della Jineologia che acquistano ulteriore luminosità se espressi ed applicati (attraverso la partecipazione alle case delle donne, alle comuni, ai consigli, alle milizie armate…), in un contesto dove le donne hanno dovuto affrontare il “sistema di Daesh basato sul fondamentalismo che utilizza la violenza sessuale, lo stupro come motivo di propaganda”. Le donne in Rojava vedono nella scienza sociale, nella Jineologia il loro maggior strumento di autodifesa. Non nelle armi che tuttavia usano.

E la rivoluzione allora?
“Noi non crediamo – spiega Diral Dirik – che la rivoluzione sia una rottura nella storia imposta da un partito o da uno Stato poiché uno Stato non può essere fonte di giustizia. La maggior parte delle forme di oppressione negli ultimi 5000 anni della civiltà moderna sono state create dal concetto di Stato, molti meccanismi di sottomissione nascono con l’emergenza degli stati”.
E ricorda che uno dei primi stati “come concetto fu in Mesopotamia” dove vennero costruite le ziqqurat “strutturate come una piramide molto gerarchica e organizzata. In quel momento avvenne un enorme cambiamento, una transizione, una rottura storica; in quel momento sacerdoti uomini presero il monopolio della conoscenza, si costituì il primo esercito, le donne furono cancellate dalla scena e la proprietà privata cominciò a distruggere la morale e l’etica. Possiamo vedere come patriarcato, Stato e concetto di proprietà privata si alimentino a vicenda”.

Ma quasi contemporaneamente, circa 4300 anni fa, si sviluppava la prima parola che ha espresso il concetto di libertà: Amargi. Proprio quando l’oppressione diventava un sistema, un’istituzione. Da un certo punto di vista possiamo dire che da sempre coesistono “due forme di civiltà”: la civiltà degli oppressori (quella dominante basata su gerarchia, dominazione, abuso di potere…) e quella democratica, alternativa rispetto alla corrente dominante, fatta da “donne, poveri, artisti, esclusi, indigeni, una civiltà naturale e comunitaria”. E – aggiungerei – ribelli, rivoluzionari, fuggiaschi, dissidenti e refrattari all’ordine costituito. Per cui potremmo anche dire che “la Jineologia rappresenta la vendetta, la nemesi della civiltà democratica contro quella dominante”. Così, lapidaria, conclude Diral Didik.

Rovine della “Casa Rossa” di Dūr-Katlimmu esposte a scavi (VI secolo d.C.).
Immagine: Bertramz, via Wikipedia.


Altrettanto meritevoli di considerazione altri contributi internazionali e internazionalisti: latino-americani (l’uruguayano Raul Zibechi), turchi (l’intervista a Devrimci Anarsiste Faaliyet) italiani (Norma Santi, Salvo Vaccaro, Eleonora Corace), curdi (oltre a Dilar Dirik, Hawzhin Azeer – citata in “Rivoluzionari o pedine dell’Impero?”), tedeschi e – presumibilmente – francesi (G.D. & T.L.).

Significative le interviste a chi materialmente “si è sporcato le mani”, come i militanti integrati nelle YPG, YPJ e IRPGF. In “Non per il martirio” (a cura di Crime Thinc), oltre a spiegare le diverse motivazioni che spingono giovani turchi, europei, statunitensi… a combattere con i curdi, non si lesina qualche critica al comportamento di quelli che “provano un enorme piacere a mostrare i loro volti, posano con le armi in pugno e gongolano dei loro successi”. Spiegando che non sono mancati i casi di volontari che “hanno usato il conflitto nel Rojava per farsi pubblicità, che fa un po’ parte della logica dell’età del selfie e dei social media”. Questo ha permesso ad alcuni di loro (comunque una “piccola percentuale dei combattenti internazionali, in nessun modo rappresentativi delle motivazioni e delle azioni della maggior parte”) di “guadagnare piccole fortune scrivendo libri e usando la rivoluzione per i loro guadagni personali”. E questa, lo dicono fuori dai denti “è la peggior forma di avventurismo e di opportunismo”.
Anche per rispetto a tutti gli internazionalisti morti combattendo contro il califfato (Daesh) o contro l’esercito turco.

Dopo aver fatto parte della Mezzaluna Fertile, la Siria settentrionale ha diversi siti neolitici come Tell Halaf.
Immagine: Bertramz, via Wikipedia.


[…] Per concludere, un’osservazione. Tra le righe de “La sfida anarchica nel Rojava” si coglie una preoccupazione ricorrente (e comunque legittima). Ossia quanto siano veramente “rivoluzionari” i compagni curdi. Quanto realmente “anticapitalisti”. E anche quanto realmente “libertari”, se non proprio anarchici.
Preoccupazione legittima – si diceva – ma forse talvolta eccessiva. Dato che non abbiamo a che fare soltanto con una o più organizzazioni rivoluzionarie (YPG, JPG, PKK…), ma anche – soprattutto – con un popolo. Un popolo che – come altre comunità minoritarie o minorizzate (in quanto separate da artificiosi confini statali) presenti in quei territori – rischia periodicamente, se non il vero e proprio genocidio, quantomeno l’etnocidio o l’assimilazione (forzata e non).

Per i curdi rimane prioritario il fatto di resistere, sopravvivere. Sia agli eserciti statali che alle milizie parastatali, così come alle squadre della morte… talvolta anche ad altri curdi, più o meno collaborazionisti (vedi, talvolta, il PDK)*.
Viceversa, andrebbe apprezzato – e molto – il fatto che in un contesto come quello Medio orientale – e di questi tempi poi – qualcuno (se non un intero popolo, almeno una sua componente significativa) si auto-organizzi mettendo radicalmente in discussione le gerarchie consolidate (di stato, di classe, di genere…talvolta perfino l’antropocentrismo).

L’Eufrate vicino a Halabiye; il sito archeologico di Zalabiye è visibile sullo sfondo sulla riva sinistra.
Immagine: Bertramz, via Wikipedia.


*http://www.panoramakurdo.it/2020/10/23/rojava-tra-lepidemia-e-il-rientro-dei-mercenari-ci-mancava-solo-qualche-deriva-collaborazionista/

Articolo originale completo


Immagine: Wikipedia.

I commenti sono chiusi.

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: