La visione malinconica dell’isolamento

Un’esibizione di artisti internazionali, “100 Drawings from Now,” al Drawing Center, SoHo, racconta di questa epoca di lockdown con sorprendente intensità.

da un articolo di Peter Schjeldahl
The New Yorker, 14 dicembre 2020

Immagine: “Untitled,” by Katherine Bernhardt, from 2020.
Art work courtesy the artist and Canada Gallery.

Tranne una, tutte le opere sono state create dall’inizio della pandemia. Sono appese alle pareti con magneti, senza cornici ed esposte in modo apparentemente caotico. Sono poche quelle tematiche, con scarsi riferimenti “al” virus, anche se alcune trattano il malessere da “confinamento in casa” con un po’ di spirito. Dal punto di vista dello stile, le opere non hanno molto in comune, a parte una frequente inclinazione verso forme instabili.

Rashid Johnson’s abstraction uses a pigment that he has dubbed Anxious Red.
Art work courtesy the artist and Hauser & Wirth


Tra gli artisti più noti, Raymond Pettibon si ritrae in episodi di “The Twilight Zone” e Katherine Bernhardt disegna sigarette e Xanax.
Cosa unisce l’astrazione di Rashid Johnson – che riproduce una condizione di allarme giocando con un pigmento da lui inventato e definito Anxious Red -, la matita di Cecily Brown, ispirata a una natura morta del XVII secolo di Frans Snyders e l’autoritratto meticoloso e austero di R. Crumb? E il lavoro del cinese Cao Fei, che ha rappresentato realisticamente una bottiglia di igienizzatore per le mani, e il dramma introspettivo nell’opera semi-astratta di Paul Chan, originario di Hong Kong, che raffigura il suo studio. E i ritratti che i newyorkesi Sam Messer e Rochelle Feinstein hanno creato l’uno dell’altro, simultaneamente via Zoom.

R. Crumb by R. Crumb, by R. Crumb.
Art work courtesy the artist, Paul Morris e David Zwirner.
© Robert Crumb, 2020


L’isolamento. Inteso o meno come condizione individuale; la percezione della malinconia; l’ironia positiva del voler soddisfare il desiderio degli artisti di restare soli nei propri studi. Soli con sé stessi. Soli con il proprio lavoro. Le opere sembrano più delle preghiere che immagini “studiate”.
L’effetto è abbastanza comune sia nell’arte che nella vita: la coscienza che inciampa nelle profondità dell’anima, e può ricordare i versi di John Ashbery:

       the soul is not a soul,
Has no secret, is small, and it fits
Its hollow perfectly: its room, our moment of attention.

Più un evento che un’entità, l’anima definisce le nostre profondità più remote, noncurante della sensazione, del pensiero e del sentimento, toccando il fondo della nostra semplice esistenza.
Pur trattandosi di un’esibizione collettiva di arte per lo più secolare e cosmopolita, in molti sono d’accordo nel concludere che, per quelli di noi che sono stati confinati in casa, i mesi trascorsi di letargia forzata hanno creato momenti essenzialmente mistici: perdite temporanee di sé stessi, come singhiozzi esistenziali, che probabilmente non avremmo notato se avessimo vissuto una vita piena.

Il tempo diventa uno spreco senza meta – in cui è facile pensare a un mondo pieno di possibilità, tutte perdute. Ce ne ricorderemo quando arriverà il vaccino? L’influenza del 1918, che provocò 50 milioni di morti, sembra essere sparita dalla memoria collettiva nel momento in cui è finita.

Il disegno sembra essere il mezzo più adatto per esprimere la situazione in cui ci troviamo. È veloce e adatto ad accogliere un balzo di coscienza: l’asserzione (o inserzione) delle solitudini individuali nel tempo condiviso. Per molti artisti, forse compresa la maggior parte dei partecipanti alla mostra, il disegno è un lavoro quotidiano essenziale in un processo destinato a risultati diversi: pittura, scultura, installazioni, o altri formati (se è come una preghiera, un progetto completato è come un Sabbath).

[…] Perfino – o specialmente – l’understatement funziona.
All’inizio sono rimasto perplesso e poi attratto dal contributo di Karen Kilimnik: ha disegnato solo i simboli delle quattro carte da gioco —cuori, picche, quadri e fiori —usando il blu, due verdi, e il rosso. Sembra quasi una confessione dell’inadeguatezza dell’arte di fronte all’umano soffrire. Questo gesto mi è sembrato quanto di più somigliante alla massima di Wittgenstein ““Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.

Il Drawing Center merita gratitudine per l’attento e pronto tempismo della mostra. È un’organizzazione nonprofit esemplare, sopravvissuta agli alti e bassi del mondo dell’arte e, dalla sua fondazione nel 1977 in un magazzino in disuso, dieci anni dopo si è trasferita nel “distretto caldo” (ora “gelido”) delle gallerie. Il suo scopo era di favorire una miglior valutazione del mezzo grafico tra le nuove arti. E il progetto, con la presentazione di artisti sia noti che ignoti, si è dimostrato di grande valore come vetrina sugli sviluppi tecnici e i temi critici dell’arte e, nel complesso, della cultura (si sono avvicendati tatuatori, writer, cuochi, soldati e, l’anno scorso, detenuti).


“Quando ho visitato la mostra, con mascherina e prudenza, regnava il silenzio, Il luogo era quasi deserto. Avrei potuto chiedermi dove fossero le persone, ma naturalmente lo sapevo. La popolazione mondiale è atomizzata: c’è chi muore, chi è malato, chi è in quarantena, chi si protegge, chi si ostina a mettere in atto comportamenti ottusi e irresponsabili e – non dimentichiamolo mai – chi svolge eroicamente i lavori più pericolosi ed esposti. È improbabile che tutte queste persone affollino le mostre d’arte, ancora per un po’ di tempo, anche se misure precauzionali sono state attivate per favorire la riapertura di gallerie e musei. Il mondo che va avanti malgrado tutto, come succederà, sembra stranamente condizionale, soggetto in pensieri e azioni a un umore congiuntivo “di copertura”: se cose che vorremmo tornassero come prima. E noi stiamo aspettando con nostalgia per le libertà perdute, con le paura e l’empatia del presente, molti godendo di privilegi sociali che non sono mai sembrati così ingiusti e allo stesso tempo ostinati.
Alcuni di noi – artisti – subiscono l’assedio di una calamità oggettiva che si ripercuote sulle dimensioni soggettive. Dovremmo preoccuparci perché riescano a farcela nel miglior modo possibile”.

Peter Schjeldahl scrive per il New Yorker dal 1988 ed è il critico d’arte della rivista. Il suo libro più recente è “Hot, Cold, Heavy, Light: 100 Art Writings, 1988-2018.”

Testo originale e completo dell’articolo.

I commenti sono chiusi.

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: