La fuga dell’Università dal coronavirus

Il sistema universitario deve ricostruire la sua unitarietà per riattivare l’adattività richiesta dalla crisi prodotta dal coronavirus e mantenere vitale il suo ruolo cultural-formativo nella società.

di Giuseppe Bianchi
Isril, 14 luglio 2020

Immagine: grande dipinto murale di Mario Sironi, L`Italia fra le Arti e le Scienze, eseguito nel 1935 per l’inaugurazione della Città Universitaria della Sapienza (Roma), su progetto di Piacentini.


Nel dibattito pubblico che si è aperto sui tempi e i modi della prossima apertura delle scuole a settembre è passata sotto silenzio l’avvenuta chiusura delle Università a tempo indeterminato. Solo attività a distanza, come avviene nelle Università telematiche. È la distanza che unisce, come reclamizzano queste ultime? È palese l’inganno delle parole. La distanza non unisce. Sta isolando migliaia di studenti, di cui 500.000 di nuova iscrizione, in uno studio individuale che priva loro delle relazioni sociali e degli scambi di conoscenze e di esperienze che sono alla base di una solida crescita culturale e civica.

Perché questo ripiegamento delle Università, quando il resto del Paese si sta affannando per sperimentare nuove vie di uscita dalla crisi prodotta dal coronavirus? La risposta più facile è che l’Accademia non si sottragga al costume diffuso di privilegiare la casta dei docenti a danno degli studenti. Una risposta plausibile, ma non sufficiente per spiegare una inerzia che danneggia l’intera comunità universitaria.

Vanno cercate ragioni più solide da ricondurre ad un governo del sistema Universitario che lo rende inadatto a prendere decisioni nei tempi richiesti da una situazione di emergenza. Il sistema Universitario è privo di una linea di comando in quanto le parti che lo costituiscono (cioè le singole Università) godono di una propria autonomia e le relazioni sono regolate da reciproci scambi basati sull’equilibrio dinamico di interessi spesso divergenti.
Questa logica della “membership” si ripropone poi a livello delle singole Università, dove le decisioni sono regolate da procedure democratiche che prevedono una pluralità di organi, a composizione assembleare, che rende tortuosi i percorsi di mediazione per giungere agli obiettivi condivisi.
In sintesi, sono le proprietà organizzative e procedurali che regolano i processi decisionali all’interno del sistema universitario a rallentarne la capacità adattiva nelle situazioni di emergenza.

Il problema che si pone, nella prospettiva di un mondo sollecitato da profondi cambiamenti, è che il sistema universitario ricostruisca la sua unitarietà, in grado di ricomporre l’autonomia delle singole parti in un ordine fluido e dinamico che riattivi l’adattività richiesta per mantenere vitale il suo ruolo cultural-formativo nella società. In altre parole, deve ricostruire una capacità di decisione partecipata ma nello stesso tempo priva della camicia di forza che rallenta la sua attuale capacità di innovazione. Tanto più che insieme alla caduta del reddito delle famiglie italiane c’è da aspettarsi una caduta delle iscrizioni all’Università. È già avvenuto nel decennio successivo alla crisi, prima finanziaria e poi economica del 2008, durante la quale la popolazione universitaria è calata del 5% con punte maggiori nel Mezzogiorno.

Un recente studio di Luca Bianchi e Gaetano Vecchione, presentato dalla Svimez, nel riproporre la precedente elasticità fra riduzione del reddito delle famiglie e iscrizioni all’Università, stima per l’anno accademico 2020-2021 una perdita di iscritti di 10.000, unità di cui due terzi nel Mezzogiorno. Ma può essere ritenuta una stima ottimistica, perché la crisi pandemica ha in particolar modo ostacolato le prospettive lavorative dei giovani, creando una riserva di occupati in cassa integrazione da riassorbire e perché l’inerzia delle Università a distanza può aver demotivato i giovani a investire le diminuite risorse di molte famiglie in un percorso di studio dagli esiti lavorativi quanto mai incerti. […]

Si dice, da più parti, che la disponibilità di ingenti investimenti resi disponibili dall’Europa, a cui aggiungere la massa di risparmi privati, oggi inerti, dovrà concorrere a modernizzare la nostra macchina burocratica pubblica, soprattutto a vantaggio delle istituzioni formative e della ricerca […].
Una opportunità irripetibile per invertire il declino in atto da decenni che richiede un impegno collettivo del sistema Paese in ritardo nel valorizzare le sue potenzialità di sviluppo lungo un asse di obiettivi condivisi.
Una opportunità anche per il sistema universitario che deve recuperare le regole di funzionamento in grado di farlo partecipe di questa opera di costruzione. Gli studenti devono tornare al più presto nelle aule universitarie nelle condizioni di sicurezza richieste, devono sentirsi parte di una comunità di studio e di ricerca che risponda alle loro aspettative di crescita culturale e professionale, devono sentirsi coinvolti in un progetto di rinnovamento del sistema Paese in grado di offrire loro libertà e fiducia nel futuro perché non è vero che il meglio sia alle loro spalle.

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