Il fascino che non ho

Il fascino è l’arte di farsi dir di sì senza aver posto alcuna domanda esplicita.

Albert Camus (*)

(*) Citazione che non ho potuto verificare. Ho consultato molti siti, ma nessuno indica il titolo dello scritto in cui appare. Quote Investigator la ignora completamente. Mi “vendicherò” – e cercherò di riscattarmi sulla questione del fascino – con citazioni vere tratte dall’archivio delle mie letture, mentre mi appresto a leggere:

“Lei ama la vita. Per forza, non crede ad altro”. […] “ha ragione. L’ho amata e l’amo con avidità. Nello stesso tempo mi pare orribile, e anche inaccessibile. È per questo che credo, per scetticismo. Sì, voglio credere, voglio vivere, sempre”.

“Bisogna pregare”, le aveva detto, e lei aveva risposto: “Sì, signor parroco”, ma in realtà non lo aveva sentito, poiché lui non aveva parlato a voce abbastanza alta, e del resto non le sarebbe mai venuto in mente di pregare, non aveva mai voluto disturbare nessuno…

Non parlava mai di Dio. A dire il vero, era una parola, questa, che Jacques non aveva mai udito pronunciare durante l’infanzia, e personalmente non ne sentiva la mancanza. A riempirgli l’anima bastava la vita, misteriosa e prorompente.

… la maledizione, quella del lavoro spaventosamente stupido, la cui monotonia interminabile rende nello stesso tempo le giornate troppo lunghe e troppo breve la vita.

da Il primo uomo


“…mi duole che Lei  non abbia potuto conoscere Camus. […] È assolutamente onesto e possiede una grande saggezza politica. Sta venendo alla luce improvvisamente, un po’ da tutti i paesi europei, un nuovo tipo d’uomo che al di là di qualsiasi “nazionalismo europeo” è semplicemente europeo. […] A questo tipo appartiene anche Camus. Si sentono sempre a casa loro, dovunque si trovino. È gente che non ha poi molta familiarità con la propria lingua. Sartre, al contrario, è ancora troppo tipicamente francese, troppo letterato, in un certo senso troppo dotato, troppo ambizioso.”

Hannah Arendt
in Hannah Arendt -Karl Jaspers, Carteggio


[la ragione] Essa è uno strumento del pensiero e non il pensiero stesso. Il pensiero di un uomo è innanzi tutto la sua nostalgia.

Cercare ciò che è vero, non significa cercare ciò che è desiderabile.

Il senso dell’assurdo, alla svolta di una qualunque via, può imbattersi faccia a faccia con un uomo qualsiasi.

In alcune situazioni, il rispondere: “niente” a una domanda circa la natura dei propri pensieri, può essere, nell’uomo, una finta. Lo sanno bene le persone amate. ma se questa risposta è sincera, se rappresenta quel particolare stato d’animo in cui il vuoto diviene eloquente, in cui la catena dei gesti quotidiani viene interrotta e il cuore cerca invano l’anello che la ricongiunga, è allora come il primo segno dell’assurdo.

Sapendo che non vi sono cause vittoriose, ho il gusto delle cause perse.

Tutti gli eroi di Dostoevskij interrogano se stessi sul senso della vita, ed è sotto questo aspetto che sono moderni: essi non temono il ridicolo.

da Il mito di Sisifo

Quando c’è troppa anima ci piace definirla ‘malattia’.

da Caligola


Pangea, 14 marzo 2018

René Char (1907-1988) nel 1972

René Char è tra i grandi poeti europei del Novecento, di quelli che si contano in una mano (facciamo la conta: Eliot, Rilke, Pasternak, Pound, Ritsos…). Ora. René Char e Albert Camus erano amici. Sodali, direi. 
Camus restò ipnotizzato da Fogli d’Hypnos, ipnotica fonte de L’uomo in rivolta; Char fu sedotto da Caligola di Camus. Si sono incontrati nel 1945. Si sono scritti fino alla morte di Camus, nel 1960. Un volume Gallimard, pubblicato nel 2007, ne raccoglie la Correspondance.
Roba da pubblicare seduta stante in Italia, se i nostri editori avessero testa e cuore. 
Facciamo noi, intanto, con un brandello da una lettera folgorante del 1951.

Sento troppo, troppo, sfortunatamente. Da quando l’ho espulso, questo libro [L’uomo in rivolta, pubblicato da Gallimard nel 1951 e inviato a René Char, ndr] mi ha lasciato vuoto, mi ha gettato in una curiosa, arieggiata depressione. E c’è la solitudine… Ma non posso insegnarti ciò che già conosci. Ho pensato alla nostra ultima conversazione, a te, al mio desiderio di aiutarti. Anche tu vuoi sollevare il mondo. Semplicemente, cerchi, cerchiamo, il punto d’appoggio. Sai, per lo meno, di non essere solo in questa ricerca. Ciò che non puoi sapere, è quanto sei necessario a chi ti ama, a chi senza di te non potrebbe fare grandi cose. Parlo per me, che non mi rassegno a vedere che la vita non ha senso, che non ha sangue. A dire il vero, il solo viso che abbia conosciuto è quello del sofferente. Parlano del male di vivere. Ma non è questo, è il dolore della non-vita che va detto. E come è possibile vivere in un mondo di ombre? Senza di te, senza altri due o tre che stimo e che amo, le cose sarebbero prive di spessore. Forse non te l’ho scritto abbastanza, ma quando mi sento impotente le parole mi mancano. Ci sono così poche occasioni per la vera amicizia, oggi; gli uomini sono troppo modesti. E ciascuno pensa che l’altro sia più forte di quello che è, ma la nostra forza è altrove, è nella fedeltà. Così, ciò che ci manca è quello che manca ai miei amici. Per questo, mio caro René, non devi dubitare di te, né della tua opera incomparabile: dubitare di tutto e di noi ci eleva. Questa lotta che non finisce mai, questo equilibrio esigente (fino al punto da rendermi esausto!) ci unisce un po’, oggi. La cosa peggiore è morire soli, nel disprezzo. E tutto ciò che sei e che fai ti pone al di là del disprezzo.

In ogni caso, torna presto. Invidio l’autunno di Lagnes e la Sorgue, e la terra degli Atridi. L’inverno è già qui e il cielo di Parigi ha già il cancro nella gola. Fai provvista del sole e vieni a spartirlo con noi.

Con molto affetto, il tuo,

Albert Camus

Parigi, 26 ottobre 1951

“Ritengo che René Char sia il nostro maggiore poeta vivente e che Fureur et mystère sia ciò che la poesia francese ci ha dato di più sorprendente dopo Le illuminazioni di Rimbaud”.

Albert Camus


Premio Nobel per la Letteratura nel 1957, scrittore difficilmente annoverabile ad una specifica corrente letteraria, Albert Camus nasce il 7 novembre 1913 in Algeria a Mondovi, oggi Dréan. Il padre, fornitore di uva per vinai locali, muore molto giovane durante la Prima guerra mondiale, nella battaglia della Marna, servendo “un paese che non era suo“, come Camus annoterà nel suo ultimo lavoro “Le premier homme”, incompiuto a causa della prematura scomparsa dell’autore.
Il giovane Camus rimane con la madre e la nonna; la severità di quest’ultima rivestirà un ruolo molto importante nell’educazione di Albert.

Camus spicca negli studi; il professore Jean Grenier, con il quale instaura un’importante amicizia, lo spinge verso l’ottenimento di una borsa di studio per la prestigiosa università di Algeri.
La tubercolosi colpisce Albert Camus giovanissimo: la malattia purtroppo gli impedisce di frequentare i corsi e di continuare a giocare a calcio come portiere, attività sportiva nella quale eccelleva. Finirà gli studi da privatista laureandosi in Filosofia nel 1936.

Nel 1934 aderisce al movimento comunista: la sua è più una presa di posizione in risposta alla guerra civile spagnola (1936-1939, che terminerà con la dittatura di Francisco Franco) piuttosto che un reale interesse alle teorie marxiste; questo atteggiamento favorevole ma distaccato nei confronti delle ideologie comuniste porterà Camus sovente al centro di discussioni con i colleghi; spesso oggetto di critiche, prenderà le distanze dalle azioni del partito, per lui poco utili al raggiungimento dell’obiettivo dell’unità degli uomini e dei popoli.

Sposa Simone Hie nel 1934 ma il matrimonio finisce presto a causa della dipendenza della donna dagli psicofarmaci. Sei anni più tardi la vita sentimentale di Camus riprende con Francine Fauré.

L’attività professionale lo vede spesso impegnato all’interno di redazioni di giornale: uno dei primi impieghi è per un quotidiano locale algerino, tuttavia finisce presto a causa di un suo articolo contro il governo, che cercherà poi in tutti i modi di evitare una nuova occupazione di giornalista per Camus in Algeria.
Camus si vede costretto a emigrare in Francia dove collabora per “Paris-Soir” insieme al collega Pascal Pia: questi sono gli anni dell’occupazione nazista e Camus, dapprima come osservatore, poi come attivista, cerca di contrastare la presenza tedesca che ritiene atroce.
Negli anni della resistenza si avvicina alla cellula partigiana “Combat” per il cui omonimo giornale curerà diversi articoli.
Terminato il conflitto, il suo impegno civile rimane costante: Camus non si piega di fronte a nessuna ideologia, criticando tutto ciò che sembra allontanare l’uomo dalla sua dignità. Lascia il posto all’UNESCO a causa dell’entrata nell’ONU della Spagna franchista. Sarà inoltre tra i pochi a criticare apertamente i metodi brutali del Soviet in occasione della repressione di uno sciopero nella città di Berlino est.

Dopo “Il mito di Sisifo” (1942), che costituisce una forte presa di coscienza sull’analisi delle assurdità umane, pubblica nel 1952 il saggio “L’uomo in rivolta”, che lo porterà in polemica con la rivista “Les temps modernes” e alla rottura dei rapporti con Jean-Paul Sartre, con il quale aveva intrapreso numerose collaborazioni, sin dal secondo dopoguerra.
Esce idealmente dalla categoria degli “esistenzialisti”, a cui molti critici lo avevano relegato ma alla quale Camus si era sempre sentito estraneo.

da biografieonline.it

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